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Società
| JOHN KAY: VENEZIA COME DISNEYLAND |
Un articolo dell’economista John Kay uscito sul Times vince il concorso indetto dall’Istituto veneto di lettere scienze e arti: «È un’utile provocazione» Cacciari: «Venezia non è una Disneyland in laguna» Scoppia la polemica per un premio giornalistico assegnato a un articolo inglese che stronca la città e suoi abitanti Venezia, 29 settembre 2008 (brevi di cronaca). La polemica è in apparenza leggera e giocata sul gustoso paradosso di premiare a Venezia un economista inglese che della città sull'acqua ha dato un giudizio critico per quanto riguarda l'incapacità di gestire i flussi turistici che l'hanno ormai trasformata in una specie di parco tematico urbano. In realtà ciò che è accaduto negli ultimi giorni - con la decisione dell'Istituto di Scienze, Lettere ed Arti di assegnare il riconoscimento a John Kay per un articolo apparso sul "Times" di Londra, che adombrava la disneyzzazione della Serenissima, e con la successiva filippica urbi et orbi del sindaco Massimo Cacciari - riguarda un tema serissimo, cruciale per la città da almeno trent'anni. Ovvero la capacità di fare turismo culturale, di gestirlo, di proporre ai 15 milioni di visitatori che si riversano ogni anno a Venezia una visita che non si riduca al farsi fotografare con i colombi in testa sotto la Basilica di San Marco o a un giro sulla bella gondoleta. Insomma, un turismo che non spolpi e la città e che non si faccia a sua volta spolpare da chi lo vende.
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Se l'Istituto voleva lanciare la provocazione, ci è riuscito benissimo. Nelle motivazioni del premio, assegnato ieri mattina, si legge: «L'articolo si segnala per l'insolito approccio ad un tema cruciale per la realtà veneziana. Un centro di grande tradizione si trasforma in un parco tematico a fortissima connotazione turistica, con modifiche gestite in modo non efficace e senza adeguata capacità manageriale e amministrativa». Una lettura disincantata di «un percorso di mercificazione e sfruttamento senza speranza», un «grido d'allarme» che pone «con forte vigore il problema della sopravvivenza e della tutela di quei valori e della qualità non soltanto economica e aziendale del sistema Venezia». Spiegando le ragioni del premio, la commissione presieduta da Leopoldo Mazzarolli ha denunciato anche il rischio di «trasformare definitivamente Venezia in oggetto di banale e dequalificato consumo con danno di tutto e di tutti... La brutalità di John Kay mette a nudo le radici dei problemi nel modo più crudo senza rinunciare all'abile arma dell'ironia». Ha fatto invece ricorso al sarcasmo Massimo Cacciari, sindaco di Venezia. Non era presente alla consegna del premio (delegata l'assessore Mara Rumiz), non ha ascoltato la relazione di Kay. Ma dopo mezzogiorno ha rilasciato dichiarazioni indignate. «Ritengo semplicemente "comico" che un'istituzione culturale che si rifà al nome di Venezia, dà vita ad iniziative di altissimo spessore e annovera tra i suoi membri alcune delle personalità culturali e scientifiche più prestigiose del Paese, premi un giornalista per un'opera che insegue, senza neppure una qualche dignità letteraria, i peggiori luoghi comuni, le più cartolinesche immagini su Venezia e il suo futuro». Della Commissione (che ha deciso all'unanimità) fanno parte anche Gian Antonio Danieli, Gherardo Ortalli, Manlio Pastore Stocchi, Andrea Rinaldo, Antonio Paolucci (ex ministro ai beni culturali), Pierre Rosenberg (Accademico di Francia ed ex direttore del Louvre), Wolfgang Wolters, Lady Frances Clarke, lo scrittore veneziano Alvise Zorzi e Sandro Franchini. Concludendo la sua dichiarazione, Cacciari ha voluto sottolineare lo scarso significato sostanziale del premio. «Mi auguro che si tratti di una simpatica boutade, e in questo caso auguro buon divertimento agli amici dell'Istituto Veneto». La replica è venuta dal professor Ortalli, dell'Istituto Veneto. «Nessuno vuole che Venezia diventi Disneyland, o un parco tematico. Non è una linea che l'Istituto Veneto di scienze lettere ed arti assume. Nessuno di noi ha sposato questa tesi, ma la lettura proposta da Kay, uno dei maggiori esperti di management in campo internazionale, deve far ragionare, perché pone sul piatto un grave problema: la gestione finanziaria del turismo a Venezia». E ha aggiunto: «L'Istituto non ha né apprezzato né condiviso un progetto. Ha semplicemente letto attentamente e premiato l'articolo di un economista di rilievo internazionale, non un giornalista, che dice l'immagine, quella di un parco tematico, che Venezia sta avendo nel mondo». La relazione di Kay è stata ricca di spunti e provocazioni. Ha detto che Venezia è minacciata «da infrastrutture fatiscenti, dall'acqua alta, nonchè da un numero di visitatori in crescita inesorabile». Ma se si pianificano i flussi turistici si possono ottenere le risorse per salvarla dal degrado urbano e ambientale. Altrimenti la marea dei visitatori sarà più letale di quella dell'Adriatico. Venezia come prima globalizzatrice. Turismo culturale come risorsa non solo economica. Di questo ha dissertato Kay. Che ha replicato alle possibili polemiche: «Quando dico che la Disney gestirebbe Venezia meglio di quanto non sia gestita oggi, la mia è una provocazione e non una proposta seria. Ma Venezia è già un parco». E qui ha fatto un parallelo, cercando di interpretare lo stato d'animo dei foresti. «La sensazione che la ragione di vita di tutte le persone che incontri sia quella di alleggerirti le tasche appartiene di più al turista che visita Venezia che al visitatore di Disneyland». Perchè la Disney vuole che i clienti tornino, mentre «a Venezia i venditori di cartoline e i caffè per turisti non si aspettano che i turisti lo facciano». La Disney reinveste gli introiti all'interno della struttura del divertimento, mentre in Laguna «i venditori di merci scadenti portano a casa il proprio gruzzolo sul treni dei pendolari». Osservazioni pesanti. Anche perchè denunciano un'economia di rapina, mentre invocano una creazione di ricchezza «a vantaggio dell'ordine e della conservazione della città». Ma più che a Disneyland, il professor Kay sembra guardare a Yosemite, il parco nazionale della California. Non calli e canali come montagne russe, ma palazzi e chiese come sequoie e cascate, un patrimonio dell'umanità. In coda ha rincarato la dose, sostenendo che a Venezia si deve imparare la lezione della fallita Lehman e della dissestata Alitalia: «Per Venezia vi sono paralleli e lezioni da apprendere tanto nell'avidità e negli orizzonti a breve termine del suo settore privato, quanto nell'indolenza e nel disprezzo del suo settore pubblico».
P.S. Si vedano gli altri articoli pubblicati in questa rivista, inviati dai nostri lettori, per avere una piccola panoramica. Non tutto il male vien per nuocere, dice un vecchio proverbio. Chissà se l'articolo di Kay (non è né il primo e né l'unico) riuscirà a cambiare la rotta veneziana. Secondo Italo Zucchiatto, studioso di flussi turistici, è troppo sedimentata la cultura del fare i soldi alla "veneziana". Spogliare Venezia dei veneziani per ridarla a "nuovi abitanti di seconde e terze case, a studenti che ancora copiano gli appunti dell'amico di banco e che vivono in cinque in un mini appartamento, e a turisti mori e scappa", ha iniziato nel lontano 1950-1960. Qual è quella città in Europa che ha due teste e quattro ventri? Si chiede con insistenza Geronimo, agente immobiliare che si trasferito da Reggio Emilia alla città lagunare. "Forse Francesco Bonami, come molti altri, considera Venezia una gran Poubelle (pattumiera in francese), dove ognuno può gettare quello che vuole" - ribatte Francesca Morassutti, collezionista di farfalle e altri insetti che si vendono in diverse parti della città dei Dogi. A che servono i muri tappezzati di proclami e divieti contro gli sporcaccioni turisti e i vu cumpra che vendono oggetti taroccati, quando i vigili si "giustificano" che sono in pochi? Diciotto-ventimilioni di turisti che non hanno cambiato il solito tran-tran dei veneziani, se non quello di potersi permettere case sulle Dolomiti, viaggi oltre oceano e sempre buone relazioni con i burocrati stranieri o romani. La stazione ferroviaria è un cesso, molte parti della città fanno schifo, centinaia di esercenti se possono ti fanno pagare il doppio, l'abusivismo di trasportatori e altri servizi è palpabile. Non ci venga a raccontare signor Sindaco che la Città dei Dogi è nelle sue mani.
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