Alla Vecchiato New Art Galleries di Padova trenta opere di Andy Warhol

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Ha immortalato tutte le grandi icone del Novecento, ma la vera icona resta lui: Andy Warhol, con il suo genio e la sua sregolatezza, e con la straordinaria capacità di avere ancora molto da dire sulla società contemporanea a vent’anni dalla morte. Il padre della pop art, lucido e ironico analista della cultura di massa, viene celebrato a Padova con una mostra alla Vecchiato New Art Galleries, dove sono presentate una trentina di opere che percorrono tutta la carriera dell’artista newyorkese dagli anni Sessanta agli Ottanta: dai primi acquerelli “stampati” con la tecnica della blotted line, una sorta di timbro, fino alle celeberrime serigrafie, simbolo dell’artista come macchina di produzione seriale.

Su tutta l’esposizione, che non a caso si intitola “The bomb”, troneggia, appesa al soffitto, la scultura-modellino a grandezza naturale di un ordigno in dotazione alla U.S. Air Force, di proprietà privata, esposto a Padova per la prima volta in assoluto e poi destinato a un museo negli Usa. In alluminio dipinto a spray, è un raro pezzo unico dell’artista, che usava i multipli anche nella scultura, e un’opera dalla storia molto curiosa. Era il premio messo in palio nel 1967 dal The New York World – Journal Tribune per il lettore che avesse avuto l’idea migliore per progettare una bomba ad acqua. Vinse un poliziotto di 28 anni, che l’ha messa all’asta solo pochi anni fa. Comprata per circa 150 mila euro, oggi ne vale tre milioni. «È un’opera simbolicamente dirompente, come tutta l’arte di Warhol», spiega Gianluca Ranzi, curatore della mostra con Doris Von Drathen. E aggiunge: «È stato Warhol l’ultimo esempio del Novecento in cui si concretizza la visionarietà delle avanguardie artistiche. È una carta assorbente, che abbraccia ogni aspetto della società per poi radicalmente influenzarla con la sua opera».

Forte della capacità di comunicazione sviluppata tra il 1951 e il 1961 nei lavori per Vogue o Harper Bazar, Warhol sfrutta l’esperienza per far arrivare al pubblico la sua attività artistica. «Un’attività a trecentosessanta gradi – aggiunge Ranzi – che coinvolge anche la musica, il cinema, la moda e persino il teatro per il quale Warhol scrisse il testo “Pork” e che viaggia in maniera trasversale rispetto alla società, dalle classi più umili alle drag queen, dalla cultura underground al jet set». Nella mostra, che presenta tutti pezzi unici, le serigrafie note come “icone da supermarket”: “Campbell’ soup can shopping”, “Dollar Bill”, “Velvet underground”, pochette del disco “Andy Warhol’s Velvet Underground featuring Nico”, ma anche i ritratti di Lady Di e del principe Carlo, di Joan Collins e di artisti come Joseph Beyus ed Enzo Cucchi. E ancora un’immancabile bottiglia della Coca-Cola e alcune rare nature morte. Un’ininterrotta riflessione sul senso della creatività nell’era della riproducibilità tecnica, tanto più ironicamente spietata “perchè – dice ancora Ranzi – frutto di un profondo distacco”. Parte integrante della mostra sono sei fotografie di Fabrizio Garghetti, proiettate su diverse schermi, in cui il fotografo ha immortalato Warhol poco prima della morte, nel 1987, alla mostra “L’ultima cena” al Palazzo delle Stelline a Milano. «Quella volta – dice Garghetti – ho cercato di fermare l’Andy Warhol più intimo, quello che si nascondeva dietro la parrucca gialla. A me sembrava un canarino in gabbia».

Tra gli eventi, la presentazione dei film underground di Warhol e la presentazione del volume “Andy Warhol. Il cinema della vana vita” di Mirco Melanco.

La mostra resterà aperta fino al 27 gennaio nella sede di via Alberto da Padova.

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