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| LE MOSTRE D'ARTE IN LUNGO E IN LARGO: VIVA L'ITALIA CHE LAVORA | Una magnifica estate dell'arte attende i molti che colgono l'occasione delle "ferie" per godere, in modo rilassato, di qualche bella mostra e delle città che ospitano questi eventi. Ecco alcune proposte che toccano diverse regioni italiane, e non solo, dall'estremo sud all'estremo nord, mostre ospitate in capitali della villeggiatura o in bellissime città d'arte. Questa del 2012 è veramente una estate bellissima per l'arte: l'offerta è ampia, molto diversificata, per ogni gusto si potrebbe dire e non resta, quindi, che coglierla.
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| I QUADERNETTI DI AIDANEWS © | PIANO EDITORIALE (nuova collana) A. MIATELLO, I furti d’arte. Scritti attorno ai crimini contro il patrimonio storico-artistico, pp. 1-68, Vol. I, €15,00 A. MIATELLO, I furti d’arte. Scritti attorno ai crimini contro il patrimonio storico-artistico, pp. 1-72, Vol. II, €15,00 A. MIATELLO, I furti d’arte. Scritti attorno ai crimini contro il patrimonio storico-artistico, pp. 1-74, Vol. III, €15,00 A. MIATELLO, Beni culturali e guerra, pp. 1-74, € 25,00 AA. VV., Scritti scelti su architettura e design AA. VV., Scritti scelti sulle più belle mostre d’arte vissute e raccontate dagli inviati di Aidanews AA. VV., Scritti scelti sulle Biennali di Venezia di arti visive, teatro, danza AA. VV., Scritti scelti sulle Mostre internazionali d’arte cinematografica J. BELHUMEUR, UMAC, Unione Mondiale degli Autori Cinematografici, Statuto e annotazioni AA. VV., Scritti scelti di politica e turismo culturale: commenti e proposte
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Attualità
| “Come persi la guerra”: l'odissea del sottotenente Leonello Cavalieri. |
Rovigo, 29 giugno 2009 (recensione di Graziella Andreotti). “Come persi la guerra” (Leonello Cavalieri, edizioni ilmiolibro.it, 2009) è un nuovo memoriale del secondo conflitto, nato dai ricordi di Leonello Cavalieri di Rovigo, messi insieme dieci anni fa. Nelle vicende di un uomo si racchiudono tutti i drammi di una guerra, le paure, le ansie, i sentimenti della gente. Una storia avvincente, narrata con un sottile umorismo per stemperare momenti sempre vissuti sul filo dell'angoscia. Penna felicissima, stile asciutto, linguaggio filmico e pittorico, che passa agilmente dalla narrazione al dialogo alla descrizione di luoghi incantati, di colline di aranci e ulivi fra canti di grilli e civette, di foreste intricate, di pianure sconfinate. Un intreccio di storia generale e di storia locale. La sua Rovigo, gli amici e i compagni di scuola incontrati nel lager, la reflex tedesca acquistata dal fotografo Giuseppe Giulianelli di Rovigo e svenduta ad Atene, il timore per i parenti ebrei a casa, il Distretto militare presso l'istituto Magistralele, il rifugio nei sotterranei del Seminario dove nascono amori, le bombe sulla città e lo sfollamento a Sarzano presso i Borella, il caffè Lodi e la banda in piazza. A guerra finita saprà della morte nei campi di sterminio della zia Argia Cavalieri e di quattro cugini. | Ora il capitano Cavalieri ci tiene a sottolineare che tutto “corrisponde a pura verità”, che non è stato un eroe poiché stranamente non ha mai combattuto al fronte, non ha mai ucciso, neppure il maialino, ironicamente chiamato Benito, portato via da Creta. E prova orrore per tutte le inutili guerre. Porta alla luce verità, scottanti soprattutto per Rovigo, poiché ha il coraggio di fare nomi, unico testimone ancora in vita di fatti nascosti per 65 anni. Quella notte in Prefettura di fine ottobre del 1944, vide Clelia Consigli, l'ingegnere Umberto Luzzatti, Virginia Usigli, i cugini Coen e altri ebrei di Rovigo. Racconta per la prima volta di un probabile eccidio di ebrei in città, fucilati e sepolti nei pressi della stazione ferroviaria, poiché non c'era più tempo per spedirli nei campi di sterminio o perché non trovarono posto sui treni. Seppe che durante lavori di sterro in Commenda si trovarono molte ossa umane e tra queste uno scheletro deformato dall'artrosi che faceva pensare a Clelia Consigli. Ha una visione realistica e obiettiva dei fatti, al di là delle opposte ideologie. Ma questo è sempre stato il modo di pensare della gente, di quella che accoglieva gli sfollati o nascondeva gli ebrei. E c'è una filosofia di chi ne ha viste tante e sa che nel cambiamento nulla cambia. “Non più i fasci del littorio, ma tanti “scudi crociati” e tutto rientrava nella logica di sempre. Anche i vecchi gerarchi, un po' alla chetichella, tornavano alle loro poltrone...”. Ora anche il Polesine ha il suo Rigoni Stern, il suo Bedeschi. Ma questa volta non si ode la lenta marcia degli alpini nelle nevi russe. E' la vicenda di un ragazzo espulso dal quarto anno di ragioneria e dal quinto di violoncello, perché ebreo, poi riammesso perché fatto battezzare a pochi mesi dalla sorella della madre. Ma quel battesimo fa di lui un volontario in guerra controvoglia. L'8 settembre del '43 il sottotenente Cavalieri si trova a Creta, costretto a una scelta terribile: combattere a fianco dei tedeschi, darsi prigioniero oppure intraprendere la lotta partigiana. Sceglie la prigionia e inizia con circa duemila soldati della divisione Acqui un'odissea lunga più di nove mesi, in nave da Creta al Pireo, e poi nella tradotta attraverso Belgrado, l'Ungheria, Vienna, Monaco, Norimberga, Chemnitz, la Foresta Nera e “una sconfinata pianura coperta da una spessa coltre di neve” fino a Varsavia, fino al lager di Biala Podlaska. Era la prima volta che ne vedeva uno. Le baracche erano per duemila persone e avevano già accolto duemila ebrei scomparsi. Qui Leonello, che ora si chiama solamente 0914, riceve la prima lettera del padre che si è salvato da una retata con un ricovero in ospedale. Ai primi di marzo del '44 giunge una terza visita di gerarchi fascisti. Questa volta Leonello, 24 anni, con quasi tutti gli altri compagni firma l'adesione alla Repubblica sociale italiana. Le stragi di Cefalonia e di Rodi, gli ebrei spariti dal lager, la famiglia in balia delle persecuzioni razziali, la fame, quella sbobba schifosa e le continue violenze psicologiche piegano la sua forte indole. A Rovigo, dopo la guerra, grideranno “fascista” a quel giovane che prima era stato emarginato perchè ebreo. I Russi incalzano e una notte arriva l'ordine di partire: i ricordi confusi lo scoprono nel lager di Norimberga. Il 6 giugno del '44 finalmente il ritorno con una tradotta: Fortezza, la valle dell'Adige, Verona, Desenzano, Acqui Terme per la visita medica, e poi con l'ultimo scaglione verso Rovigo. Qui, nel Distretto militare, occupa il posto di direttore dei conti. Ha voglia di quiete e con due amici rimette in piedi un trio: lui violoncello, Giuseppe Casetta violino e Adriano Rosato pianoforte. E saranno proprio loro il 21 gennaio 1945, di pomeriggio, ore 15:30, poiché c'era il coprifuoco, a riaprire il salone dei concerti del liceo musicale “Venezze” con brani di Chopin, Beethoven, Manuel de Falla, Renzo Rossellini e Pablo de Sarasate. Ma non è mai finita. E' una notte di ottobre del '44. Due poliziotti italiani bussano alla porta per portare in Prefettura il padre Guelfo ebreo, non la madre, cattolica e ariana. Leonello indossa la divisa, lo accompagna e riesce a salvarlo, per intervento del questore Giacomo Tappari, proprio per quella firma nel lager e per il posto che occupa. Tappari a fine guerra fu condannato a morte, ma “furono in molti ad affermare che si era stupidamente ammazzato un uomo onesto”. Leonello deve lasciare il Distretto e con la sua famiglia trova rifugio a pochi chilometri da Rovigo, per sfuggire alle bombe e all'antisemitismo. A Sarzano assiste alla cattura di tedeschi da parte di due partigiani dell'ultima ora e attende l'arrivo degli alleati. Vuole godersi la sfilata e rendersi conto della potenza di quell'esercito cui Mussolini aveva dichiarato guerra e vede i capisquadra con ricetrasmittenti: “Noi, nella patria di Marconi, usavamo ancora il telefono con fili e manovella!”. Leonello porta il nome di quel nonno che nel 1874 da Ferrara si trasferì nel ghetto di Rovigo e sposò una Coen. Tempra d'acciaio, voce tonante, 89 anni, l'ho incontrato nella sua casa. Momenti felici al suono del violoncello e della fisarmonica, o con la sua reflex; momenti di terrore quando da un Asti viene riconosciuto il suo cognome ebraico, quando subisce un interrogatorio a Biala Podlaska o quella notte in Prefettura. Scene dipinte come quella della madre la notte dell'arresto del padre: “mia madre stava ancora piangendo sulla stessa sedia di cucina in cui l'avevamo lasciata”. Ma anche in lui l'andare nella memoria è fatica, è sofferenza, come in tutti gli ebrei sopravvissuti.
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