Destra e Sinistra, quale dilemma per dialogare

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Da un articolo del Corriere della Sera di venerdì 8 febbraio, “Secolo d’Italia” gli intellettuali rispondono alla proposta di Giovanni Raboni. Unico scettico Baget Bozzo. Destra e sinistra: che il dialogo cominci”.

Mercoledì scorso, su queste pagine, Giovanni Raboni ha lanciato, se non un appello, almeno una proposta, agli intellettuali di destra: «Perché, oltre a organizzare convegni per parlare fra di loro della loro identità e delle loro radici e per raccogliere il verbo dei loro referenti politici, non organizzano anche qualche convegno per parlare con gli intellettuali di sinistra?». Ieri loro, gli intellettuali di destra, hanno risposto presente. Lo hanno fatto in un articolo a firma Aldo Di Lello pubblicato sulle colonne del Secolo d’Italia , il quotidiano di Alleanza Nazionale. Così il dialogo, in qualche modo, è cominciato. E se Gennaro Malgieri, tra gli organizzatori del grande convegno di Todi a cui Raboni faceva polemicamente riferimento, dice di credere a un dialogo che dovrebbe non solo far nascere proposte concrete, ma anche «stabilire un clima accettabile per la dialettica politica e culturale», Marcello Veneziani non pensa che sia possibile comunque un partito trasversale, «anche perché l’intellettuale non deve avere una militanza ma deve essenzialmente servire le idee», deve essere insomma disorganico. Naturalmente il dialogo non è privo di punte polemiche. Così Veneziani, come anche Fausto Gianfranceschi, sottolinea che finora «le resistenze e le ostilità sono venute più da sinistra che da destra», mentre secondo Gianfranco De Turris è importante che questa proposta venga da un «significativo intellettuale che normalmente viene etichettato di sinistra», anche perché prima «gli intellettuali cosiddetti di destra erano considerati di serie B». Il presente dunque, anche secondo Franco Cardini, offrirebbe nuove aperture, a sinistra, insomma, si sentirebbe una musica nuova. Ma lo spettro degli argomenti su cui discutere dovrebbe essere più ampio di quello suggerito da Raboni (la riforma della scuola, la situazione della ricerca scientifica, l’uso della televisione pubblica, i rapporti fra istituzioni e società civile e fra etica e politica): «Sarebbe interessante – dice Cardini – parlare anche dei modi di vivere occidentali, dell’ideologia del mercato, del bisogno di religiosità o del rapporto tra cultura e società». E se Domenico Mennitti, direttore di Ideazione , dichiara che «la cultura dialoga molto più di quanto non faccia la politica», l’unico a dichiararsi completamente scettico sulla proposta Raboni è Gianni Baget Bozzo. «L’intellettuale – dice – è una figura creata dalla sinistra, è una categoria non culturale ma politica e quindi deve essere per forza schierato. Se, sul piano politico, sono possibili il confronto e il compromesso, lo stesso non accade sul piano culturale. L’intellettuale, insomma, sarà sempre più intransigente del politico».

Caro Baget-Bozzo a chi ti riferisci quando parli di “intellettuale più intransigente del politico”? A noi sembra tutto il contrario. Un intellettuale non è schierato “politicamente”, cioè con uno specifico partito come lo sei tu (e come molti altri sei una specie di cavalletta italica), è piuttosto legato a taluni principi che lo rendono “intellettualmente” sopra le parti. Spesso l’intellettuale vero e non quello fasullo o a turno è costretto di frequentare certi ambienti perché i soli a dargli ospitalità e modo di sentirsi vivo a parlare, a suggerire, a dire la sua. Non bisogna confondere con il lieto vivere in provincia, sonnolenta e distratta per i grandi temi, e quello invece in città (piccole o grandi non importa) dove ci siano strutture e micro ambienti in cui ci si confronta e si viene “inviatati a far parte”. Poi se nell’urna si vota l’uno o l’altro candidato, a seconda del piacimento della persona, questa è una questione di pura libertà democratica ed individuale. Esser colto non vuol sempre significare intellettuale, nonostante questa figura sia apparsa in Italia molto tardivamente rispetto ad altre società liberali. Purtroppo, chi per vantarsi, chi per disprezzarne le qualità, l’intellettuale è sempre stato visto come binomio di “intellettuale di sinistra”. Bastava criticare il sistema, o forse essere di parte laica che si era “etichettati” di “sinistra”. Il mondo che gira attorno alla Chiesa, soprattutto nelle Regioni come il Veneto che ha visto un tessuto molto esteso di preti, moneghe, consigli pastorali, collegi e scuole cattolici, seminari (da dove sono usciti più del 50%% dei sindaci e dei politici nostrani), insomma un indotto di qualche milione di cittadini (se si contano le famiglie), di certo non ha mai potuto sopportare chi la criticava. Perché già all’interno di essa le forze “moderniste” spesso vengono schiacciate e ridotte a piccolissime correnti dalle lobby più “conservatrici”, reazionarie e dogmatiche. La Chiesa sembra di tutti, quando per tutti significa pregare per conto proprio. Ma quando ti metti a chiedere il perché o darne giudizi ragionevoli contrari, il prete di turno (anche lui un intellettuale) ti mette al bando. Se poi per pacifica convivenza e per interesse reciproco, la Chiesa si sia trasformata in “Baroccona”, pomposamente ricca di suppellettili, fiori, icone, feticci ed altro, con il contrasto che dal pulpito si parla di “fame nel mondo” e “guerre fratricide”, è una questione di opportunismo politico per la sopravvivenza. La Chiesa fa politica come può, con l’amicizia, con la benedizione, con l’incasso, con la minaccia e cosa grave con l’inciucio. Sì anche la Chiesa è divenuta “inciucessa”, cioè spesso e volentieri invade il campo altrui quando non lo dovrebbe. La Chiesa italiana è sui generis, per la sua fortuna di essere sorta e cresciuta a Roma. Ci vorranno altri cent’anni per portarla ad un livello più spirituale e meno materiale, cioè politico-partitico? O sarà il contrario, cioè lo Stato si trasformerà in una Monarchia spirituale-laica che con la globalizzazione potrà controllare mezzo mondo di affamati e senza tetto?

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