
Articolo di: Angelo Miatello
Pubblicato il: 09.09.2002
In breve:
Proiezione del film "11'09'01 alla 59. Mostra; "New York Times" presenta cinque progetti alla Biennale di Architettura e 35 foto scattate da Joel Meyerowitz al Padiglione americano.
Una trave di sei metri e due tonnellate delle Torri Gemelle donata alla Regione Veneto. Sarà collocata nella Città di Palladio. Discorsi del presidente Giancarlo Galan e del commissario USA Robert Ivy.
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59. Mostra proiezione del film "11'09'01", firmato da undici registi. Alla Biennale Architettura un incontro per realizzare i progetti. Al Padiglione Usa il "New York Times" presenta le idee di cinque firme famose, accanto a 35 foto scattate da Joel Meyerowitz a Ground Zero. Tavola rotonda al Teatro Tese all'Arsenale, condotta dal commissario Robert Ivy. Bellezza e coraggio emergono dalle rovine immortalate dal fotografo. Una trave delle Torri Gemelle regalata al Veneto, sarà collocata nella città del Palladio. Il Presidente Galan parla di rapporto affettivo, economico e politico tra il Veneto e New York e gli Stati Uniti.
Angelo Miatello e Jeanne Belhumeur
La 59. Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica non poteva mancare a rievocare quella disgraziata giornata di settembre, iscrivendo nel calendario l' "11'09'01", film dedicato alla tragedia dell'11 settembre firmato da undici registi, che con i loro undici cortometraggi - come gli stessi spiegano - sono stati eseguiti per far riflettere, per discutere, per esprimere un dolore collettivo e non di ripetere quanto già visto e riciclato ampiamente alla televisione. Non sono mancate le proteste di "antiamericanismo" lanciate dal giornale "Variety" che ha intitolato "Opera anti-USA", in un suo speciale di qualche giorno fa, notizie che sono giunte anche a Venezia e hanno trovato molto stupiti alcuni registi, fra i quali il francese Claude Lelouch, il bosniaco Danis Tanovic, il messicano Alejandro Gonzalez Inarritu, l'iraniana Samira Makhmalbaf, l'israeliano Amos Gitai, che hanno così replicato, sostenuti dal grande entusiasmo da parte di un pubblico che ha assistito, tra gli applausi, alla proiezione del loro film. L'ideatore e produttore del film, Alain Brigand, ha precisato che le trattative in corso negli Stati Uniti per la sua distribuzione non dovrebbero subire la "censura" di una stampa contraria, perché si era già d'accordo di mandarlo nelle sale in un periodo successivo all'11 settembre. In sintesi queste sono le risposte di cinque autori e del produttore Brigand del film "11'09'01. Claude Lelouch: "Se quest'opera fosse stata pro americana sarebbe stata insopportabile. In realtà non è né pro né contro gli Stati Uniti. La qualità del film è nell'assoluta libertà concessa a ciascun regista. Se ci fossimo incontrati prima, organizzando una specie di complotto, non avrei certo partecipato. Mi interessava invece parlare di un giorno in cui 6 miliardi di persone hanno misurato la propria sofferenza". Samira Makhmalbaf: "Fin dall'inizio c'è chi ha preso posizione contro questo film. Nel mio episodio, ad esempio, cerco di mostrare il contrasto tra mondo occidentale e il mondo dei bambini afghani. La maestra li invita ad osservare un minuto di silenzio per l'attentato alle Torri; ebbene, io credo che prima dell'11 settembre avremmo dovuto fare un minuto di silenzio per la vita di questi bambini. Tutto il film mostra contrasti del genere, e così qualcuno, prima di addormentarsi, si sente in colpa. Ma i contrasti ci sono, non se li sono inventati i registi. E bisogna guardarli". Danis Tanovic: "E' difficile parlare anche a nome degli altri. Per quanto mi riguarda, non farei mai un film in negativo, cioè 'contro' qualcosa. E non sono certo antiamericano, anche se posso non essere d'accordo con alcune cose che fa il governo Usa. La nostra è un'opera che vuole spingere alla riflessione. Non far pensare che quello che accaduto l'11 settembre sia in qualche modo giustificabile". Amos Gitai: "Era un'occasione rara, per chi fa cinema: un evento, l'11 settembre, a cui possiamo tutti rapportarci. Questo è l'interesse del progetto, un interesse che non riguarda solo i contenuti ma anche la forma. Io ad esempio ho girato undici minuti in piano sequenza. Quanto alle difficoltà di distribuzione negli Usa, io credo che gli americani, giustamente o meno, di quell'evento vogliano vedere solo le immagini, continuamente riciclate, delle due Torri. E' così, non possiamo farci nulla". Alejandro Gonzalez Inarritu: "Quando ho letto l'articolo di "Variety" ci sono rimasto male. Come può il punto di vista di un'unica persona (il giornalista) far sì che il film non venga visto negli Usa? Personalmente credo che dopo l'11 settembre, con il conseguente bombardamento di un paese, non potevano non esserci reazioni diverse. Questa è una cosa sana. E comunque sia Bush che Bin Laden, nei loro proclami, parlavano di Bene e Male: una cosa che mi ha messo addosso molta paura". Alain Brigand: "A quelle immagini mostrate dalla tv volevo rispondere con altre immagini: da qui è partita l'idea di 11'09''01. Perché tutti sono stati feriti, quel giorno: è questo lo spirito del film. Non volevo un'opera celebrativa, ma esprimere punti di vista diversi. Sono molto, molto fiero del risultato. E comunque non dimentichiamo che la polemica è nata da un unico giornale, anche se poi è stata ripresa in tutto il mondo" (vedi nostra inviata Cinzia Giotta in Cinefestival).
La Biennale di Architettura ha voluto dedicare uno spazio commemorativo alle Twin Towers e alle oltre duemila persone morte sotto i detriti. All'ingresso del Padiglione americano è stata esposta una trave contorta, emblematico frammento delle Torri Gemelle. Nel sale interne, il fotografo Joel Meyerowitz espone la sua personale «World Trade Center: past, present, future», un commosso e drammatico resoconto per immagini di quelle ore di distruzione e di morte. Robert Ivy, commissario del Padiglione americano ed editore di "Architectural Record", con questa mostra fotografica si augura di «stimolare il già vivace dibattito che si sta svolgendo, a livello internazionale, tra architetti, teorici, pianificatori urbanistici ed altri esperti sul futuro di questo luogo ormai sacro». Il padiglione americano ospita i progetti presentati nel marzo scorso alla Max Protetch Gallery di New York. Si tratta di disegni, plastici, installazioni digitali firmate da numerosi architetti tra i quali Steven Holl, Zaha Hadid, Morphosis, Raimund Abraham, RoTo Architects, Daniel Libeskind, Frei Otto, Vito Acconci, Inigo Mangliano-Ovalle e Samuel Mockbee. «Un quadro di architettura potenziale - ha detto ancora Ivy - che stimolerà il dibattito che porterà alla New York del futuro». E sulla New York del futuro, in particolare sull'avvenire dello spazio del World Trade Center, si sono ieri confrontati gli architetti Roger Duffy, Billie & Tsien, gli stessi Libeskind e Holl, il quale ha inaugurato il 5 settembre la sua personale alla Basilica Palladiana di Vicenza, insieme al critico del "New York Times" Herbert Muschamp e al già citato Robert Ivy. L'incontro è stato organizzato dalla Biennale e dal "New York Times" al Teatro alle Tese dell'Arsenale. Come hanno sottolineato quasi tutti gli interventi, negli Usa si sta assistendo a una specie di saturazione qualitativa dell'ispirazione sul "what to do" al posto delle Torri. Interessi contrastanti hanno finora impedito di avviare con tempestività i progetti per il nuovo World Trade Center. L'ex sindaco Giuliani vorrebbe che l'area fosse destinata solo a un memoriale, tributo della città ai suoi caduti, di fronte a un primo stralcio di progetti considerati insoddisfacenti, non all'altezza della fama architettonica della Grande Mela, e c'è già chi accusa di incompetenza e di intenti speculativi la Lower Manhattan Development Corporation, l'agenzia pubblica preposta alla sovrintendenza delle opere. E sulla linea di Giuliani ci stiamo anche noi perché sopra un cimitero non si innalza un "ripristinato e ancora più grande World Trade Center". Lì in quel luogo c'è solo spazio per la memoria, il ricordo e la preghiera. Una volta tanto la vita vale di più del business. E' passato un anno e non si sa ancora come finirà, tant'è che il "New York Times" ha deciso di scendere in campo, annunciando la pubblicazione di cinque nuovi progetti, elaborati da altrettanti architetti di fama internazionale, che saranno poi affidati al giudizio dei lettori. Ciascun architetto ha presentato un progetto, un'idea per rimpiazzare le due torri, sostituendole con edifici nuovi, simili o addirittura più grandi. Alcuni sono edifici di altezza smisurata, perché mirano a diventare punto di riferimento visibile da qualunque lato della città. Vele proiettate nel cielo, ardite torri ritorte e avvitate su se stesse, trasparenti grattacieli così alti da sfidare le leggi della statica e della gravità... E al loro interno, migliaia di appartamenti, uffici, ristoranti, alberghi, stazioni intermodali per treni bus e metro, per dimostrare che i grandi agglomerati residenziali non sono in via estinzione come del resto la perplessità degli abitanti di New York è maggiore rispetto alla volontà di far presto e subito.
Una trave delle Torri regalata al Veneto. Si tratta di una trave lunga 6 metri che pesa più di due tonnellate. Si dice che sia un frammento dell'80º piano della Torre colpita per prima. Il governo statunitense ha deciso di donarla alla Regione Veneto e come annunciato nel suo discorso di gratitudine il presidente Giancarlo Galan che l'ha donata alla città del Palladio, dove c'è la base Nato. Ma per ora è appoggiata per terra, in tutta la sua imponenza, avanti al Padiglione Usa della Biennale di Venezia. La «consegna» è stata fatta durante l'inaugurazione del padiglione americano, da un rappresentante del Dipartimento di Stato americano, Braian Sexton. D'altro lato a palazzo Ferro Fini, il presidente del Consiglio regionale Enrico Cavaliere ha ricevuto una delegazione di senatori americani, anticipando che per l'anniversario delle Twins Towers il Veneto sarà rappresentato a New York da una delegazione di pompieri di Bassano. «Noi siamo più vulnerabili perchè siamo più liberi» ha commentato il presidente della Giunta regionale Giancarlo Galan, intervenendo all'inaugurazione della Biennale Architettura che ha voluto iniziare con la sua presenza al padiglione americano. E, ricevendo il simbolico omaggio, il presidente Galan si è così espresso: «E' un oggetto che simboleggerà gli antichi legami che uniscono la nostra terra con New York e gli Stati Uniti, i cui costituenti per elaborare la loro carta fondamentale presero spunto anche dal sistema governativo della Serenissima. Un rapporto di reciproco scambio quello che unisce Veneto e USA. Se infatti il mito dell'America - ha concluso Galan - ha spinto molti Veneti ad emigrare oltre oceano, i nostri concittadini hanno anche il merito d'aver dato un grande contribuito nel far grande quel paese. Tra Veneto e USA c'è quindi un legame affettivo, economico e non dimentichiamo anche militare visto la base logistica americana che ospitiamo». Motivo per cui la trave sarà ospitata a Vicenza in un luogo ancora da definire. «Gli Americani adorano Venezia ma almeno 8 su 10 che giungono in Laguna visitano anche Vicenza per le ville palladiane di cui vanno pazzi» ha aggiunto Galan. Alla breve cerimonia erano presenti Robert Ivy - commissario della mostra "World Trade Center: past, present and future", ospitata nel padiglione americano - il gallerista Max Protetch, che ha portato a Venezia i progetti ma anche l'interessante dibattito architettonico su cosa fare al posto delle torri gemelle, Joel Meyerowitz autore di 8000 foto sui resti dell'11 settembre, Philip Rylands direttore del Museo Guggenheim di Venezia, oltre a Brian Sexton del Dipartimento di Stato. Gli otto senatori statunitensi, ricevuti invece a Palazzo Ferro Fini, erano guidati dal presidente in carica della Ncsl, Stephen Saland, e dal presidente entrante, Angela Monson. Sono stati accolti a palazzo Ferro Fini dal presidente del Consiglio, Enrico Cavaliere, dal presidente della Prima Commissione regionale Carlo Alberto Tesserin e da una rappresentanza del Consiglio. La delegazione della Ncsl, aveva ospitato i rappresentanti della Prima Commissione negli Stati Uniti un anno fa, nel quadro di una serie di scambi sul federalismo. «Credo fermamente - ha ribadito Saland - che il federalismo sia il sistema in grado di fornire maggior efficienza ad uno Stato e sia nel contempo la forma di governo più vicina al popolo, permettendo la divisione e la specializzazione delle responsabilità».
What Next for Lower Manhattan (7 settembre, Arsenale - Teatro alle Tese). In occasione dell' 8. Mostra Internazionale di Architettura, La Biennale di Venezia e il giornale "New York Times" hanno organizzato "What Next for Lower Manhattan", un incontro per discutere sul futuro dello spazio del World Trade Center. Un anno dopo la distruzione del World Trade Center, il futuro di questo luogo è ancora incerto e dubbioso. Il Lower Manhattan Development Corporation ha proposto durante l'estate sei diverse soluzioni alternative, nessuna delle quali però ha ricevuto un grande riscontro. Adesso la Corporation ha portato avanti il suo intento e sta preparando un concorso internazionale per scegliere un altro piano di ricostruzione urbanistica entro il 30 settembre 2002. Per quanto riguarda la direzione dei progetti di ricostruzione ufficiale, il "New York Times" ha sponsorizzato una proposta alternativa per rafforzare questa iniziativa che include anche i contributi ricevuti da Peter Eisenman, Rafael Vinoly, Richard Meier, Williams & Tsien, Steven Holl, Lindi Roy, ARO, Rem Koolhaas e Zaha Hadid. La Biennale di Venezia offre la possibilità di vedere i loro disegni per la prima volta vicino a un programma ideato dallo studio di architettura SOM per Silverstein Properties, proprietari del contratto degli spazi destinati agli uffici nelle torri gemelle al momento della loro distruzione. Gli architetti, inclusi Steven Holl, Daniel Libeskind, e Roger Duffy dei SOM, hanno dibattuto sulle varie strategie per la ricostruzione del luogo con il critico Herbert Muschamp del New York Times, Robert Ivy, commissario del padiglione americano ed editore della rivista "Architectural Record" e Deyan Sudjic, direttore di Next.
Il padiglione degli Stati Uniti d'America offre un excursus temporale di un sito storico che ha attirato l'attenzione del mondo intero. L'undici settembre 2001, davanti a milioni di spettatori, le Torri Gemelle del World Trade Center di New York sono precipitate al suolo, cambiando per sempre l'atteggiamento emotivo nei confronti della "Grande Mela" e provocando accesi dibattiti sul futuro di Manhattan. Il fotografo Joel Meyerowitz, che ha lungamente ritratto il profilo di New York sotto molteplici aspetti ed angolature, si è subito trasferito a Ground Zero con una macchina fotografica di grande formato con la quale, attraverso più di 8000 immagini, è riuscito a cogliere la straordinaria bellezza e la determinazione di quanti si sentivano coinvolti nell'opera di salvataggio e di rimozione dei detriti. Intanto in un'altra parte dell'Hudson River, il gallerista Max Protetch si interrogava sul futuro del sito. Dopo aver compilato una lista dei più abili architetti ed artisti a livello mondiale, a ciascuno di essi richiese disegni, modellini e proposte digitali riguardo il futuro di quei 16 acri. Anche se, a livello operativo, una decisione su cosa avverrà di Ground Zero è oggetto di discussione in questi giorni, i progetti che hanno fatto parte della mostra alla Galleria Protetch continuano produrre accese discussioni che pongono direttamente l'architettura al centro del dibattito urbano. Il padiglione, nostante le sue ridotte dimensioni, contiene così "passato, presente e futuro del World Trade Center", riproponendone la storia in un modo accattivante e, allo stesso tempo, toccante (cf. Robert Ivy, FAIA, Commissario, Padiglione U.S.A, cartella stampa).
Note tecniche. Robert Ivy, FAIA (Yellow of the American Institute of Architects) direttore della rivista "Architectural Record" è il commissario responsabile della mostra ospitata al padiglione americano ai Giardini di Castello. "Legando la presentazione di questi progetti" - Ivy ha osservato - "alle fotografie singolari e sconvolgenti delle Torri Gemelle devastate, il Dipartimento di Stato si augura di stimolare il già vivace dibattito che si sta svolgendo, a livello internazionale, tra architetti, teorici, pianificatori urbanistici ed altri esperti sul futuro di questo luogo ormai sacro. (...) Nella luce mutevole di Manhattan, Joel Meyerowitz ha fatto emergere bellezza e coraggio dalla rovina. Queste fotografie, insieme ai lavori raccolti dalla Max Protetch Gallery, compongono un quadro di architettura potenziale per Ground Zero che stimolerà il dibattito che porterà alla New York del futuro". Disegni, plastici ed installazioni digitali firmate da numerosi architetti tra i quali ricordiamo: Steven Holl, Zaha Hadid, Morphosis, Raimund Abraham, RoTo Architects, Daniel Libeskind, Frei Otto, Vito Acconci, Inigo Mangiano-Ovalle e il compianto Samuel Mockbee. Organizzatore della mostra veneziana "World Trade Center: Past, Present, Future" è l'Ufficio per l'Istruzione e gli Affari Culturali del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti d'America. Padiglione di Stati Uniti d'America, esposizione fino al 3 novembre 2002.
Per informazioni sito Biennale: : www.labiennale.org
Press office American Papillon: Randi_greenberg@mcgraw-hill.com
Liesbeth Bollen, Guggenheim Museum: press@guggenheim-venice.it