musei

Museografia: la comunicazione della memoria

Pubblicato il Pubblicato in Arte e cultura

Una esperienza progettuale

Stefano FILIPPI*

Il museo è comunemente considerato un luogo chiuso nel quale vengono raccolte cose straordinarie o curiose, e che comunque esulano dall’esperienza di ogni giorno. Tale concezione, non del tutto errata, ma estremamente restrittiva, deriva principalmente da due motivi: 1. il museo è considerato quasi come un tempio, come un luogo nel quale gli oggetti in esso contenuti assumono quasi un valore feticistico, sacrale; 2. esso è ancora visto come il luogo dei divieti, dove non si può toccare, vendere, comprare, dove le cose, che all’esterno cambiano, rimangono immutate.

Tale atteggiamento trova le sue motivazioni molto lontano nel tempo.

Presso gli Egiziani e le antiche civiltà orientali, furono utilizzati luoghi ed edifici per conservare i “documenti”, cioé quegli oggetti che servivano a testimoniare le gesta compiute a conferma della validità del regime politico: è lo strumento con cui la classe dirigente “comunicava” il proprio potere. Presso i Greci tali luoghi erano chiamati ? (letteralmente: luogo di deposito, tesoro). In seguito la parola “tesoro” (thesaurus) venne ad indicare sia la raccolta di materiali preziosi, sia le raccolte di oggetti di valore storico e religioso, riferiti ad una determinata comunità. In questo caso la “comunicazione” di valori non è riferita alla reale preziosità dei documenti, ma assume un valore di simbolo.

Gli edifici che contengono le raccolte hanno avuto di solito e continuano ad avere caratteristiche peculiari, sia per qualità architettoniche, sia artistiche, sia storiche: sono, cioè, “monumenti”. E sotto questo aspetto il monumentum, che origina dal latino monere, cioè ricordare, è logicamente riferibile al tesoro e quindi al museo.

Se consideriamo, poi, che ogni aggregato urbano fin dalle origini si è sviluppato intorno ai suoi templi e ai suoi luoghi pubblici importanti, comunicando la propria storia attraverso i “monumenti” dobbiamo convenire che la città può essere considerata museo di se stessa. Dunque il museo è evento collettivo, sia perché riferito al territorio urbano o extraurbano nel quale è collocato, sia perché comunicazione culturale di interesse pubblico. La conoscenza del passato nei suoi molteplici aspetti è, dunque, patrimonio di tutti, sia perché ognuno contribuisce per la propria parte al raggiungimento di un dato grado di civiltà, sia perché la cultura è indispensabile per il miglioramento della qualità della vita.

La conoscenza della memoria storica dei luoghi diviene, allora, il momento principale nello sviluppo culturale di un popolo e lo stimolo che conduce alla nascita di quella coscienza, individuale e collettiva, che rappresenta il progresso di ogni forma di aggregazione umana.

La storia del territorio antropizzato è rivelata dai monumenti, dalle strutture viarie, sia urbane che extraurbane, dalle iscrizioni, e costituisce, spesso, un “museo nascosto”: compito delle istituzioni, sia pubbliche che private, e delle persone intellettualmente mature e responsabili, è quello di rendere opportunamente manifesti ed educativi questi “segni materiali della storia”.

L’obiettivo può essere raggiunto attraverso lo studio delle trasformazioni ambientali rapportando le situazioni pregresse all’attuale assetto organizzativo e spaziale dei siti urbani ed extraurbani e promuovendo un’operazione di musealizzazione del territorio. Vediamo più da vicino questo aspetto cercando di capire come tale processo, che costituisce una novità di non facile realizzazione, possa essere compiuto.

Il criterio generalmente adottato per salvaguardare e far conoscere le testimonianze culturali di un luogo o di una personalità artistica è quello di conservare in appositi contenitori, adattando allo scopo una costruzione esistente o costruendone una ex novo, gli oggetti che documentano la storia del luogo o l’attività di quel personaggio. Tale sistema, pur avendo prodotto esempi di alta qualità, appare ormai insufficiente e superato dalle attuali esigenze culturali. Questo per due motivi fondamentali:

1. la godibilità delle opere esposte è fortemente condizionata dalla localizzazione territoriale del contenitore, dalla sua capienza, dal sistema di gestione;

2. le opere avulse dal contesto ambientale e culturale di origine possono perdere gran parte del loro significato, che viene ulteriormente modificato dal sistema espositivo.

La conseguenza di questa impostazione è che il museo non è in funzione del territorio, ma vive di una vita autonoma, che lo svincola dall’aggiornamento culturale e dallo sviluppo relegandolo in una autodeterminazione incontrollata.

Il museo, allora, estendendo la sua influenza al territorio di cui racconta la storia, deve perseguire i seguenti obiettivi:

• definizione degli ambiti di pertinenza e di sviluppo del processo di musealizzazione in relazione alle vocazioni ambientali del territorio;

• valorizzazione degli “eventi ” urbani ed extraurbani storicamente e culturalmente rilevanti;

• individuazione dei luoghi pubblici, interni ed esterni, deputati a costituire nuclei attivi nel processo di musealizzazione territoriale;

• individuazione dei manufatti di interesse storico‑artistico‑archeologico conservati negli edifici pubblici e privati da comprendere nel percorso di visita.

Lo studio urbanistico del luogo relativo a tutte le funzioni e le vocazioni dei singoli siti di uso pubblico e privato conduce alla definizione dei parametri progettuali che, filtrati attraverso gli strumenti urbanistici e un opportuno linguaggio architettonico, consentono di produrre il progetto esecutivo.

La rilevanza territoriale che, appunto, il MUSEO deve avere comporta di conseguenza una organizzazione molto più articolata e complessa, sia per quanto riguarda i servizi per il pubblico che per i dipendenti, sia per quanto attiene ai collegamenti che occorre realizzare per valorizzare l’ambiente antropizzato. La struttura del museo dovrà essere articolata in maniera da consentire spazi per l’esposizione, per gli uffici, per i depositi, per i servizi tecnici e per l’accoglienza dei visitatori. (fig. 1)

L’organizzazione funzionale sarà comprensiva di tutte quelle funzioni e servizi in grado di soddisfare le esigenze di tutti gli utenti, sia interni all’amministrazione che esterni. (fig. 2)

Infine per corrispondere alle varie esigenze che l’utenza pubblica richiede occorre prevedere una fruizione articolata per gradi di interesse. In particolare possono individuarsi 5 livelli:

1 LIVELLO

Orientamento preliminare

Notizie generali sulla natura e sulla struttura del museo

2 LIVELLO

Conoscenza base

Storia della formazione delle raccolte

Informazioni di massima sull’ordinamento scientifico del museo

Inquadramento storico dei significati e dei contenuti

Collocazione delle raccolte permanenti

Itinerari di visita

3 LIVELLO

Approfondimento

Mostre temporanee su temi specifici

4 LIVELLO

Itinerario integrale

Collocazioni permanenti della raccolta museale esposte secondo l’ordinamento scientifico

5 LIVELLO

Itinerario specialistico

Settore della ricerca scientifica relativa all’interesse specifico degli studiosi specializzati nel settore integrato da servizi di fototeca, microfilm, videoteca, multimedialità

A ciascun livello corrisponde, naturalmente, un diverso tempo di visita, derivante dal differente servizio offerto sulla base dell’approfondimento corrispondente al grado di interesse dei singoli utenti.

In sostanza l’obiettivo è quello di far conoscere l’ambiente antropizzato di oggi attraverso una gestione controllata e totale dei luoghi urbani ed extraurbani, sia potenziando le attuali funzioni e fruizioni, sia proponendone di nuove. In tal modo il contesto ambientale diviene vettore di conoscenza per l’utente, sia egli viaggiatore, turista o studioso, che si troverà immerso nella evocazione spazio‑temporale dei siti. Il principio informatore di tale operazione culturale è la lettura del territorio, superficiale o ipogeo, sia attraverso la visione diretta sia attraverso la “significazione” delle persistenze archeologiche con opportuna segnaletica (descrittiva e simbolica).

Il progetto della memoria nei luoghi e per i luoghi di essa, ovvero la musealizzazione del territorio, si sostanzia negli stessi siti, costruiti e naturali, trasformatisi nel tempo per eventi naturali o per opera dell’uomo.

Il museo, superato il suo tradizionale limite fisico, perde così le sue pareti per assumere gli spazi, vasti o discreti, della vita quotidiana proponendo nella dialettica di differenti testimonianze culturali la continuità della storia.

Con il progetto per la nuova sede del Museo Nazionale Archeologico di Altino, in corso di realizzando, sto cercando di concretizzare tale assunto.

Situato in area archeologica ed in territorio a grandi valenze ambientali può rappresentare un esempio di quanto possibile nella nuova gestione dei musei.

La posizione topografica, baricentrica rispetto alla laguna e all’entroterra, rappresentò da sempre un sito favorevole allo sviluppo abitativo e commerciale: il carattere geopolitico ne costituì la fortuna soprattutto in periodo romano, culmine dell’espansione della città.

Le prime tracce di frequentazione umana sembrano risalire al VII millennio a.Cr., ma è con l’età del ferro che si forma un primo insediamento stabile.

Nel V secolo a.Cr. si sviluppa uno stanziamento sul territorio di una certa consistenza posto tra il fiume Zero e il canale Siloncello, dove nel 131 a.Cr. verrà realizzata l’arteria romana principale, la Via Annia.(1)

La fortuna della città è dovuta anche alla posizione geografica limitrofa alla laguna e, quindi, al mare, nonché ai numerosi corsi d’acqua che costituirono una vera e propria rete di trasporto e di scambio commerciale. Il porto, probabilmente situato in località Montiron, secondo una delle ipotesi più plausibili(2), conferma la funzione di interscambio tra il traffico terrestre e quello acqueo‑marittimo‑lagunare.

L’organizzazione territoriale romana era affidata sostanzialmente a due grandi arterie, la Via Annia e la via Claudia Augusta, che collegavano Altinum, già nota alla fine I secolo d.Cr. per le sue ville e il suo lido, al Nord e al Nord‑Est, e ad altre strade minori che conducevano a Oderzo e a Treviso.(3) Le sedi stradali furono dai Romani sollevate su un terrapieno al riparo delle maree e dalle piene dei corsi d’acqua.

Il tessuto abitativo e l’impianto viario, delineati già alla metà del I secolo a.Cr., trovano completamento nella centuriazione estendentesi a Nord della città, fra il Muson e il Sile, e confinante con quelle di Padova, Asolo e Treviso: a partire dall’anno 89 a.Cr. per circa un cinquantennio si realizza la trasformazione da abitato paleoveneto a città romana. Altino diviene municipio e viene iscritta alla tribù “Scaptia”.(4)

Una serie di arterie minori consentiva di raggiungere i terreni agricoli e i pascoli, pur lontani dal centro abitato, e di collegare le altre città del Nord, come Treviso, Concordia e Aquileia: da questi centri venivano smistati i prodotti provenienti dal porto di Altino.

La maggiore espansione della città è da collocare agli inizi del I secolo d.Cr. come hanno rivelato le numerose campagne di scavo effettuate dalla Soprintendenza Archeologica del Veneto durante le quali sono venuti in luce numerose strutture edilizie della città e della necropoli, oltre ad innumerevoli reperti.(5) In tale periodo Altino assume il ruolo di importante scalo fluviale e marittimo dell’Adriatico controllando il traffico commerciale tra il Nord e il Mediterraneo.(6) Inoltre si sviluppa la produzione di lana pregiata, l’allevamento di mucche da latte, e si procede all’utilizzo della vasta rete idraulica di fiumi e di canali, che costituivano un efficace sistema di ricambio d’acqua nonostante la presenza di paludi e di barene, tanto da far sottolineare a Strabone e Vitruvio la particolare salubrità dell’ambiente. Risale all’età augustea la sistemazione idrica del canale Siloncello e la formazione di banchine di ormeggio per i natanti.(7)

Con il II secolo d.Cr. inizia una lenta, ma inarrestabile, decadenza economica e culturale di Altino, conseguenza anche del perduto equilibrio climatico, che aveva costituito quell’ecosistema artefice della fortuna economica e commerciale nel I secolo d.Cr.

Nel quarto secolo Altino diviene sede episcopale: la basilica, dedicata a S.Maria Assunta, sede della cattedra del vescovo, era probabilmente situata in prossimità dell’attuale strada per Trepalade. Tra le altre chiese esistenti per certo si annoverano S.Stefano e S.Andrea Apostolo, mentre non sicura è la presenza della chiesa intitolata a S.Mauro.

Nel VII secolo la città fu occupata dai Longobardi: a seguito di questo violento evento la maggior parte degli abitanti si rifugiò sulle isole: la sede episcopale fu soppressa e trasfererita a Torcello mantenendone il titolo, mentre la terraferma dell’agro altinate venne incorporata nella diocesi di Treviso.

In seguito continuarono i rapporti di Altino con Venezia e le isole della laguna, anche quando tutta la zona cominciò ad assumere sempre più quel carattere che fortemente caratterizza la campagna dell’entroterra: vasti appezzamenti di terreno con edifici isolati, costruiti secondo la tipologia del “casone veneto”. Dal secolo XVI si riscontra la presenza di grandi palazzi costruiti per assolvere funzioni agricole (produzione, conservazione dei prodotti dell’agricoltura e commercializzazione).

Oggi la vasta area dell’altinate, pur conservando numerose e rilevanti testimonianze di architettura rurale, nonché importantissime persistenze romane, ha assunto una nuova fisionomia grazie proprio a quella collocazione geografica che ne aveva decretato la fortuna fin dall’antichità. La presenza di importanti arterie di comunicazione e dell’aereoporto di Venezia, la vicinanza con i centri industrializzati del trevigiano e con il mare Adriatico conferiscono alla zona la funzione di cardine tra la città lagunare e la terraferma.

E’ per questo che l’operazione di musealizzazione appare particolarmente importante sia per le qualità storico‑ambientali del sito, sia per la possibilità di razionalizzare e potenziare i collegamenti territoriali, i quali possono assicurare la conoscenza e la diffusione delle testimonianze antropiche e, da ultimo, la riuscita dell’intera operazione museale.

La nuova sede del Museo Nazionale Archeologico di Altino si svilupperà sull’area un tempo risaia e poi azienda agricola costituita da due edifici rurali e dal terreno circostante di ca 1,50 ha posta nelle vicinanze dell’attuale museo.

Nel territorio veneto persistono cospicue testimonianze di architettura rurale, denominate casoni. L’epiteto indica una tipologia edilizia extraurbana che funge generalmente sia da struttura di servizio per le attività contadine, sia da abitazione per i proprietari o conduttori dei terreni.

L’utilizzo plurimo dell’edificio è denunciato dalla sua struttura compositiva articolata in una zona a portico ed in un’altra disposta su più livelli.

Viene in tal modo soddisfatta la duplice esigenza di disporre di uno spazio adeguato per il ricovero degli animali e degli attrezzi e dei prodotti della lavorazione della terra, e di collegare direttamente la vita domestica al luogo di lavoro. L’architettura risultante è costituita da una barchessa, o struttura ad essa assimilabile, e da un fabbricato multipiano.

I materiali impiegati sono la muratura di mattoni pieni, normalmente a due o tre teste, il legno per le coperture e i solai e il ferro per i collegamenti strutturali (fasciature e tiranti), mentre gli intonaci esterni, quando presenti, sono lavorati generalmente a fresco e colorati con terre prevalentemente gialle o rosse.

Il fabbricato maggiore, adibito originariamente soltanto a risaia, presenta caratteristiche costruttive e architettoniche piuttosto interessanti. La sua costruzione fu commissionata da Giuseppe Reali, imprenditore veneziano dell’Ottocento.

Il Reali il 13 maggio 1855 fu insignito da Francesco Giuseppe del grado di nobile dell’impero austriaco per le sue capacità imprenditoriali.

L’anno di costruzione dell’edificio va situato tra il 1852 e il 1856, in quanto esso compare nel catasto Austro‑Italiano tra le correzioni introdotte nel 1852 e nel 1856.

L’edificio minore non trova riscontro nei catasti: si può soltanto ipotizzare che sia stato costruito prima del 1890.(8)

L’area agricola era, data la morfologia del terreno, fin dai primi dell’Ottocento coltivata a riso: i due edifici assolvevano alle varie attività connesse con tale lavorazione, quali lo stoccaggio, lo smistamento e la vendita del cereale.(9)

La vicinanza con il canale Santa Maria rivestiva un ruolo strategico ai fini della commercializzazione del cereale a Venezia e nei mercati del regno Lombardo‑Veneto.

Le trasformazioni subite dai due fabbricati possono essere dedotte, oltre che dall’analisi della struttura e dei materiali, anche da una stima, eseguita nel 1890, alla quale è allegata la planimetria del terreno con le piante degli edifici.(10)

Il fabbricato maggiore dopo il 1930 fu ampliato sul prospetto EST di circa m. 6,50 per l’intera larghezza e fino all’altezza del primo piano: tale parte aggiunta fu poi demolita prima del 1960.

L’edificio minore, adibito ad uso abitativo con barchessa subì le maggiori trasformazioni allorquando il complesso rurale da risaia divenne azienda agricola. Il portico della barchessa fu parzialmente chiuso per meglio permettere il ricovero del bestiame, mentre due arcate sul fronte anteriore furono murate fino all’imposta dell’arco, e così pure, una sul lato minore verso la strada. All’interno vennero, poi poste le mangiatoie ed un muro divisorio a protezione degli animali. Le archeggiature della barchessa proseguivano la disotto degli alloggi con identiche proporzioni per i primi due, mentre il terzo risulta di minore altezza e l’arco è a sesto ribassato: furono murate per consentire maggiore spazio abitativo.

Alla fine dell’Ottocento, quando furono avviati in Italia massicci interventi di bonifica, si iniziò a regolamentare la produzione, fino a quando con la Legge 32 del 1905 fu vietata la coltivazione del riso nei terreni circostanti gli abitati, obbligando a bonificare coltivando i terreni a frumento e a mais.

Fu così che i due edifici divennero sede di una azienda agricola condotta a mezzadria.(11)

Originariamente il piano terreno era aperto sui quattro fronti con arcate a sesto ribassato, interrotte in corrispondenza degli angoli: tali aperture sono state successivamente murate a seguito della trasformazione a stalla per poter ricoverare il bestiame.

Il fulcro del nuovo sistema extraurbano e territoriale è previsto principalmente nella nuova area con i due fabbricati rurali e i necessari servizi aggiuntivi, attualmente in corso di realizzazione, mentre la sede attuale ospiterà la sezione del museo dedicata al mosaico.

Tale sistema museale, prossimo all’asse viario Padova‑Venezia‑Treviso, è in collegamento stradale e autostradale con Udine, Trieste e il confine da un lato, e con l’entroterra veneto dall’altro. Il sistema acqueo dei trasporti consiste in un solo collegamento turistico da Portegrandi a Treviso, attraverso il fiume Sile.

Il progetto prevede i collegamenti all’interno dell’area archeologica in maniera da consentire un arrivo più agevole e una migliore circolazione all’interno del parco archeologico utitlizzando i possibili vettori di trasporto. In particolare si prevedono i seguenti nuovi collegamenti:

1. aumento delle corse fluviali sul Sile;

2. la linea pubblica di navigazione da Venezia per Torcello può giungere a ridosso dell’area demaniale risalendo parte del fiume Dese e quindi imboccando il canale Santa Maria (con interscambio a Torcello);

3. realizzazione di piste ciclabili dal centro di Quarto d’Altino al museo (nuova sede) percorrendo parte dei tracciati romani, come pure di destinare ad attività agrituristiche le aree circostanti (ciò è possibile a seguito di una Variante di PRG concordata con il Comune di Quarto d’Altino);

4. un sistema di collegamento diretto da Tessera, dove vi è l’aeroporto di Venezia, il Marco Polo può far assumere interesse internazionale al nuovo museo effettuando una visita rapida (1 livello) durante le soste dei voli internazionali. (fig. 4)

Sulla base delle più aggiornate esperienze museali nazionali ed estere e in riferimento alla attuale legislazione sui musei pubblici, (in particolare la L. n° 4 del 14/01/1993, la cosiddetta Legge Ronkey), si ritiene indispensabile dotare tale struttura di quei servizi aggiuntivi e di quei requisiti che garantiscano la riuscita dell’operazione.

In particolare la nuova struttura sarà cosi articolata:

1. aree espositive (coperte e scoperte); 2. uffici (direzione, segreteria, catalogo, ufficio tecnico); 3. laboratori (restauro, fotografico); 4. biblioteca; 5. archivi (fotografico, grafico, descrittivo); 6. servizi aggiuntivi; 7. parcheggi (pubblico, dipendenti musei, carico e scarico materiali); 8. area gioco bambini.

La distribuzione funzionale di ciascun servizio offerto è in ragione della partecipazione del pubblico, sia passiva (informazione), sia attiva (collaborazione all’attività scientifica e didattica del museo), in maniera da far conoscere l’iter tecnico‑amministrativo, che dal rinvenimento del bene archeologico porta alla sua esposizione.

L’edificio ex risaia verrà destinato interamente ad allestimento inserendo al piano terreno la biglietteria e il bookshop, mentre i nuovi servizi verranno ospitati in una nuova struttura, articolata in due corpi di fabbrica, comprendente i depositi, i laboratori, i servizi igienici per il pubblico, la caffetteria e la centrale termica. (fig. 5)

La dialettica museo‑territorio e città‑cultura viene a trovare un punto di sviluppo alla luce di una continuità culturale che deve trovare la sua espressione nella crescita sociale.(12)

ILLUSTRAZIONI (vedi AIDANEWS n°19)

Fig. 1. Schema dell’organizzazione museale. Fig. 2. Attività proprie e connesse alla gestione del museo. Fig. 3. Il territorio altinate. In colore uniforme l’area archeologica, in bleu il limite del parco archeologico, in verde le piste ciclabili in progetto. Fig. 4. Veduta aerea di Altino. A sinistra il canale Santa Maria e in basso l’area demaniale con i due edifici rurali, nuova sede del Museo Nazionale Archeologico. Fig. 5. Il sistema dei collegamenti previsto: in verde le piste ciclabili; l’area demaniale con i due fabbricati esistenti dista circa 800 metri. Fig. 6. Organizzazione funzionale della nuova struttura museale.

Note

* Stefano FILIPPI è funzionario dal 1980 del Ministero per i Beni Culturali e Ambientali con la qualifica di Architetto Direttore. Ha diretto il restauro e la progettazione di siti monumentali e l’allestimento di diverse mostre.

(1) AA.VV. 1984, pp. 12‑13, 46

Scarfì‑Tombolani 1985, pp.23‑25

(2) Archivio Veneto, Palude di Cona; Via Claudia Augusta, p.20.

(3) Tirelli 1993, p.11

(4) Tirelli 1993, p. 10

(5) AA.VV. 1984, pp.45‑59; Scarfì‑Tombolani pp. 71‑97; Tirelli 1993

(6) Bosio 1991

(7) Tirelli 1993, p.11

(8) La pianta dell’edificio è riportata nella stima eseguita dal Bullo (v. n. 10)

(9) Il movimento del cereale veniva registrato segnando a matita dei tratti su di una fascia di marmorino presente al primo e secondo piano dell’edificio maggiore.

(10) Ing. Cav. D.Carlo Nob. Bullo, Stima della tenuta di Altino, Venezia, 19 luglio 1890. Sitratta di 11 pagine manoscritte e di un grafico della tenuta, nel rapp. 1:200, comprendente anche le piante del piano terreno dei due edifici e di una piccola casa colonica, non più esistente.

(11) Nel 1937 il fondo passò in eredità alle Marchese Canossa, a seguito della morte di Antonio Reali, figlio di Giuseppe. Nel 1960 le marchese Canossa vendettero il fondo ai fratelli Veronese, che l’utilizzarono a stalla ed abitazione fino al 1966. Da tale data il terreno e i fabbricati non ebbero più alcun utilizzo e nel 1985 divennero proprietà demaniale.

(12) Le fasi tecnico‑esecutive della progettazione edella realizzazione non possono essere descritte in questa sede, dove invece si è sentita l’esigenza di porre l’ attenzione ai problemi fondamentali dei musei e del loro miglior sviluppo.

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