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Teatro
| ELEKTRA di Richard Strauss |
Venezia, 15 febbraio 2010 (di Emilio Campanella). Un ponte impalcatura metallico blu, ballatoi praticabili, scale, l'orchestra disposta intorno alla pareti del palcoscenico, il proscenio illuminato, sola, una vecchia poltrona di colore indefinito, simbolo evidente del re assassinato. Un notissimo pezzo di Jan Garbarek contribuisce a creare un'atmosfera di attesa, cominciano ad apparire i personaggi, Elektra s'inginocchia dinanzi alla poltrona, mezze luci, poi buio in sala. Al cenno del direttore, si apre questa tragedia con i tremendi accordi iniziali: meno di due ore di tensione e di scatenamento di passioni, di urla, di terrore, senza bisogno d'intervallo. | Questa la visione di Richard Strauss e di Hugo von Hoffmansthal (alla loro prima collaborazione) intorno ad un episodio della faida degli Atridi, filtrata dalla sensibilità psicoanalitica di inizio ' 900. Dopo la riduzione a libretto della tragedia preesistente ed ispirata a Sofocle, con peraltro pochissime aggiunte, l'opera vede la luce a Dresda nel 1909. L'attenta e precisa regia di Manfred Schweigkofler, misurata e concreta al tempo stesso, immagina la reggia di Micene, come in restauro dopo il colpo di stato, il blu in alto, per l'alta società, buio, abbandono e follia, in basso, nella concezione scenica di Hans-Martin Scholder e nella bella realizzazione di Michele Olcese. La rappresentazione del 14 Febbraio, al Teatro Comunale di Ferrara, vedeva in scena un secondo cast di notevole portata: Elektra, Elena Popovskaya, intensa, autorevole, insinuante, pazza visionaria, in un ruolo che la vede, praticamente, sempre in scena. Chrisothemis, altrettanto intensa, Maida Hundeling, oltrechè, anche lei, molto bella, a far da contraltare caratteriale della violenta sorella; Klitamnestra, Anna Maria Chiuri, efficacissima virago già morta-vivente, preda dei suoi incubi e delle sue ossessioni, con trucco e costume di grande suggestione, come sono, per diverse ragioni, efficaci, tutti i costumi, che pescano evocazioni da tante differenti culture, senza connotare temporalmente la vicenda, com'era espressa intenzione degli autori. Fragile l' Aegisth di Richard Decker, e notevole, trepido, giustamente allucinato l'Orest di Wieland Satter. Le orchestre: Haydn di Bolzano e Trento, e Regionale dell' Emilia Romagna erano dirette con molta precisa attenzione da Gustav Kuhn, specialista anche in questo genere; attento distillatore delle cupe atmosfere di questa fosca "puntata" della saga. Infatti non è finito l'orribile coacervo dei legami di sangue e delle vendette, poichè le Erinni, lo sappiamo, appariranno fra pochissimo. Il festino di morte introdotto dall'antefatto narrato dalle ancelle, si conclude, per un'altra felice intuizione del regista, con un tulle nero che cade ed avvolge Elektra, la quale si agita come una menade (i gesti di Elena Popovskaya, sono pochi, misurati, efficaci, quanto potente è la sua voce, qui nel finale, in particolar modo) sino a crollare fulminata dalla sua stessa ossessione-possessione. Ha terminato la sua parte, tocca ad altri, ora, trascinarsi in quel (questo!) mondo orroroso. Le belle luci espressioniste di Andrej Hajdinjak contribuiscono fortemente a rendere le atmosfere di questo bello spettacolo coprodotto dal Teatro Comunale di Bolzano, il Teatro Comunale di Modena, il Teatro Municipale di Piacenza ed il Teatro Comunale di Ferrara.
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