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Itinerari Culturali
| BOB RAUSCHENBERG ALLA SUA TERZA MOSTRA A VENEZIA: |
Venezia, 30 maggio 2009 (brevi di cronaca). "Mi sembra di essere di fronte ad un Duchamp" - esclama un collega accorso alla vernice stampa, organizzata dalla Guggenheim. Più che scalpore, la mostra ora in corso nella più prestigiosa sede multinazionale veneziana lascia divertiti gli spettatori, una volta visitate tutte le sale dell'ala nuova. Rauschenberg è abbastanza conosciuto a Venezia, ha girato tra la Biennale e l'Isola degli Armeni, in cui mi ricordo ancora i suoi pannelli di plastica con immagini sovrapposte (in pratica erano delle matrici di tipografia che di solito si gettano). Ogni tanto si sente parlare delle sue opere che vengono battute all'asta per qualche decina di milioni di euro o dollari. Molte generazioni di artisti hanno ormai sposato la sua estrema capacità di "parlare con scarti e pezzi da discarica", lasciando poi allo spettatore la sensibilità di coglierne il significato. "Se non lo capisci, puoi tirar dritto. Bob non vuole importelo, lui vuole solo stimolare in te una curosità che prima forse non avevi" - spiega un amico gallerista. L'arte ormai non ha più confini e chi riesce a metabolizzare un senso ironico delle cose, deconstetualizzandole e ridandone un nuovo significato, compie un passo in avanti. | La domanda però che ci si può fare - in quanto l'artista non c'è più e la crisi economica attuale inventata dagli americani sta rovinando mezzo mondo - è la seguente: come mai le sue costruzioni metalliche di ferrovecchio possono valere parecchi milioni di dollari e quelle invece che abbiamo visto due settimane fa al MART di Rovereto valgono si e no qualche decina di migliaia di euro? Eppure anche le realizzazioni degli artisti di Officina San Lorenzo (Ceccobelli, Dessi, Gallo, Nunzio, Pizzi Cannella, Tirelli) sono in un certo qual modo concettuali, spiritose e poetiche. Chi fa lievitare il prezzo dell'opera e renderla milionaria? Caesar viveva tra carcasse di auto e cubi pressati, Tinguely invece era più geniale perchè sapeva costruire magnifiche macchine con motorini, dinamo, ingranaggi complicati per farle muovere, Beuys invece era più cervellotico, riusciva a spaccare un capello in tre parti e lavorava parecchio sul sub conscio. Rauscenberg no! E' un poppartista americano che metabolizza l'arte, il design, pubblicità, le campagne sterminate, i grattacieli e naturalmente le discariche che noi non conosciamo (pezzi di carlinghe o altro genere aviatorio), pompe di benzina vecchi modelli, tanti segnali stradali (da noi invece possono rimanere sulle strade anche quarant'anni dopo essere desuete), assieme a rottami che sono ormai globalizzati (reti di letto, stendibucato, secchie, radiatori di auto, ...), mentre i nostri purtroppo sono legati alla storia del Paese.
Robert (Bob) Rauschenberg (1925-2008) espone una quarantina di opere alla Collezione Peggy Guggenheim, a ridosso della Biennale, che sono "in gran parte inedite". Non deve stupire perché proprio qui a Venezia, alla Biennale del 1964, l’artista ha avuto la sua consacrazione internazionale conseguendo il Gran Premio per la pittura. La mostra si intitola “Gluts”, cioè "di troppo", "avanzi", cose scartate, eliminate, buttate via. Sono infatti pezzi (sculture?) realizzati assemblando rottami di metallo, scarti industriali, segnali stradali e pezzi di macchine abbandonate in discariche americane ed europee (a Napoli). Elementi dai quali l’artista è stato attratto, raccogliendoli e saldandoli o fissandoli per conferire loro un nuovo significato, una struttura plastica ed una inedita dignità formale. La stessa curatrice della mostra Susan Davidson spiega lla conferenza che «l’entusiasmo di Rauschenberg per i materiali non conosce limiti». Mettendo in atto una operazione non estranea al mondo immaginativo dell’artista, facendo venire in mente i suoi “Combine Paintings” degli anni Cinquanta nei quali Rauschenberg inseriva oggetti improbabili (utensili, bottiglie, uccelli impagliati etc.) all’interno di un prezioso tessuto pittorico. Questi lavori, realizzati tra il 1986 ed il 1995, appaiono perfino più clamorosi e coraggiosi, più azzardati da un punto di vista plastico. E risulta evidente, per noi che abbiamo studiato l'arte francese, aleggia il fantasma Marcel Duchamp, l’artista che, con la sua opera, ha consentito negli Stati Uniti – in particolare a Jasper Johns e Rauschenberg – il percorso immaginativo che va dall’Espressionismo astratto alla Pop Art. "Sorprende in questi lavori, però, l’assoluta assenza del “ready made”, dell’oggetto trovato già pronto per essere risignificato come opera d’arte. Al contrario si avverte invece un evidente intervento di manipolazione degli elementi trovati, con una forte intenzione formale, accostando le forme ed i colori che i rottami avevano in origine. L’operazione di assemblaggio che Rauschenberg mette in atto in questa occasione non ha nulla di casuale ma rivela invece una accurata scelta delle forme, delle scritte e dei volumi" - ci spiega la curatrice. Come è evidente in opere quali “Society Color Wheel Glut” del 1989, o in “Stop Side Early Winter Glut” del 1987, nel quale l’artista esalta anche il ruolo delle scritte pubblicitarie. Gli “scarti metallici” di Rauschenberg si trasfotrmano in sculture, non certo di canoviana memoria, ma degne di rispetto. Alla Collezione Guggenheim comunque ci sta un'opera di Umberto Boccioni “Dinamismo di un cavallo in corsa + case”, che oggi siamo tutti d'accordo di considerarla tale: è del 1914-1915, una scultura rivoluzionaria per il suo tempo, fatta di legno, cartone, rame e ferro dipinto. Dunque già qualcuno prima di Bob se ne era occupato di riciclo a fini artistici.
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