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IL MUSEO DELLA MAFIA, IL MAY BE DI ANTONIO MANFREDI

Venezia, 9 giugno 2011 (A. Miatello). Proseguiamo con la seconda intervista ad Antonio Manfresi, che assieme ad Inzerilli sono i due curatrori del Museo della Mafia, all'interno del Padiglione Italia della 54.Biennale arte. Fatto insolito questo fenomeno sociale che venga racchiuso in un contenitore museale laddove sia prospero. Il fare arte comunque si arricchisce di nuove componenti, eterogenee, multidisciplinari e nello stesso tempo di attualità. Cambia il modo di comunicare. Si famigliarizza con il fenomeno che si è trasformato in piovra. Nessuno sa se potrà essere debellato del tutto. Ci sono tanti strati coinvolti, forse all'origine c'è molto terreno fertile. Chi dice che la colpa è la povertà, l'insicurezza del posto di lavoro, la periferia squallida in cui si cresce. Chi invece pensa che siano le istituzioni deboli, o meglio quelli che le controllano. Ma l'arte che ruolo può avere in questo contesto? Manfredi tenta un suo approccio tridimensionale, museografico. Sentiamo cosa ci dice con franchezza.

1. Parlami del tuo progetto, come lo volevi e invece come noi oggi lo possiamo vedere  
Dopo la richiesta di asilo politico/culturale alla Germania ho ricevuto una serie di interviste da parte delle testate giornalistiche tedesche e mi sono reso conto della difficoltà di trasmettere l’idea di che cosa fosse la Camorra/Mafia. Così è nata l’idea di realizzare un’installazione che mostrasse quanto la possibilità fosse concreta di vivere nella quotidianità le organizzazioni malavitose pur ignorandole. Il titolo dell’installazione pone, infatti, la provocatoria ipotesi di un’infiltrazione dei protagonisti della malavita organizzata in luoghi apparentemente sicuri. I volti dei mafiosi, dei camorristi e degli affiliati alla ‘ndrangheta, con mandato di cattura internazionale, vivono, nell’installazione, grazie ad un montaggio fotografico, sui corpi di anonimi passanti, stampati su banner a grandezza naturale e in mezzo ai quali procedono i visitatori. MAY BE ha visto una prima tappa espositiva a Berlino e già per quella mostra uno dei latitanti raffigurati è stato catturato, si è passati quindi da 15 elementi a 14. Nel viaggio dalla Germania all’Italia, verso la Biennale, nel Museo della Mafia al Padiglione Italia, i latitanti dell’installazione hanno perso altri 2 rappresentanti,  da 14 sono diventati 12. Sulla base di questi fortuiti avvenimenti ho definito il mio lavoro un work in regress, con la speranza che l’installazione si depauperi sempre di più per l’arresto di tutti i criminali che la compongono. Penso che il luogo dove ho installato l’opera alla Biennale di Venezia rende appieno il mio concetto iniziale, sei costretto a passare in mezzo ai latitanti e addirittura quel luogo angusto potrebbe essere il bunker sotterraneo, a quattro passi da casa tua, dove il latitante si nasconde.

2. Cosa ne pensi dell'arte contemporanea mescolata alla sociologia e alla politica? Si rischia di farsi succhiare da altre tendenze oppure è questa la novità del XXI secolo? 
L’arte è lo specchio della società in cui si sviluppa e mi sembra impossibile rimanere fuori da determinati fermenti sociologici e politici. Pur usando propri linguaggi espressivi, l’arte è sempre stata portavoce di istanze ed esigenze che nascono dalla vita reale; se si sente la necessità nel XXI sec. di affrontare certe problematiche evidentemente queste rappresentano un’urgenza dell’epoca. L’attenzione dell’arte verso una tematica particolare va guardata, tuttavia, con occhi differenti rispetto ai risultati visivi della comunicazione di massa, vi sono filtri molto personali, ogni artista ne applica uno, per arrivare a comunicare quanto gli input esterni ne influenzino la sensibilità.
L’approccio verso queste tematiche è assolutamente personale, fa parte della storia vissuta, del luogo dove si nasce e dove si vive, personalmente fino a 5 anni fa ho vissuto in giro per il mondo, da artista ho avuto modo di conoscere migliaia di artisti, critici, curatori, ho avuto la fortuna di esporre in spazi pubblici e privati importanti, di vivere del mio lavoro e avere successo economico e di immagine, ma mi facevo sempre una domanda, cosa faccio per la mia terra, è per questo che ho incominciato ad occuparmi di questi temi come artista ed è per questo che ho voluto fondare un museo di Arte Contemporanea, il CAM_Casoria Contemporary Art Museum che fosse di pungolo alla politica e alla società. In quest’ottica l’”Arte cronaca” potrebbe effettivamente essere la novità del XXI secolo.

3. L'arte dunque al servizio della società o viceversa?
Parlerei piuttosto di un rapporto di gemmazione. L’arte esprime le commistioni, le espressioni e le contraddizioni della società; è la voce che racconta il momento a lei contemporaneo.

4. Il rischio non è forse familiarizzare troppo con il fenomeno "mafia" (in lingua straniera "maffia")?  
Sono un artista internazionale ma vivo in un luogo dove la criminalità organizzata è forte, e influenza non solo la vita sociale ma soprattutto la mentalità della gente. È difficile rimanere indifferenti se capisci quanto la sottocultura della violenza e della prevaricazione imposta rappresentino parte della tua esistenza e che tali situazioni non sono circoscritte solo ad un territorio ma che dilagano ovunque.

5. Se non fosse per l'ambiente angusto e inscatolato come Sgarbi ha voluto per rendere ancor più angosciante un problema sociale, il vostro allestimento avrebbe un altro risultato, cioè quello della riflessione e non della ripugnanza. Molti sono usciti con questa reazione. La criminalità organizzata c'è dappertutto. Come difendersi? Visitando un museo quando si è adolescenti con il prof?
Che ben vengano il rifiuto e la ripugnanza se questo serve a contrastare l’indifferenza verso tali fenomeni. L’arte pungola, stimola alla riflessione perché la conoscenza, seppur parziale, aiuta a riconoscere, a saper discernere e a combattere l’assuefazione al crimine. Quindi anche una visita ad un museo che espone opere che esprimono disprezzo verso un lato degenerato della società può aiutare nella formazione di un individuo.

6. Si rischia comunque di creare quell'effetto domino nell'emulazione perchè "il bullo" non si spaventerà. Però gli Americani finiscono i loro film sulla criminalità facendo risaltare la giustizia finale ed eroicizzando il detective o "il poliziotto". Noi invece lasciamo aperte le porte. Hanno tutti ragione o tutti le colpe.
Che ne pensi?
La visione della criminalità deve allontanarsi dall’aspetto folkloristico tipico della mentalità non solo americana, ma anche delle altre nazioni (o della stessa Italia) che sembrano ignorare o restringere il problema ad un ambito esterno alla loro quotidianità. Le nostre porte aperte sono il segnale della sfida continua. Non c’è una vittoria definitiva contro il cattivo di turno se non si combatte sempre, se non si cancella l’idea della tranquillità raggiunta. Ecco il senso della mia installazione MAY BE, non bisogna abbassare la guardia, dobbiamo essere sempre vigili anche dove tutto sembra rassicurarci.


 
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