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IRENE PAPAS LEONE D'ORO ALLA CARRIERA
Venezia, 21 febbraio 2009 (brevi di cronaca). La Medea di Euripide e quella del poeta calabrese Corrado Alvaro: le ha recitate Irene Papas nel corso della cerimonia con la quale la Biennale di Venezia (la sezione Teatro, diretta da Maurizio Scaparro) le ha assegnato il Leone d’Oro alla Carriera per il suo essere «portavoce e simbolo della cultura mediterranea e incarnazione della forza tragica greca». Di Euripide, la Papas ha recitato il frammento del discorso alle donne di Corinto: «Donne di Corinto, ecco, sono uscita perchè non abbiate da ridire. La sciagura mi ha colpito all’improvviso, mi ha spezzato il cuore. E’ finita, ho perduto la gioia di vivere. Voglio solo morire. Lui che era tutto per me, si è rivelato il peggiore degli uomini... Il mio uomo ora mi oltraggia, non ho un madre, un fratello, dei parenti dove trovare rifugio in questa mia sciagura». A firma Alvaro, invece, la Medea che uccide i figli per salvarli dalla furia omicida dei Corinzi. Durante la cerimonia, al Teatro Piccolo Arsenale, è stata proiettata anche una scena da Ifigenia (Grecia, 1976) di Michael Cacoyannis, con Irene Papas tra i protagonisti. L’attrice, che oggi lavora soprattutto in Portogallo, ha diretto tra l’altro nel 2005 l'Antigone di Sofocle al Teatro di Siracusa.

E’ Penelope, Antigone, Giocasta, Ecuba. La sua voce? Quella della Pizia di Delfi, in trance nel santuario di Apollo, alto sul mare. Addosso, una condanna: incarnare la femmina degli archetipi, la donna di dolore, la donna di vendetta, la donna di pianto, la donna di speranza. Ha un nome fatidico, Irene. Nella sua lingua vuol dire Pace. «C'è un segreto iniziatico, diceva Albert Camus, che i Greci si tramandano, ossia il segreto che ci insegna a vivere».
Questo, forse, il motore che spinge l’attrice direttamente oltre il tempo: la possibilità di reincarnarsi di continuo sotto i nostri occhi. «Il giorno in cui non ci saranno più le figure della tragedia, il giorno in cui ci sembreranno inattuali - dice - significherà che stiamo finalmente vivendo in una società felice, ormai perfetta».
Irene: cantante, aedo, testimone, direttrice di scena. Per lei il tempo non passa. Bella e inesausta, racconta delle sue eroine. Medea la sanguinaria, Ecuba annientata dagli Achei. E Antigone, fin troppo contemporanea, che rispetta le leggi naturali, la pietas dovuta ai morti, i doveri del sangue: «L’autorità del Re vuole impedirle di seppellire il corpo del fratello. Per legge, sostiene l'uomo di governo. Ma la ragazza disobbedisce alla legge fatta dagli uomini perché sia “utile”. Alla norma funzionale, antepone quella del cuore. Ha una sola esigenza, lunga tanti secoli e arrivata fin qui: dimostrare la chiarezza dei principi generali, ai quali nessuno può essere chiamato a derogare. I Tragici greci mantengono intatta la loro bellezza e il loro valore proprio per questo».

Ad Antigone e alla sua parabola, Irene affida la chiave «per comprendere le guerre in atto, la disgregazione dell'armonia, la sopraffazione. Lo sappiamo bene noi, i Greci e gli Italiani, quanto male venga dall’imposizione violenta di una norma “utile”, noi di Creta e di Sicilia, che conosciamo i codici del più forte. Al tempo della guerra del Vietnam recitavo negli Stati Uniti Ifigenia in Aulide, un grido contro contro le armi. Poi ho indossato i panni di Ecuba, disperata di fronte alle torri di Troia che crollano fra la polvere e le fiamme. Con Antigone ho ripetuto, anche con più forza, le stesse cose. Inascoltata, forse. O forse no. Il teatro ci pone delle domande. E’ il suo compito. Semplice. Prendiamo tutti il sole sulle spiagge del quotidiano e il segreto della vita cammina proprio su strade semplici: festa in un villaggio di pescatori, vendemmia nella vigna, danza dopo un banchetto di nozze, profumo di arrosto in una taverna, gli inni bizantini nella piccola chiesa di un’isola... Ma in pace. In pace».
Ancora: «I miei genitori erano insegnanti. Raccontavano le antiche storie a me e ai loro scolari. Al paese, le vedevo svolgersi ogni giorno. Le stesse. Le donne piangevano ai funerali e ridevano alle nozze, come nei vecchi testi. Il Mediterraneo ha una memoria resistente, una memoria comune. Per questo noi, anche i più ignoranti, troviamo facilmente la verità nella cavea di un teatro, o in un sirtaki, oppure la sera, all’orizzonte, guardando il mare dopo un piatto di pesce fritto e parecchi bicchieri di vino... E' roba nostra. L’importante è recuperarla al momento giusto».


 
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