costume da bagno

Evoluzione del costume da bagno dal 1872 ad oggi

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Gli stilisti propongono due pezzi con stringhe, fibbie e nastrini. Moda 2003, sulle spiagge i bikini sofisticati

Quest’anno andrà il costume tradizionale arricchito però da accessori “attira sguardo” sexy e intriganti. La parola d’ordine? Quest’anno bisogna stupire. Gli stilisti hanno deciso che il due pezzi, il classico bikini per intenderci, è ancora e sempre il costume da preferire.

Raggi solari – Se non altro perché permette di esporre gran parte del corpo ai caldi raggi solari: bella fa ancora rima con abbronzata. Difficilmente le abitudini delle nostre nonne torneranno di moda: la pelle troppo bianca non piace più. Ma ottenere un’armoniosa ed estesa tinta bronzea non sarà così facile. Eh sì, perché i modelli che andranno quest’anno, se è vero che saranno caratterizzati da misure minime di mutandine e reggiseno, avranno tuttavia una serie di “accessori attira sguardo” degni di un harem orientale: stringhe che avvolgono l’ombelico unendo in un abbraccio la parte superiore e inferiore del bikini, “finti” costumi interi con buchi e aperture strategiche, fibbie e nastrini che “oscureranno” preziosi centimetri di pelle. I colori? Gli esperti giurano che il bianco la farà da padrone. Con puntate su turchese, arancio e marrone. L’estate è alle porte. 18 aprile 2003

Tutti al mare. Ferragosto, finalmente. Via dalle città, via da giacche, cravatte e tailleur. E’ il momento di scoprirsi, di mostrare. Quest’anno la moda da mare prescrive costumi mini per il gentil sesso: bikini vita bassa e “micro” reggiseno o, per chi può permetterselo, tanga sempre più vertiginosi. Qualche variazione sul tema ma praticamente sempre gli stessi slip per gli uomini. In ogni caso, sempre più centimetri di pelle in “esposizione”.

Scandalo al sole? Diciamo la verità, ormai quasi nessuno ci fa più caso.

O meglio, gli sguardi da un ombrellone all’altro si sprecano. Ma non è da tempo materia per il pretore. Il gigantesco rito collettivo che svuota le città e riconcilia con la natura, le vacanze al mare, è ormai un dato acquisito, una sana abitudine che coinvolge un po’ tutti. Un rito che affonda le radici nella storia. E che va di pari passo (qualche volta giocando d’anticipo) con l’evoluzione del comune senso del pudore. La storia del costume (da bagno) è un’interessante metafora dell’evoluzione della nostra società. Vedere per credere. a cura di P. S.

Sondaggio: Le italiane dicono no a topless e microcostumi

Le ragazze italiane dicono «no» al topless e ai microcostumi da bagno, riservando le loro preferenze al bikini. È questo il risultato di un sondaggio della rivista mensile «Ragazza moderna», che ha intervistato 500 ragazze su quali siano i costumi preferiti per l’estate 2002. La maggior parte delle intervistate (93 per cento) ha detto di preferire il bikini, mentre solo il 6 per cento dice di indossare il perizoma. Staccatissimo il topless, mentre il tradizionale costume intero non entra nemmeno tra le percentuali rilevate. Secondo il sondaggio, il costume deve essere soprattutto alla moda (52 per cento) e sexy (22 per cento), anche se una discreta percentuale delle intervistate (18 per cento) pensa pure alla praticità. Una delle domande verteva anche sui colori preferiti e qui ha trionfato la fantasia (75 per cento), che ha staccato nettamente la poco ricercata tinta unita, il lurex e il disegno leopardato.

Triangolo – In merito alla foggia del bikini – ovvero del costume preferito – il pezzo di sopra deve essere il classico triangolo (83 per cento); «out» sia il push up, che la fascia o il balconcino. Per le ragazze intervistate da “Ragazza Moderna”, l’accessorio a cui una teenager di oggi non può rinunciare è la cavigliera (53 per cento), seguito dal piercing sull’ombelico (28 per cento), dalla collana e dal giropancia (10 per cento per entrambi). Assolutamente irrinunciabili gli occhiali da sole (85 per cento). Soltanto una ridotta percentuale delle ragazze (8 per cento) ritiene indispensabile la bandana o il cappellino. Altro oggetto da portare sempre in spiaggia è uno stick per le labbra (indispensabile per il 90 per cento delle intervistate), mentre altre (12 per cento) portano con sé un mascara waterproof. Difformità nella scelta dell’abito da indossare per andare in spiaggia: pareo (38 per cento), shorts di jeans (30 per cento) o minigonna (24 per cento). Poco amati i bermuda da surfista, considerati, forse, troppo maschili.

Storia del costume da bagno. 1812-1946: pudore e pregiudizio. Normandia: il primo bagno è di una regina

Estate 1812: Dieppe, in Normandia. Sulla spiaggia che si apre sul Mare del Nord, una comitiva si avvicina alla battigia. Siamo ad agosto, una giornata insolitamente afosa per questi luoghi. Ma la gran signora attorno alla quale si danno da fare paggi e dame di corte è vestita da capo a piedi. Letteralmente: completo di lana color cioccolato, con tunica e pantaloni fino ai piedi, non sia mai che si possano intravedere le forme del corpo. Così agghindata, la regina d’Olanda Ortensia di Beauharnais sfida le onde, e si immerge, seguita dal codazzo di servitori, tra i quali spicca il medico personale. E’, il suo, il primo bagno di mare, praticato con l’intento di giovarsi dei «benefici della talassoterapia» della storia. Un privilegio riservato a nobili e alto borghesi, ovviamente. Ma non ancora il bagno di mare «in costume», ovvero con un abito apposito che darà il via all’era delle vacanze sulla spiaggia che perdura ancora oggi.

Nuova Moda – La nuova «moda» è inaugurata qualche anno dopo, nel 1824, da un’altra nobile, Carolina di Berry, figlia di Francesco I, moglie di Carlo Ferdinando di Borbone. E’ lei la prima donna a indossare un vestito «studiato» apposta per entrare in acqua. Questo: cappello, ombrello, guanti, abito di panno pesante, calze di lana e scarpe di vernice. Il perché non è difficile da intuire: per nessuna ragione al mondo occhi terzi, in spiaggia, o magari da bordo di una barca di pescatori, avrebbero dovuto sbirciare centimetri di pelle – bianchissima – della regal dama. Tanto meno indovinare le forme da vestiti bagnati troppo leggeri che avrebbero certamente aderito al corpo, diventando (addirittura!) trasparenti. In più, occorreva, al tempo, ripararsi in tutti i modi possibili dal sole: la pelle abbronzata, era l’idea dell’epoca, si addice solo agli umili: pescatori o contadini, costretti a lavorare con le mani.

Stabilimenti – Da allora, non senza scandalo e accesi dibattiti sui giornali, le vacanze estive al mare diventarono un’abitudine per sempre più persone (di un certo censo, ovviamente) che potevano contare su stabilimenti, rifugi, ristoranti, che andavano moltiplicandosi nella località marine ritenute più salubri. Attorno al 1860, ebbe inizio, a imitazione di quanto avveniva più a Nord in Europa, anche la colonizzazione dei litorali italiani, fino ad allora «ignorati» da una popolazione piuttosto diffidente nei confronti del mare. In acqua, comunque, si entrava vestiti da capo a piedi. Il sole era un «fastidio» dal quale proteggersi. Bisognerà attendere l’ultimo decennio del secolo per cominciare a vedere qualche cambiamento.

Costumi interi – La necessità di muoversi tra sabbia e mare, tuttavia, spinse le donne più «ardite» ad accorciare o togliere sottovesti e corsetti di troppo (cosa che influenzerà anche la moda da città). Dal 1890, i vestiti da bagno «arretrano». Gonne e pantaloni si ritirano fino al ginocchio. Quasi d’obbligo sfoggiare – è unisex – il colletto alla marinara. Ma gli uomini sono in vantaggio: a loro è possibile indossare un vero e proprio costume intero con manica e pantaloni a tre quarti, in tinta unita o a ricche trasversali. Il dado è tratto. Si tratta solo di attendere ancora qualche anno. Nel 1904, arriva la «révolution Poiret»: il celebre sarto parigino decreta la fine di busti e corsetti. Nulla doveva essere frapposto tra la maglia e la pelle. Dove provare simili, immorali capi d’abbigliamento se non in spiaggia, il luogo della «trasgressione autorizzata»?

Seconda rivoluzione – Certo, la strada è ormai segnata. Le tappe, chiare: accorciare, diminuire, scoprire. Ma la storia del costume (da bagno) non è lineare. Un passo avanti, due indietro. Nel 1906, la nuotatrice australiana Annette Kellerman durante una esibizione negli Stati Uniti si presenta con un costume intero, semplice e funzionale, che lasciava scoperte le cosce. Fu subito arrestata, multata e rimpatriata. Nel 1920 Coco Chanel si fa portabandiera di un cambiamento radicale. Fece scoprire a tutti, che uomini e donne erano più belli con la pelle abbronzata. La sua donna, in particolare, veste pantaloncini corti, ha le braccia nude, la scollatura decisa. Su una rivista qualcuno lancia l’allarme: “I costumi da bagno tendono a zero. Trionfo della nudità. Cosa sarà nel 1933?”. In realtà, per la successiva rivoluzione si dovrà attendere la fine della Seconda guerra mondiale e la nascita del divismo. Il due pezzi è in arrivo. 6 agosto 2002

1946-1972: è il momento di osare. Bikini, tutto comincia con una bomba

All’inizio fu una bomba. Anzi, due bombe: quelle all’idrogeno sganciate nel luglio del 1946 dagli americani su un atollo della Micronesia. Bikini, per l’appunto. Pochi giorni dopo, un geniale quanto sconosciuto sarto francese, Louis Réard, sgancia dai bordi della piscina Molitor di Parigi una nuova moda per l’estate: invece del costume intero, faticosa conquista di decenni di «lotte femminili», un due pezzi destinato ad avere l’effetto di una bomba sulle usanze dell’epoca. E che dunque decise di chiamare «bikini».

Due pezzi – La storia del due pezzi comincia nel Dopoguerra. Ed è indissolubilmente legata ad alcuni dei nomi più sedutivi dMaurizio Galimbertiella storia italiana e internazionale: le dive del cinema. Fu Lucia Bosè (foto sotto a sinistra), nel 1947, a far conoscere agli italiani il brivido da bikini, dalla passerella di Miss Italia che la premiò con il titolo. Ma si trattava di un costume che oggi (certo non allora!) potremmo definire «da educanda»: lo slip, per esempio, copriva con attenzione l’ombelico. Mai tabù sono fatti per essere sfidati. Era stata «La scandalosa Gilda», ovvero Rita Hayworth, l’anno precedente, a far cadere per prima il tabù ombelicale.

Usanza – Una nuova usanza che ben si sarebbe sposata con il nascente due pezzi. E forse non è un caso che su una delle bombe sganciate sull’atollo, qualche soldato sedotto da Rita Hayworth attaccò proprio una foto di Gilda danzante. Scoppiò così la moda del bikini tra le donne dello spettacolo, «perfido» strumento di seduzione che però stentava a decollare tra le donne «normali»: tramontata l’epoca delle monarchie, la spiaggia era ormai un luogo aperto a tutti. Ma l’atteggiamento verso la nudità, cioè il comune senso del pudore, per quanto in evoluzione, viveva continui arretramenti. Presi di petto, è il caso di dirlo, dalle ragazze più libere che non temevano la riprovazione popolare (o delle autorità) indossando il bikini. Ma non tutte erano così.

Contratto – Anche qualche diva stentava a osare. Come l’ex campionessa di nuoto Esther Williams che, negli anni ’50, si rifiutava di indossarlo nei suoi film. Almeno, fin quando non furono i produttori hollywoodiani a imporglielo per contratto. In Italia, il seducente costume fu sdoganato da Sofia Loren , che con un due pezzi di raso sbaragliò la concorrenza vincendo il titolo di Miss Eleganza nel 1950.

Fascino – Furono quindi altre due vere bombe di fascino a portare il bikini in giro per il mondo: Brigitte Bardot (foto a destra), a metà degli anni Cinquanta, dalle spiagge mai così calde di Saint-Tropez, e Marilyn Monroe, che nel film «Niagara» (1953) riuscì nell’ardua impresa di togliere il fiato al mondo. Ma ci volle un tocco «regale», ancora una volta, alla fine del decennio, per convincere tutti che il bikini poteva rientrare a buon titolo nei costumi occidentali: Margaret d’Inghilterra, figlia della regina Elisabetta, non si fece alcun scrupolo a farsi immortalare in due pezzi mentre sbarcava dallo yacht dell’Aga Khan a Porto Cervo. E se poteva permetterselo una nobile…

Meraviglie – Da allora nessuna donna italiana se la sentì di rinunciare a questo costume delle meraviglie. Che ha conosciuto diverse evoluzioni in stile e forme e ha «resistito» all’assalto del topless, mera variazione sul tema: è un bikini senza parte superiore, ovvero un monokini. n sostanza, tuttavia, il bikini è rimasto sostanzialmente invariato fino agli anni ’70 del secolo scorso, quando il percorso della sua evoluzione ha conosciuto l’ultima variazione possibile (nudità integrale a parte): il tanga. 6 agosto 2002

Il tanga, la sfida della nuova femminilità

C’è da chiedersi che cosa avrebbe pensato Ortensia di Beauharnais, regina d’Olanda se, in vita sua, avesse mai potuto incrociare lo sguardo, lei vestita da capo a piedi nella sua improbabile tenuta da spiaggia, con una bagnante di oggi, coperta (si fa per dire) di un tanga con microreggiseno. La domanda, paradossale quando si vuole, è utile tuttavia per comprendere quali tabù e pudori culturali siano stati abbattuti o superati negli ultimi due secoli di storia. Dai tempi in cui si mostrava, e nemmeno sempre, solo il volto, a quelli in cui quasi tutto è visibile (l’intuito è lasciato per altre cose).

1972-2002: La sfida della femminilità

Leggenda – Può sembrare una curiosità. Ma anche il tanga ha la sua storia. La leggenda vuole che il primo costume di questo tipo sia nato a Ipanema, la spiaggia di Rio de Janeiro, nel 1972. La prima a ideare e indossare questo ridotto costume da bagno sembra sia stata la signora Rose di Primo, una brasiliana, italiana di origine, che avrebbe fatto da sola delle modifiche al suo costume per farsi notare in una festa in spiaggia. La leggenda dice anche che Rose, sconvolta dallo scandalo da lei stessa creato, si sia successivamente chiusa in convento. In ogni caso, da quel momento, le giovani (e meno giovani) brasiliane fecero a gara nell’indossare il «filo interdentale», sinonimo senza bisogno di traduzione, più colorato e succinto si potesse trovare in vendita.

Migrazioni – Inutile dire che, almeno all’inizio, sull’onda di reportage e documentari che, con la scusa del fenomeno di costume (appunto), mostravano decine di ragazze in tanga sulle spiagge assolate di Rio e del resto del Brasile, si produsse un movimento, quasi una migrazione, di giovani occidentali verso il Paese sudamericano. Mentre il costume in questione stentò, forse per la sua natura intrinsecamente provocatoria, a ritagliarsi una fetta di mercato in Europa. Nei primi anni: oggi da Rimini e Cefali, non mancano gli esempi di tanga indossati dalle bellezze nostrane. Anche se la maggior parte (vedi sondaggio) delle ragazze italiane sembra ancora preferire il più tradizionale bikini.

Intimo – Ma la storia del tanga, e questo è l’aspetto più curioso (dal punto di vista del costume, inteso come fenomeno sociale), non si è fermata sulla battigia. Il costume (il capo d’abbigliamento) ha infatti lasciato le spiagge per trasformarsi in uno degli oggetti di intimo più venduti nel mondo. Con un giro d’affari di svariati miliardi di dollari. Già, perché l’estate, almeno in Europa, è breve. Le vacanze ancor di più. Mentre il successo riscosso dall’invenzione della signora Rose è stato tanto travolgente da superare i limiti imposti dalla bella stagione. Responsabile della «conversione» è questa volta uno stilista americano, Frederick Mellinger, che, sotto il marchio californiano Frederick’s of Hollywood, lo lanciò nell’agosto 1981 ispirandosi all’omonimo e trasgressivo costume da bagno popolare sulle spiagge brasiliane. Ecco dunque che come capo intimo, come microslip, insomma, può ora essere indossato in qualunque momento dell’anno sotto gonne o pantaloni attillati. Il gioco della seduzione non vuole limiti. 6 agosto 2002 (Servizio pubblicato da corriere.it)

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