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I ricchi ladri

Pubblicato il Pubblicato in Cronaca italiana e internazionale

Cronaca di casi abbastanza frequenti nella finanza italiana. Tanzi, patron “assoluto” di Parmalat, ammette di aver preso 1000 miliardi di lire. E Cesare Geronzi di Capitalia (Gruppo Cirio, squadra di calcio Lazio) indagato per un giro vorticoso di debiti miliardari.

Parte prima: il caso Tanzi di Collecchio (Parma)

Parma, 30 dicembre 2003. Il “tesoro occulto” di Calisto Tanzi, patron della Parmalat, potrebbe essere custodito nei caldi forzieri in Equador e sarebbe l’equivalente di mille miliardi di lire. E’ questa la distrazione di fondi dalle casse societarie, in particolare da Parmatour, eseguita da Calisto Tanzi in sette-otto anni. Lo ha ammesso lo stesso imprenditore nell’interrogatorio di convalida dell’arresto. Tanzi ha spiegato al giudice di aver saputo solamente a novembre dei falsi materiali. Ha anche aggiunto che era lui in persona ad indicare gli obiettivi da raggiungere, ma solo a posteriori gli veniva riferito come quegli obiettivi venivano raggiunti. L’imprenditore ha anche dichiarato di non possedere conti all’estero e di non opporsi ad eventuali rogatorie. Gli avvocati hanno chiesto gli arresti domiciliari anche per motivi di salute, come spesso accade ai capitani che hanno dato troppo alla società.

Intanto, secondo fonti del Ministero delle finanze, sembra che si stiano concentrando sull’Equador, le principali indagini degli inquirenti. L’Equador, uno dei tanti paradisi fiscali, è stato l’ultimo Paese visitato da Calisto Tanzi prima del rientro in Italia.

La polizia giudiziaria italiana ha avuto i primi riscontri e sta lavorando alla ricerca di eventuali conti correnti bancari legati a Parmalat e alla famiglia Tanzi, maggiore azionaria della società. Gli investigatori sono stati insospettiti nel corso dell’interrogatorio sulle attività di Tanzi in Equador perché quando gli hanno chiesto maggiori dettagli sulla sua permanenza, lui avrebbe replicato seccamente: “non rispondo, non sono cose che vi riguardano”, aggiungendo ironico “volevo andare alle Galapagos ma mi avete fermato prima”. L’Equador, secondo le indagini, sarebbe il paese ideale per nascondere i presunti 800 milioni di euro che Tanzi avrebbe distratto dalle casse della Parmalat in quanto non dispone di una moneta nazionale ma è “suddito del dollaro”. Pertanto non presenta problemi di cambio. Ricordiamo che il paese sudamericano, già noto a molti per colpi di stato militari, nel ’98 ha subito un collasso del sistema bancario. La Parmalat è tra le poche aziende italiane presenti sul mercato dell’Equador per il quale l’Italia è il secondo partner commerciale.

Le società operative di Parmalat in Ecuador le cui attività vengono ora passate al setaccio dagli investigatori sono quattro. Si tratta della Leche Cotopaxi Lecocem Compania de Economia Mixta, con un capitale sociale di 168 mila dollari e controllata al 95,92 per cento da Parmalat del Equador. La stessa controllante ha poi il 100 per cento della Parmalat Cedi Sa (59 mila dollari il capitale sociale dichiarato). Altre società operative sono la Parmalat del Equador Sa, controllata al 100 per cento dalla Dairies Holding International e dalla Productos Lacteos Cuenca Sa Prolacem, che ha un capitale sociale di 36 mila dollari ed è controllata al 97,19 per cento dalla Equadorian Foods Company. Una delle particolarità su cui si sta accentrando l’attenzione degli inquirenti è che quest’ ultima controllante, la Equadorian Food Company è una finanziaria la cui sede non è in Equador bensì a Road Town nelle British Virgin Island, uno di quei paesi d’Oltreoceano ritenuto ideale per le società off-shore, cioè quelle società che evadono il fisco con sofisticati movimenti ed operazioni d’ingegneria contabile.

Chiesto alla Ue lo stato di crisi del settore lattiero-caseario. Approvato il decreto per le “grandi imprese”. Riguarda le aziende con più di mille dipendenti in stato di insolvenza e con un debito di almeno un miliardo di euro

Roma, 24 dicembre 2003. Il Consiglio dei ministri ha approvato un decreto legge sulle grandi imprese in stato di insolvenza. Lo ha annunciato il ministro delle Attività produttive, Antonio Marzano, il quale non ha tuttavia fatto alcun nome, tanto meno quello della Parmalat. Il decreto riguarda le «imprese con più di mille dipendenti in stato di insolvenza», ha spiegato Marzano affermando che si deve inoltre essere in presenza di un debito di almeno un miliardo di euro. Il provvedimento non si applicherà a imprese già liquidate, ma a quelle che “vogliono ristrutturare e non liquidare”.

Sarà un commissario straordinario a gestire le grandi imprese insolventi che rientrano nell’ambito del decreto legge. Il ministro ha detto inoltre che la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale sarà “molto rapida” e che l’obiettivo del decreto è “salvaguardare l’occupazione, non gli azionisti e la dirigenza”.

“Nella ristrutturazione il commissario valuta se c’è la necessità di procedere a cessioni di asset, ma poi deve essere autorizzato dal ministro”. Il caso Cirio non verrà risolto con le procedure del nuovo decreto legge, ha concluso Marzano, in quanto il caso “è precedente”. Il governo italiano chiederà inoltre alla Commissione europea di riconoscere lo stato di crisi del settore lattiero-caseario in Italia per effetto della situazione della Parmalat. Contemporaneamente chiederà di attivare le misure comunitarie di sostegno e la deroga rispetto al regime ordinario degli aiuti di Stato, in modo da aiutare le imprese degli allevatori a uscire dalle diverse forme di crisi che stanno attraversando.

Martedì sera i consigli di amministrazione di Parmalat finanziaria e di Parmalat spa hanno deliberato di aderire alla procedura stabilita con il decreto legge approvato (Prodi-ter). Poiché il decreto legge verrà pubblicato mercoledì sulla Gazzetta ufficiale, i cda si sono riservati in alternativa di aderire alla Prodi bis. La doppia delibera di adesione alternativa o alla Prodi-Bis o alla Prodi-ter si spiega appunto con la necessità di attendere la pubblicazione del decreto, prudenza dettata anche dall’esigenza di esaminare nel dettaglio i contenuti del provvedimento e le sue applicazioni.

Un legale della Bank of America ha presentato martedì mattina alla procura di Milano un esposto per falso in scrittura privata nell’ambito dell’inchiesta su Parmalat, mentre è in corso in procura l’interrogatorio dell’ex direttore finanziario del gruppo, Fausto Tonna. Lo hanno riferito fonti giudiziarie, secondo le quali fra le persone interrogate lunedì c’era anche un dipendente di Parmalat che sabato e domenica avrebbe avuto il compito di distruggere la documentazione che provava i falsi. La fonte aggiunge però che magistrati e Guardia di Finanza sono riusciti comunque a ricostruire i documenti grazie al sequestro di computer e materiale informatico. Una delle persone interrogate lunedì, dice una fonte giudiziaria, ha detto che la società Bonlat era in realtà una “scatola vuota”, una società “creata nel 1998” costituita “soltanto da un fax” e ideata per creare “crediti inesigibili” da mettere a bilancio.

È intorno ai 7 miliardi di euro il “buco” di Parmalat stimato dagli inquirenti di Milano, in base ai risultati degli accertamenti. Il rosso è costituito dai 3,95 miliardi fantasma di Bonlat e altri 2,9 miliardi di euro di bond che la Parmalat aveva sostenuto nei bilanci aver ricomprato e che invece non risultano.

Il crac della Parmalat coinvolge anche il mondo della pubblicità. Il colosso alimentare, infatti, era uno dei principali investitori in pubblicità e si stima in quasi 50 milioni di euro la perdita in mancati introiti pubblicitari, pari a quanto investiva Parmalat in un anno in pubblicità su tv e giornali.

Il presidente del Senato, Marcello Pera, ha scritto a quello della Camera, Pier Ferdinando Casini, per informarlo che la Commissione Finanze e Tesoro del Senato il 18 dicembre ha deliberato di avviare un’indagine conoscitiva “sul finanziamento delle imprese attraverso emissioni di azioni, obbligazioni e ogni altro strumento destinato alla raccolta del risparmio sul mercato: controllo, trasparenza ed efficienza del mercato dei titoli a tutela del risparmio”. Pera inoltre annuncia che “già il 14 gennaio 2004 la Commissione plenaria procederà alle prime audizioni di rappresentanti della Consob e di associazioni di consumatori”.

Collecchio: tipografia di documenti miliardari falsi. I bilanci pieni di documenti creati ad hoc. Multinazionale? Era la fabbrica delle carte false. Si allarga lo scandalo Parmalat: il buco potrebbe essere superiore ai 7 miliardi di euro

Parma, 22 dicembre 2003. Macchè contratti derivati, swap, futures, opzioni e quant’altro ha partorito negli anni la fertile mente dei finanzieri. Certo, ci sono anche quelli a gonfiare il conto delle perdite. In estrema sintesi, però, il gigantesco crac della Parmalat può essere riassunto in due sole parole: carte false. Montagne di carte false. Sono falsi gli estratti conto bancari. Sono false le note di deposito presso gli istituti di credito. Sono falsi i contratti di licenza e perfino le cambiali. Sembra il fallimento del droghiere all’angolo e invece no: stiamo raccontando il crac dell’ottavo gruppo industriale italiano. Il buco accertato nei conti della Parmalat ha già raggiunto i 7 miliardi di euro, ma con ogni probabilità le dimensioni della catastrofe sono ancora maggiori. In queste ore gli investigatori stanno esaminando una quantità enorme di documentazione sospetta. Per esempio, ci sono contratti di licenza per il marchio Santal concessi ad aziende come la Boston holding, la stessa che rilevò alcune attività messe in vendita da Parmalat negli anni scorsi. Ebbene, l’inglese maccheronico di queste carte sembra lontano mille miglia dallo stile degli studi legali internazionali che si occupano abitualmente di questi affari.

Fatti marginali? Mica tanto. Sulla base di queste licenze fasulle il gruppo guidato da Calisto Tanzi riusciva a mettere a bilancio ogni anno decine di milioni di euro di proventi. E che dire delle promissory notes, le cambiali intestate anche a grandi aziende internazionali? Carta straccia, pure quella. Che però, nel bilancio Parmalat veniva valutata oltre un miliardo di euro. Per fabbricare questi documenti fasulli a Collecchio utilizzavano anche la carta intestata delle società fornitrici.

Vi sembra pazzesco? E allora che dire dell’ormai famigerato fondo Epicurum delle isole Cayman, quello che ha fatto da detonatore a tutto lo scandalo? Il fondo esisteva, certo. Solo che la Parmalat non ci aveva investito soldi, ma titoli. Falsi, anche quelli. Capirete allora perché era un po’ difficile per Epicurum restituire al mittente quell’investimento come pure si era impegnato a fare.

Insomma, si stanno delineando i contorni di una gigantesca frode e buona parte della trama è ambientata al caldo sole delle isole Cayman, dove ha sede la Bonlat, cassaforte off shore della Parmalat. Da questa società transita l’investimento in Epicurum. Qui approdano buona parte dei titoli falsi. Ed è ancora la Bonlat a gestire il falso riacquisto di bond per 2,9 miliardi messo a bilancio dalla Parmalat per tagliare i debiti. Il copione ovviamente era scritto a Collecchio. Con un unico scopo: mascherare le enormi perdite di gestione del gruppo.

In sostanza, le aziende controllate da Parmalat in ogni angolo del mondo, frutto di una faraonica e costosissima campagna acquisti condotta tra il 1997 e il 2001, viaggiavano, con poche eccezioni, in perdita cronica. Anno dopo anno il passivo del gruppo aumentava. «Che fare?», si devono essere chiesti a Collecchio. Risposta semplicissima: aumentiamo l’attivo. Difficile? Costoso? Macché: se le attività non ci sono, basta inventarsele. E allora via con la fabbrica dei falsi. Ce n’era davvero per tutti i gusti, come abbiamo visto. E le sorprese, probabilmente, non sono ancora finite.

D’altronde l’inchiesta giudiziaria è soltanto ai primi passi e ancora deve essere ascoltato dagli investigatori Fausto Tonna, il braccio destro di Tanzi, l’uomo dei numeri che potrebbe essere in grado di fornire molte spiegazioni ai magistrati. Due domande però, fra le tante, a questo punto della vicenda assumono particolare importanza. La prima: possibile che in tanti anni di malversazioni, di falsi sistematici, nessuno dei controllori si sia mai accorto di nulla? Nel consiglio di amministrazione della Parmalat siedono avvocati, banchieri e manager di grande esperienza. Poi c’è il collegio sindacale e le società di revisione, Deloitte Touche, quella principale, e Grant Thornton, che dava l’ok a quasi metà dell’attivo del gruppo, compresa la Bonlat delle Cayman. Non solo: per molti anni e fino al 1998, il revisore principale di Parmalat era proprio la Grant Thornton.

Da quanto emerge dalle prime sommarie verifiche, la gigantesca frode targata Parmalat durava ormai da molti anni. Eppure solo nell’ottobre di quest’anno i revisori hanno pubblicamente formulato qualche dubbio. E’ bastato quello per far crollare la diga. Nel giro di poche settimane Parmalat si è avvitata in un crac clamoroso. Nuova domanda: quando esattamente Tanzi ha alzato bandiera bianca svelando ai suoi interlocutori le dimensioni reali del disastro? Come rivelato ieri dal Corriere , il patron del gruppo mise le carte in tavola il 9 dicembre (lo stesso giorno in cui viene annunciata la nomina a consulente di Enrico Bondi), durante un incontro con i manager del gruppo americano Blackstone, interessato a rilevare Parmalat per ristrutturarla. Il progetto era pronto, ma Tanzi, che in quei giorni aveva avviato contatti con banche e Consob, preferì lasciar perdere. Il mercato fu informato sulle reali dimensioni del problema venerdì 19 dicembre. Nel frattempo il titolo Parmalat, e anche i bond quotati in Lussemburgo, fecero segnare alcuni rialzi e ribassi eccezionali. (V. M., 22 dicembre 2003)

La caduta del Gran Lattaio.

Milano, 23 dicembre 2003. “Né potere né denaro». Così parlò Calisto. Il gusto per i quadri dell’800 e la scelta della vita riservata. La scommessa della comunicazione attraverso lo sport Fissata tra gli obiettivi aziendali «l’abolizione della morte” (“problema gradualmente risolvibile”), l’uomo che, nei dintorni di Parma, pareva un megalomane era piuttosto Rodolfo Marusi Guareschi, il finanziere-messia autoelettosi Presidente della “Repubblica della Terra” e fondatore della “Impresa Universale in forma elicoidale ordinata in poli di triadi”. Tutto avrebbero immaginato, in queste grasse campagne padane, meno che a fare il botto mondiale fosse lui, il Gran Lattaio.

Niente pareva solido, concreto, materiale, come la Parmalat con i suoi camion e i suoi macchinari e i suoi bancali con milioni di cartoni e le sue fabbriche sparse nel mondo e quel padrone cresciuto tra prosciutti crudi e conserve di pomodori che faceva mostra di snobbare l’infida impalpabilità della finanza in nome dei buoni investimenti di una volta. “Macché new economy!”, dichiarava: “Sono orgoglioso di far parte della old-old economy!”. La vecchia economia delle cose che si possono vedere, annusare, toccare. E l’inviato del giornale finanziario plaudiva: “Conti e risultati alla mano, non gli si può dare torto”.

Mica c’entrava, lui, con la Parma godereccia finita nell’immaginario collettivo, spiegò un giorno Natalia Aspesi, come la città delle tre “s”: soldi, sesso e “sampagn”, versione emiliana dello champagne. Pareva essere quasi un corpo estraneo, rispetto a quella Parma vista dal poeta Mario Luzi come città di “sessualità non repressa, non covata né complicata” e dal parmense Alberto Bevilacqua come una “città di puri peccatori che potrebbero tranquillamente affrontare il giudizio universale”. E dopo mille confidenze proibite sulle avventure della peccaminosa Tamara Baroni che fece perdere la testa all’industriale Bubi Bormioli e della spogliarellista polacca Katharina Miroslawa coinvolta nell’omicidio del commerciante Carlo Mazza e poi ancora della pornodiva Petra Sharbach che mandò in tilt il mitico Tino Asprilla, gioiellino pazzo del calcio, mai che fosse girato pettegolezzo, uno solo, sul riservato Calisto. “Quale donna inviterebbe a cena per una serata off the limits, moglie a parte?”, gli chiese un giorno Monica Setta per “Amica”. E lui, potendo scegliere tra Sharon Stone o Monica Bellucci: “Rita Levi Montalcini. Una donna intelligente e piena di argomenti: sono sicuro che con lei non potrei annoiarmi”. Inossidabile.

Figlio di Melchiorre e nipote di Calisto, il nonno che gli aveva lasciato in eredità quel nome così eccentrico alle orecchie di chi non conosce la fantasia emiliana (Maratte, Marxina, Comunardo, Sebastite…), diploma di ragioniere, aveva dovuto farsi carico coi due fratelli dell’aziendina di famiglia quando, morto il padre, aveva solo 22 anni. Non era tanto convinto, avrebbe raccontato, della ragione sociale della “Tanzi Calisto e figli”, che commerciava prosciutti crudi e passato di pomodori: “Non c’era senso a vendere prodotti buoni ma anonimi”. Certo è che, quando con uno zio decisero di spartire, avrebbe voluto tenere i pomodori e mollare i prosciutti. Gli toccarono i prosciutti, ma non si perse d’animo. Pochi anni dopo, “rubata” l’idea del latte in scatola dopo aver visto lo scaffale di un supermarket in Svezia, cominciava a dare la scalata al mercato prima con la “Dietalat”, poi (“dicevano tutti: ma voi che avete un formaggio così buono, chissà come sarà il latte!”) con la Parmalat. Una scalata da vertigini, a un ritmo del 50 per cento l’anno con punte del 74 per cento.

Andava fiero, il Gran Lattaio che a Parma tutti chiamavano rispettosamente Il Cavaliere prima che l’ossequioso epiteto gli fosse sfilato da Berlusconi, dei grafici dei suoi bilanci: da 262 milioni a 14 mila miliardi e su su su! E snocciolava le fabbriche che aveva aperto in Russia e in Cile, in Australia o perfino, come ricordava giorni fa il “nostro” Maurizio Chierici (oggi all’Unità) in Nicaragua. E rivendicava il merito di essere stato tra i primi a credere fino in fondo nella pubblicità con i massicci investimenti nello sci di Gustav Thoeni e nella Formula Uno di Niki Lauda e nel concerto al Central Park di Luciano Pavarotti. E raccontava del giorno in cui si era sentito davvero arrivato, quando un taxista sudafricano l’aveva apostrofato così: “Scusi, lei è italiano? E’ vero che anche da voi in Italia c’è la Parmalat?”.

Democristiano dichiarato, amico di Giulio Andreotti, Giovanni Goria ma soprattutto Ciriaco De Mita, del quale elogiava “la chiarezza delle idee e delle esposizioni”, dicono patisse un po’ il non aver potuto studiare (sofferenza attutita da due lauree honoris causa) e che da ciò gli fosse venuto il vezzo di accumulare nella villa di Vigatto, fatti i soldi, quadri su quadri di grandi pittori, soprattutto dell’Ottocento. Una passione accompagnata dall’abitudine di donare agli amici e ai personaggi più influenti di Parma, a Natale, preziosi volumi da lui stesso editati. Come l’ultimo, “Philobiblon”, una galleria di grandi uomini ritratti con un libro in mano.

Dicono ancora che subisse un pizzico di gelosia, celata con garbo, per la popolarità di Pietro Barilla. Popolarità che lui non sarebbe riuscito ad eguagliare mai, neppure portando in serie A e poi in Europa, grazie ad Arrigo Sacchi, quel Parma che mai prima si era affacciato sulla ribalta del grande calcio. Un’avventura seguita dal rastrellamento d’una dozzina di altre squadre di lustro in tutto il mondo, dal brasiliano Palmeiras alla moscovita Cska, dall’uruguagio Peñarol all’America di Città del Messico. E dal crescere di perplessità intorno a certe operazioni come l’acquisto e la vendita a cifre astronomiche di brocchi e ronzini che servivano solo, accusavano i nemici, a ritoccare i bilanci.

Uomo alla larga dalla mondanità, salvo rare puntate al Teatro Regio per qualche opera verdiana, sembrava tenere soprattutto a una cosa: la faccia. E dopo aver tentato di dar vita a una televisione privata (EuroTv poi battezzata OdeonTv: due fallimenti onerosissimi) che facesse concorrenza con valori buoni alle emittenti berlusconiane (al punto di guadagnarle il nome ironico di “Telebontà”) dava interviste in cui diceva: “Né libertà, né potere, né denaro: il mio valore di riferimento è la coerenza”. Oppure: “Detesto quelli che, e in giro ce ne sono tanti, predicano bene e razzolano male”. Ahi ahi… (di G. A. S., 23 dicembre 2003)

Parte seconda: il caso Geronzi

Disposte perquisizioni. Il titolo della banca Roma in discesa. Caso Cirio: Geronzi indagato per bancarotta. Il presidente di Capitalia iscritto nel registro degli indagati in relazione al crac dell’azienda che apparteneva a Cagnotti. Il presidente di Capitalia Cesare Geronzi, è stato iscritto sul registro degli indagati della procura di Roma nell’ambito dell’inchiesta sul dissesto della Cirio.

Roma, 5 dicembre 2003. Nei suoi confronti sono state disposte perquisizioni. Perquisizioni e sequestri sono state disposte dai magistrati romani anche nelle sedi delle banche San Paolo-Imi e Popolare di Lodi.

Geronzi è indagato per bancarotta fraudolenta aggravata in relazione al crac Cirio e per truffa in relazione all’emissione delle obbligazioni della ex società di Cragnotti. L’iscrizione nel registro degli indagati di Geronzi nell’ambito dell’inchiesta Cirio ha portato ad una flessione del titolo Capitalia in Borsa.

Capitalia “riafferma la totale liceità della sua condotta e delle sue scelte” nella vicenda Cirio. Lo afferma una nota del gruppo bancario romano. È la più antica industria conserviera italiana. La Cirio è ufficialmente in liquidazione. Comunicazione del presidente in apertura dell’assemblea degli azionisti. Nominati i liquidatori. Banche pronte a intervenire

Roma, 31 luglio 2003. “Questa sera dobbiamo limitare l’ordine del giorno a quei punti che non avremmo mai voluto prendere in esame: la messa in liquidazione della società”. Lo ha detto il presidente di Cirio Finanziaria, Gianni Fontana, aprendo l’assemblea degli azionisti. “I nostri tentativi e il nostro impegno di trovare iniziative migliorative non hanno sortito effetti positivi». Fontana si è detto «fortemente dispiaciuto”, ma ritiene possibile che nelle succesive fasi si possano trovare altre soluzioni: “Non è finita qui la storia della Cirio”.

“Il marchio e il valore sociale, il simbolo italiano che ha sempre rappresentato questo gruppo, ritengo avrebbe dovuto incontrare volontà, disponibilità, senso istituzionale più forte di quello che abbiamo riscontrato”, ha accusato Fontana. Emanuele Dinnella, Vittorio Silvestri e Stefano Saponaro sono stati nominati liquidatori di Cirio Finanziaria. Le banche Intesa, Capitalia, Sanpaolo-Imi e Unicredit sono pronte a intervenire nella crisi Cirio se ci sarà un progetto «valido» e «meritevole di essere sostenuto». Lo affermano in un comunicato congiunto. La Cirio è la più antica industria conserviera italiana. Era il 1856 quando Francesco Cirio fonda a Torino il primo stabilimento di trasformazione di prodotti ortofrutticoli cui dà il proprio nome: nasce la Cirio e si diffonde in tutta Italia con stabilimenti conservieri i cui prodotti vengono presto esportati in tutto il mondo. Nel 1867 il marchio Cirio approda a Parigi all’esposizione universale. Alla scomparsa del fondatore, nel gennaio 1900, è una delle più grandi e conosciute aziende agroalimentari d’Europa. Circa 150 anni dopo, 1999-2001, la società cede il settore lattiero-caseario e si concentra nel conserviero con l’acquisizione della multinazionale Del Monte. Il gruppo Cirio-Del Monte diventa così uno dei grandi gruppi alimentari internazionali, con società operative e stabilimenti in Europa, Asia Africa e in America Latina. In Italia gli stabilimenti sono tre: a Podenzano (Piacenza), Caivano (Napoli), San Felice sul Panaro (Modena). I principali settori in cui opera il gruppo sono le conserve vegetali, le conserve di frutta e le bevande a base di frutta. Con una produzione annua di 500 mila tonnellate di pomodoro, lavorato in tre stabilimenti situati in Italia, Brasile, Portogallo e Grecia e il gruppo è uno dei più grandi produttori di derivati del pomodoro nel mondo, inoltre, è leader di ananas in scatola, con stabilimenti di lavorazione in Kenia, Filippine e Thailandia e una quota di circa il 40 per cento del mercato mondiale.

Tutte le tappe del caso Cirio

Gennaio 2003 – Le banche intervengono con un prestito ponte di circa 25 milioni di euro per garantire l’operatività del gruppo Cirio. Negli stessi giorni, Sergio Cragnotti lascia la Lazio e la carica di presidente della Cirio, pur rimanendo nel cda. Vengono nominati il nuovo presidente, Gianni Fontana, e due amministratori delegati, Gianfranco Cianci e Roberto Colavolpe.

Febbraio 2003 – Su richiesta della Consob vengono resi noti i dati di fine 2002 della Cirio. Emergono perdite per 144 milioni di euro. L’indebitamento, alla fine dell’anno sfiora i 700 milioni. Un’associazione di consumatori chiede che venga dichiarato il fallimento della societá.

Maggio 2003 – Gli advisor Livolsi e Rothshild presentano il piano di salvataggio definitivo. Il cda lo fa proprio. Per ciascuna delle sette emissioni non onorate vengono proposte diverse percentuali di recupero del capitale investito (per i bond Cirio Holding ai sottoscrittori viene proposto di rinunciate all’86,5%% dell’investimento) per la restante quota si offre la conversione in azioni.

Giugno 2003 – La Consob approva il prospetto per l’operazione di salvataggio con conversione dei titoli obbligazionari in partecipazione azionaria. La procura di Monza avvia un’inchiesta sulla vicenda sulla base della denuncia di un risparmiatore.

Luglio 2003 – Mentre si raccolgono le deleghe per l’assemblea degli obbligazionisti prevista dal regolamento dei prestiti affiora l’ipotesi Cukurova. Il gruppo finanziario turco, in accordo con Cragnotti, dichiara di essere pronto a intervenire nel salvataggio di Cirio. Un’ipotesi che gli advisor giudicano «poco realistica». Il 28 luglio l’assemblea degli obbligazionisti boccia il piano di ristrutturazione del debito. Il 29, il cda chiede il rinvio dell’assemblea degli azionisti. Il 31 l’assemblea degli azionisti chiede la liquidazione. Intanto, la Procura di Roma affida una serie di consulenze tecniche-finanziarie, contabili bancarie per fare luce su tutta la situazione amministrativa del gruppo Cirio a partire dal 1998. Tutto questo si aggiunge alle indagini giá in corso su Cragnotti per false comunicazioni sociali e concorso in truffa.

Agosto 2003 – Si imbocca la strada dell’amministrazione straordinaria: un salvagente, assicurato dalla legge Prodi, che consente di evitare il fallimento. L’obiettivo è quello della vendita della società o del gruppo (tempo massimo 15 mesi) oppure il risanamento della società (tempo massimo 2 anni). Il ministero delle Attività Produttive indica tre commissari: per la parte legale Attilio Zimatore, per gli aspetti industriali Mario Resca e per le questioni finanziarie Emmanuele Emanuele. Il Tribunale di Roma non aderisce però completamente alla richiesta del dicastero. Uno dei commissari indicati dal ministro, Emanuele, presidente dell’Ente Cassa di Risparmio di Roma, viene sostituito a fronte di un potenziale conflitto di interesse in quanto l’ente è socio di Capitalia, uno degli istituti più esposti nei confronti del gruppo Cirio. Al suo posto viene nominato Luigi Farenga. I commissari giudiziali hanno trenta di tempo per redigere una relazione sulla società. Alla scadenza, il tribunale, sentite entro 10 giorni le osservazioni del governo, ha un altro mese di tempo per valutare la relazione e dare avvio alla vera e propria amministrazione straordinaria con la nomina dei commissari straordinari.

Settembre 2003 – Il 26 arriva il sì dei commissari giudiziali alla Prodi Bis per la Cirio . Il giudizio è contenuto nella relazione di 234 pagine inviata al tribunale di Roma. “I commissari giudiziali – si legge – esprimono una valutazione sicuramente favorevole all’ ammissione delle società insolventi alla procedura di amministrazione straordinaria”. “Le analisi e le considerazioni svolte in questa relazione -sottolineano i tre commissari- consentono di affermare che le attività imprenditoriali esercitate dalle società insolventi (ed in specie dalla società operativa Cirio del Monte Italia) possono rapidamente recuperare un soddisfacente equilibrio economico, ripristinando un rapporto fisiologico tra costi e ricavi e mantenendo una posizione di grande rilievo nel mercato agro-alimentare». Inoltre, si può prevedere ragionevolmente che “il recuperato equilibrio costi/ricavi sia suscettibile di ulteriore miglioramento attraverso gli interventi descritti nelle pagine precedenti, con la prospettiva di conseguire sempre più ampi margini di redditività”.

Ottobre 2003 – Il ministero delle Attività Produttive dà il parere favorevole all’amministrazione straordinaria. La decisione sul ricorso alla Prodi bis per il gruppo agroalimentare verrà assunta dal tribunale entro un mese dal deposito o della relazione, avvenuto il 26 settembre scorso. Intanto, si allarga l’inchiesta giudiziaria. Per Sergio Cragnotti, arriva una nuova ipotesi di reato: bancarotta fraudolenta reiterata. Oltre al finanziere romano, sarebbero stati iscritti sul registro degli indagati altri 23 manager compresi i tre figlie dell’ex presidente del gruppo, Elisabetta, Andrea e Massimo. Per stilare la lista degli indagati, i magistrati avrebbero passato al vaglio tutti i verbali delle riunioni dei cda.

30 ottobre – Vertice alla Procura di Roma. Dura quasi cinque ore l’incontro tra i magistrati che si stanno occupando dell’inchiesta. Vi prendono parte oltre al sostituto procuratore Achille Torre e all’aggiunto Tiziana Cugini, titolari dell’indagine a Roma, anche il procuratore di Avellino Aristide Mario Romano e il sostituto Vittorio Santoro, il sostituto Tommaso Coletta di Firenze, il procuratore di Monza Walter Mapelli, il sostituto Luigi Orsi di Milano e il magistrato incaricato delle indagini a Torino. Al termine l’annuncio. Sarà la Procura di Roma ad occuparsi del filone della bancarotta nell’inchiesta sulla holding Cirio , mentre il reato di truffa derivato dalla non corresponsione dei bond verrà esaminato nelle singole Procure dove sono state presentate le denunce dagli obbligazionisti (le persone cui non sono stati corrisposti i bond sono 35 mila, ma solo alcuni hanno presentato denunce). Viene annunciata una consulenza tecnico-contabile sui documenti sequestrati il 22 ottobre durante le 38 perquisizioni eseguite dal Nucleo regionale della polizia tributaria e disposte dalla magistratura romana coordinata dal procuratore Achille Toro. A eseguirla gli stessi periti ai quali, nel luglio scorso, era stato affidato l’incarico di ricostruire la situazione amministrativa della Cirio dal ’98 ad oggi. Le carte, in ambiente giudiziario, sono ritenute di grande importanza per ricostruire i collegamenti tra la società principale e le altre del gruppo.

4 novembre – Monza. Nuovi interrogatori e nuovi provvedimenti nei confronti di dirigenti legati al mondo bancario. Continuano gli sviluppi dell’inchiesta avviata sul collocamento dei bond Cirio, dopo l’iscrizione nel registro degli indagati di Fabio Arpe, il primo banchiere (fino a ieri amministratore delegato di Abaxbank) a finire nell’indagine curata dal sostituto procuratore Walter Mapelli. Le indagini sembrano orientarsi verso altri personaggi ai vertici di istituti di credito che in passato avrebbero deciso di ‘piazzare ai risparmiatori i bond a rischio della società di Cragnotti.

9 novembre – Si presenta presso la Procura di Roma l’imprenditore Sergio Cragnotti per essere sentito nell’ambito dell’inchiesta sulla holding Cirio. L’ex patron della Lazio, assistito dall’avvocato Giulia Bongiorno, viene interrogato e rende dichiarazioni spontanee ai magistrati titolari dell’inchiesta, il procuratore aggiunto Achille Toro e i sostituti Tiziana Cugini e Gustavo De Marinis.

27 novembre – Nuova ipotesi di reato per l’ex patron della Lazio, Sergio Cragnotti, già indagato dalla Procura di Roma per bancarotta fraudolenta e truffa nell’ambito dell’inchiesta sul dissesto della Cirio. Il procuratore aggiunto Achille Toro, avvia una nuova indagine sulla base di elementi emersi dall’esame di documenti sequestrati nell’ambito dell’indagine principale. L’ipotesi è che l’industriale possa aver versato somme di denaro a pubblici funzionari.

5 dicembre – Nell’inchiesta entra il presidente di Capitalia Cessare Geronzi. Il reato ipotizzato è quello di concorso in bancarotta fraudolenta e truffa. Il procuratore aggiunto Achille Toro che dirige l’inchiesta ha disposto perquisizioni e accertamenti anche presso la Banca Popolare di Lodi e il San Paolo Imi.

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