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Il crac Parmalat, il Made in Italy sbeffeggiato

Pubblicato il Pubblicato in Cronaca italiana e internazionale, Giustizia e legalità

Sarà accertato dalla magistratura “Se c’è un porco in Italia è proprio il sig. Tanzi, con quella sua bocca da maiale e gli occhi corvini, molto amato da De Mita e da quasi tutto il mondo catto-comunista tosco-emiliano, che ha imbrogliato mezzo mondo e fatto sparire centinaia di milioni dalle casse per portarli in Svizzera e alle isole Cayman…ebbene meriterebbe di essere tritato per una produzione di salamelle spezziate per cannibali. Il guaio, caro sindaco di Parma, non è tanto l’immagine della città che ci va di mezzo, ma quella dell’intera imprenditoria italiana e del Made in Italy (“non tanto per l’aspetto economico, “crac Parmalat”, ma per la morale e l’immagine…”, frase registrata da TG 1 serale, 1 gennaio 2004, auguri!)”. Hanno forse torto in molti ambienti stranieri di considerarci truffaldini e poco affidabili?

Parma, altro che città d’arte e di storia, da oggi si chiamerà “la città del gran lattaio, furfante ed imbroglione che ha fatto sparire in dieci anni migliaia di miliardi e fa la comunione una o due volte alla settimana. Dio vede tutto ma non il vescovo e il parroco”. Le minoranze chiedono di sistemare un nuovo cartello stradale alle periferie delle due città innondate dallo scandalo Parmalat. Il marchio con la nuova dicitura sarà registrato. Il consorzio per la tutela dei prodotti dop, doc e coc si presterà per l’installazione tridimensionale.

Parte 1

Tanzi forse avrebbe nascosto la somma nel corso della breve fuga tra l’Europa e l’America centrale delle settimane scorse. Parmalat: dove saranno finiti 3,7 miliardi di euro? Gli investigatori alla ricerca del tesoro nascosto dai Tanzi. I contatti con il San Paolo e la telefonata dei banchieri a Collecchio. Il ruolo di Manieri.

Parma, 2 gennaio 2004. Ultimi giorni di novembre: il castello di carte della Parmalat di fatto è già crollato, ma pochi lo sanno. Le reali dimensioni del disastro restano un segreto ben custodito da un pugno di persone che contano davvero ai vertici del gruppo di Collecchio. Tra queste, Calisto Tanzi e l’ex direttore finanziario Fausto Tonna, che giocano un’ultima disperata partita a poker nel tentativo di attutire le conseguenze del crac. Un testimone diretto di quegli avvenimenti ha raccontato ad noto quotidiano nazionale, alcuni episodi di quelle ore drammatiche. In parte questi fatti sono già oggetto dell’indagine condotta dai magistrati di Milano e di Parma. E uno, in particolare, apre nuovi scenari investigativi sulla più grande frode della storia d’Italia.

Fu, infatti, in un giorno compreso tra il primo e il quattro di dicembre che alla direzione finanziaria di Parmalat giunse una telefonata di un funzionario del gruppo bancario Sanpaolo Imi. “Ma che succede, avete fatto rientrare i soldi tutti insieme? Che cosa ci volete fare con 3,7 miliardi di euro?”. Questo, in sostanza, il senso delle parole dello stupefatto funzionario. All’altro capo del filo il manager finanziario del gruppo di Collecchio non sapeva che pesci pigliare. Se la liquidità proprio non c’era, come lui sospettava e come si sarebbe scoperto ufficialmente soltanto due settimane dopo, da dove venivano quei soldi? E se la liquidità custodita alle Cayman, invece, esisteva realmente, perché mai farla rientrare tutta insieme? Queste le domande che frullavano in testa al dirigente Parmalat che, allibito, non poteva fare altro che prendere tempo, promettendo al suo interlocutore chiarimenti nel giro di qualche ora. Non siamo in grado di dire se il funzionario abbia mai ricevuto le spiegazioni promesse. In compenso, però, sappiamo che nei giorni seguenti Tanzi contattò personalmente il Sanpaolo Imi. Per il 4 dicembre venne fissato un incontro fra lo stesso Tanzi e due top manager del gruppo bancario. Con ogni probabilità la riunione doveva servire a discutere la provenienza e la destinazione di quei 3,7 miliardi. Tutto però rimase sulla carta, perché con poche ore di anticipo il patron della Parmalat annullò l’appuntamento senza fornire spiegazioni.

Nel corso dei suoi lunghi interrogatori Tanzi ha raccontato ai magistrati un episodio che presenta alcuni singolari elementi di coincidenza con la vicenda del misterioso rientro dei 3,7 miliardi.

Secondo il patron della Parmalat, nei primi giorni di dicembre un uomo d’affari era pronto a investire oltre 3 miliardi per tentare il salvataggio del gruppo. Chi sarebbe questo misterioso cavaliere bianco? Nella sua deposizione, il cavalier Calisto avrebbe fatto il nome del finanziere Luigi Antonio Manieri. Che rapporto c’è fra i 3,7 miliardi pronti a rientrare in Italia ai primi di dicembre e l’ipotetico intervento di Manieri? Il giorno di San Silvestro i magistrati di Parma hanno ascoltato per oltre tre ore il presidente del Sanpaolo Imi Rainer Masera come persona informata dei fatti. E al centro della deposizione ci sarebbe stato proprio il ruolo che avrebbe svolto la grande banca torinese nella singolare vicenda dei 3,7 miliardi. Al termine dell’incontro fra Masera e i pm di Parma, una fonte vicina all’istituto ha dichiarato che Manieri «ha contattato il Sanpaolo Imi», ma non è stato aperto alcun conto perché, ha dichiarato il portavoce, «non c’erano i presupposti».

In effetti, il 27 novembre, Manieri, tramite l’avvocato Giacomo Torrente, contattò la fiduciaria del Sanpaolo per aprire un conto di 3,7 miliardi.”Abbiamo fretta – disse in sostanza Torrente -, abbiamo solo un paio di giorni per chiudere l’operazione”.

Richiesto di dare spiegazioni sulla provenienza di una somma tanto ingente, l’avvocato di Manieri rimase nel vago. E al Sanpaolo, di conseguenza, già il 28 novembre, un venerdì, non restò altro da fare che chiudere la porta in faccia all’aspirante cliente. La tregua durò giusto un weekend. Nei primi giorni della settimana successiva iniziarono i contatti tra la banca guidata da Masera e i vertici della Parmalat. Ci fu la telefonata alla direzione finanziaria di Collecchio. E poi l’appuntamento mancato del 4 dicembre. In ballo c’erano ancora 3,7 miliardi, la stessa somma che Manieri, tramite Torrente, avrebbe voluto depositare alla Sanpaolo fiduciaria.

Che fine hanno fatto allora quei soldi? Esistevano davvero, oppure siamo di fronte all’estremo bluff di un uomo disperato, a un tentativo maldestro di fare carte false per salvarsi dal dissesto? La riposta a questi interrogativi riveste una grande importanza. Si è scoperto che Tanzi, prima di finire in manette il 27 dicembre, ha viaggiato per alcuni giorni. Portogallo, Sudamerica (forse in Ecuador), Svizzera, questo l’itinerario dell’ex patron di Parmalat.

C’è chi sospetta che questo lungo giro abbia qualcosa a che fare con la gestione di un eventuale tesoro occulto dell’imprenditore emiliano. E forse con quei 3,7 miliardi che ai primi di dicembre cercavano una strada per rientrare in Italia.

Nei primi 10 giorni di dicembre Tanzi sembrava far gran conto su quella enorme somma. Infatti, tra il 9 e l’11 dicembre, nelle trattative col gruppo americano Blackstone, disponibile a valutare un eventuale salvataggio di Parmalat, il patron del gruppo aveva delineato un piano in cui un investitore esterno sarebbe intervenuto con circa un miliardo, mentre per altri 3 miliardi «provvederemo noi», ripeté più volte il cavalier Calisto ad alcuni top manager e consulenti del gruppo di Collecchio. Per un motivo che resta misterioso quei soldi non sono mai rientrati e anche l’intervento di Manieri, se mai fosse stato previsto, non si è concretizzato.

Di certo la figura del presunto cavaliere bianco presenta alcuni aspetti a dir poco singolari. Manieri infatti, un sessantenne di origini pugliesi, è un uomo d’affari totalmente sconosciuto alle cronache finanziarie. Il suo nome è rimbalzato per la prima volta sui giornali nello scorso autunno, quando fu indicato come acquirente di Parmatour, il polo turistico della famiglia Tanzi in grave difficoltà (oltre 300 milioni di debiti). Manieri fece smentire la sua partecipazione. Ma nei giorni scorsi l’uomo d’affari pugliese ha fatto marcia indietro confermando che anche lui era della partita. Adesso, dopo la catastrofe Parmalat, anche l’operazione Parmatour sta per andare in fumo. La cordata degli acquirenti sembra infatti intenzionata a ritirarsi.

In quell’occasione, comunque, Manieri indossò davvero i panni del cavaliere bianco pronto a intervenire per dare una mano a Tanzi. Non solo. Il Corriere ha potuto consultare alcuni documenti siglati dallo stesso Manieri, che offre la sua disponibilità a esaminare la possibile acquisizione delle aziende lattiere raggruppate sotto l’ombrello della Boston holding.

Tutti marchi importanti come Carnini, Sole, Matese, Giglio, che alle spalle hanno una storia particolare. Fino a due anni fa, infatti, facevano capo tutti alla Parmalat. Poi intervenne l’Antitrust che costrinse Tanzi a cederli. Nel giro di tre anni le aziende hanno cambiato tre proprietari, tutti americani: prima Anthony Buffa, poi Louis Caiola infine Steven White. I componenti di questo terzetto condividono almeno due caratteristiche, oltre alla cittadinanza statunitense. Sono investitori finanziari del tutto sconosciuti in Italia e con scarsa o nulla esperienza specifica nel settore lattiero-caseario. Inoltre per le procedure legali dell’acquisizione sono stati assistiti dall’avvocato Gian Paolo Zini. Lo stesso professionista, arrestato il giorno di San Silvestro, che da almeno 10 anni è un importante consulente della Parmalat. Già nei giorni scorsi erano circolate indiscrezioni e sospetti sul ruolo dei tre investitori. Erano imprenditori in proprio o si muovevano per conto di Tanzi? Questa domanda resta per ora senza risposte certe. A quanto sembra, però, Manieri era pronto a prendere il loro posto. Almeno fino a quando Parmalat non ha fatto crac.

Parte seconda

Dagli 8,2 miliardi di euro di fine 2002 a quasi 13. Parmalat, i debiti oltre i 10 miliardi di euro. Per il commissario straordinario Bondi la situazione si è aggravata ulteriormente nel 2003. La conferma dei magistrati

Parma 29 dicembre 2003. Si allarga la voragine del debito Parmalat. Lo confermano oggi il commissario straordinario Enrico Bondi e i magistrati che stanno indagando sul buco. Le cifre concordano: siamo oltre i 10 miliardi di euro.

Dagli 8,2 miliardi di debiti di fine 2002 (ma dal bilancio consolidato risultavano debiti totali per 7,18 miliardi), la situazione di Parmalat si è ulteriormente e sensibilmente aggravata nell’ultimo anno. Lo afferma Enrico Bondi nella relazione per l’ammissione allo stato di insolvenza. Dei debiti, 5,633 miliardi sono di provenienza da garanzie prestate a società del gruppo sempre al 31 dicembre scorso. Nel 2003, scrive inoltre Bondi, la situazione si è aggravata. Il gruppo Parmalat “Oggi è esposto nei confronti del mercato e delle banche per un importo che si aggira tra i 10 e i 13 miliardi di euro”. È quanto scrivono i pm milanesi nella richiesta di custodia cautelare per Calisto Tanzi. L’affermazione è riportata nell’ordinanza del Gip Guido Piffer.

Tuttavia Bondi definisce «prive di fondamento» le cifre circolate in giornata sul buco e sull’esposizione debitoria della Parmalat. “Stiamo già al lavoro su un piano di ristrutturazione finanziaria e industriale dell’azienda – hanno detto fonti vicine all’amministratore straordinario – le cifre esatte saranno comunicate al mercato entro i termini più brevi previsti dal nuovo decreto ministeriale”. Dopo la deliberazione dello stato di insolvenza di Parmalat, il tribunale fallimentare di Parma ha fissato per il 20 aprile la data di presentazione delle domande di credito, per il 19 maggio la prima udienza per la verifica delle priorità, ed entro la fine del 2004 – anche se è una previsione ottimistica, secondo quanto detto dal giudice delegato ai fallimenti Vittorio Zanichelli – la definizione dell’intero stato passivo con l’indicazione delle priorità.

Dopo Parmalat spa, anche Parmalat Finanziaria, come nelle attese, inoltrerà richiesta di ammissione allo stato di insolvenza. Anche coloro che detengono le “obbligazioni spazzatura” Parmalat potrebbero far valere i propri crediti davanti al tribunale fallimentare. L’eventualità, ventilata dai magistrati di Parma, sarebbe concreta qualora i titoli fossero stati emessi direttamente da Parmalat spa o da Parmalat Finanziaria dietro garanzia di Parmalat spa.

È stata depositata presso la procura della Repubblica di Milano la richiesta di convalida del fermo di Calisto Tanzi, ex presidente di Parmalat fermato sabato a Milano dalla Guardia di Finanza. L’udienza di convalida del fermo è prevista nel pomeriggio.

Lunedì mattina il nucleo tributario della Guardia di Finanza di Bologna ha perquisito i locali di “La Coloniale”, la holding della famiglia Tanzi già perquisita il 24 dicembre. È stata portata tutta la documentazione trovata all’interno dell’edificio. Il materiale sequestrato viene definito dagli inquirenti «molto interessante».

Sul sito della procura di Milano sarà attivato, a partire dal 7 gennaio prossimo, una finestra informativa utile a tutti gli azionisti di Parmalat. Lo comunicano i magistrati impegnati nell’indagine sul crac Parmalat.

Parte terza

Il crac Parmalat. Tanzi ai pm: ho tenuto per me solo pochi spiccioli. Sei ore di interrogatorio a San Vittore: «Avevo trovato 3,7 miliardi di euro». Ordine di arresto dal gip di Milano: aggiotaggio

Milano, 29 dicembre 2003. Già essere arrestato in strada a sorpresa, appena uscito da una riunione nel centro di Milano con il manager (Bondi) che ora in Parmalat deve rimediare ai guasti della sua gestione, non deve essere stato il massimo per Calisto Tanzi. Ma ieri ha sperimentato quasi di peggio: essere interrogato sei ore nel carcere di San Vittore dai pm di Parma che lo accusano di «bancarotta fraudolenta» e «associazione a delinquere», e al termine vedersi pure notificare dai magistrati di Milano un secondo arresto, stavolta per «aggiotaggio» e «concorso nelle false informazioni dei revisori» della società «Grant Thornton», reati per i quali la Procura milanese punta a chiedere entro 90 giorni il processo con «rito immediato».

A suo modo, Tanzi colleziona così un altro record, dopo le dimensioni del «buco» (7 miliardi di euro la stima minima) e della somma che in 11 anni è accusato di avere distratto a proprio favore dalle casse del gruppo di Collecchio (800 milioni di euro, “ma io al massimo posso aver preso degli spiccioli per spese personali, solo qualche 100 mila lire, 200 mila, 1 milione…”, ha negato ieri con una battuta durante l’interrogatorio): il fondatore e presidente di Parmalat, infatti, diventa la prima persona mai arrestata in Italia per questi due reati finanziari, che consentono il ricorso alle manette solo sul filo di una interpretazione molto incisiva delle norme. Tanto che a Milano i pm Francesco Greco, Eugenio Fusco e Carlo Nocerino, prima di chiedere l’arresto al gip Guido Piffer e di sperimentare quindi una linea giudiziaria che d’ora in avanti è destinata a mettere non poco sale sulla coda della comunità finanziaria, hanno atteso che sabato si fossero mosse le colleghe di Parma, Antonella Ioffredi e Silvia Cavallari, forti (per competenza territoriale) della ben più tradizionale e tranciante ipotesi di reato di bancarotta fraudolenta. In carcere Tanzi, pur con i suoi problemi cardiaci, sembra conservare un certo humour: “Volevo arrivare alle Galapagos ma mi avete fermato prima…”, ha ironizzato sui suoi giorni di Natale da Parma in elicottero in Svizzera, poi in Portogallo, quindi in un imprecisato Paese del Centro-Sud America, infine a Milano, forse ancora nel tentativo di ridare corpo al sogno di quel misterioso “cavaliere bianco” da 3,7 miliardi di euro che già il 4 dicembre aveva provato a prospettare alla banca San Paolo di Torino.

A dispetto delle 6 ore (routine per casi di questa complessità), nell’interrogatorio di ieri “si è rimasti alla fase di riscaldamento”, come dice l’avvocato Michele Ributti, che all’ipotesi di sottrazione degli 800 milioni ribatte con un soave: “Non sono spariti i soldi, eventualmente ci sono poste attive inesistenti”. “Distrazione di soldi? Bisogna intendersi sul concetto di distrazione – spiega l’altro difensore Fabio Belloni -. Alcune irregolarità non saranno negate, ma inserite nel loro contesto”. Quale? “Una concezione di “gruppo Parmalat” in senso allargato”. Lo stesso vale, secondo il legale, per la paternità in Parmalat delle condotte al centro dell’indagine: “E’ normale che tutti possano fare inizialmente fatica a comprendere il modo di Tanzi di interpretare i meccanismi di formazione dei processi decisionali in azienda, che funzionavano sulla base della delega. Poi può essere che abbia saputo alcune cose, o dato un assenso di massima: ma bisognerà andare a vedere nel merito e punto su punto”. Compito che lo stesso Tanzi si assumerà finendo di scrivere una memoria.

Nel frattempo, però, Tanzi deve affrontare anche le conseguenze penali (aggiotaggio, cioè alterazione sensibile del valore di strumenti finanziari) dell’aver continuato fino all’ultimo momento a “fornire rassicurazioni circa l’avvenuto riacquisto di 2,9 miliardi di euro di bonds in realtà non riacquistati”, e a “dichiarare l’esistenza in capo a Parmalat di 4,6 milioni di dollari presso la Bank of America” mai invece esistiti. Una tegola che cade anche sui revisori Lorenzo Penca e Maurizio Bianchi, presidente e partner di “Grant Thornton”, la società che certificava i bilanci dell’epicentro del terremoto Parmalat, la “Bonlat” alle isole Cayman: da almeno sei testimonianze i pm ricavano che sarebbero stati proprio i revisori “a consigliare di modificare in un modo più sofisticato il sistema sino allora utilizzato per occultare le perdite e le distrazioni”.

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