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25. Anniversario di Vittorio Cini fondatore della "Fondazione Giorgio Cini"

Cinquant'anni fa nasceva la Fondazione Giorgio Cini, una delle maggiori istituzioni per lo sviluppo interculturale dei popoli. Fu voluta dal suo fondatore Vittorio Cini per onorare la tragica  scomparsa del figlio Giorgio - avvenuta in Francia nel 1951 - che a sua volta lo liberò dalla prigionia a Dachau nel 1943. Grazie al consistente intervento del conte Cini, l'Isola di San Giorgio Maggiore viene riscattata dal secolare degrado ed abbandono per farne un centro internazionale di studi e ricerche, come il nuovo dedicato a "Venezia e l'Europa".  

Jeanne Belhumeur e Angelo Miatello

 

25. Anniversario della Fondazione Giorgio Cini. La Fondazione Giorgio Cini nasce il 20 aprile 1951 per volontà del conte Vittorio Cini, con lo scopo di restaurare l'Isola di San Giorgio Maggiore, gravemente degradata da quasi un secolo e mezzo di occupazione militare (vedi scheda). Vi fu insediato un centro internazionale di attività culturali e di incontri di grande rilievo. La Fondazione che porta il nome del figlio Giorgio - scomparso il 31 agosto 1949 in un incidente di decollo sulla pista del piccolo aeroporto di St. Caspien presso Cannes - da allora, ha promosso permanenti attività di carattere sociale, formativo, culturale, artistico e di ricerca (con particolare riferimento alla civiltà veneziana e veneta), che si sono sviluppate lungo il corso degli anni con nuove iniziative in un dialogo costante con la cultura italiana e internazionale. Da ultimo la nascita del nuovo Istituto "Venezia e l'Europa", orientato su alcuni temi decisivi per il futuro, quali l'identità dei popoli e le forme dei rapporti tra le culture affluenti nella "nuova Europa". E lo stesso complesso monumentale dell'Isola di San Giorgio Maggiore sarà oggetto nei prossimi anni di un'importante opera di preservazione e salvaguardia e di una più efficace struttura culturale.

Venticinque anni fa moriva il suo fondatore Vittorio Cini (18 settembre 1977) e per ricordarlo, la Fondazione ha organizzato a metà settembre una serie di cerimonie private - nella basilica di San Giorgio, il cardinale Marco Cè ha celebrato la Messa di suffragio, nel Piccolo Teatro si è tenuto un breve concerto e l'esposizione della "Madonna col Bambino e due Angeli" di Piero di Cosimo, un dipinto che appartiene alla galleria di palazzo Cini, "sotto lo sguardo attento" della Madonna di Piero di Cosimo che il presidente della Fondazione Cini, Giovanni Bazoli, ha tenuto una breve commemorazione. Nato a Ferrara il 20 febbraio 1885, Cini completò le scuole secondarie a Venezia e studi commerciali a St. Gallen in Svizzera, con pratica bancaria a Londra. Tornato in Italia nel 1905, Vittorio si formò all'etica del lavoro e dell'impresa, prima collaborando con l'azienda paterna specializzata in opere di costruzioni e infrastrutture, poi avviando in proprie rilevanti iniziative nei primi del secolo scorso. Dopo la prima guerra mondiale, cui partecipò da volontario quale ufficiale di cavalleria, venne ad abitare a Venezia, nel palazzo di San Vio sul Canal Grande, intrecciando saldi legami con gli ambienti cittadini, primo fra tutti Giuseppe Volpi. I suoi interessi si svilupparono in imprese elettriche (Società "Cellina", SADE), del turismo d'élite (CIGA), di costruzioni (la società per le opere infrastrutturali di Marghera), di comunicazioni e di trasporti. Nel 1918 aveva sposato la diva del cinema muto Lyda Borelli, da cui ebbe quattro figli (Giorgio, Mynna e le gemelle Ylda e Yana). Tra le numerose cariche fu "Commissario straordinario" e poi Presidente della società  siderurgica ILVA (dal 1921 al 1939), "fiduciario del governo" per il riassetto della struttura agraria del ferrarese (1927), senatore del Regno dal 1934 e, dal 1936, commissario dell'Ente esposizione universale di Roma (E42) e ministro delle comunicazioni (primo semestre 1943). Al culmine della sua multiforme attività imprenditoriale e finanziaria era presente in ventinove complessi aziendali. Da sempre più vicino all'anima sociale del fascismo, si dissociò dal regime solo nel giugno 1943, nella fase ormai di totale distruzione europea (ndr il 20 gennaio 1942 con la "conferenza del Wannsee" viene elaborato il piano per l'eliminazione della "razza inferiore"...). Per questo suo repentino cambiamento Cini venne arrestato a Roma dalle SS il 23 settembre 1943 ed internato nel campo di concentramento di Dachau. Liberato avventurosamente dal figlio Giorgio, sostenne, anche con consistenti contributi finanziari, il movimento della Resistenza. Ma la tragica scomparsa di Giorgio, cui era fortemente legato, segnò una svolta profonda nella sua vita. Vittorio Cini considerò questo triste fatto come un'interruzione "naturale" di proseguire in progetti imprenditoriali della propria famiglia. Tuttavia riuscì a trasformare quella perdita irreparabile nella Fondazione Giorgio Cini, che istituì il 20 aprile 1951 sull'Isola di San Giorgio Maggiore che divenne operativa l'anno successivo, destinandole un consistente patrimonio. Vittorio Cini riposa nella tomba di famiglia alla Certosa di Ferrara.

Giorgio Cini. Il 31 agosto si infrangeva al suolo, sulla pista del piccolo aeroporto di St. Caspien, vicino Cannes, subito dopo il decollo, assieme a quella del pilota del bimotore che gli aveva ceduto i comandi, la vita di Giorgio Cini (altezza c. 185, occhi celesti, capelli castano scuro, corporatura snella - si legge nei documenti). Giorgio, unico figlio, maschio di Vittorio, aveva allora trent'anni, essendo nato a Roma il 26 novembre 1918. Laureatosi all'Università di Padova in Giurisprudenza il 17 giugno 1940 e in Scienze Politiche il 29 giugno 1941 aveva già iniziato ad inserirsi nelle multiformi e diversificate attività imprenditoriali paterne. A soli 25 anni aveva dato ampia prova delle sue capacità salvando il padre dal campo di concentramento nazista di Dachau: ne trattò la liberazione direttamente con le alte gerarchie del regime nazista a Berlino e, riscattatane la vita, riuscì a riportarlo in Italia con una rocambolesca fuga in aereo nel giugno del 1944. Il 3 luglio 1945, a poco più di due mesi dalla Liberazione e dalle fine della guerra, Giorgio, presentando un poderoso memoriale, rivolge al Comitato di Liberazione Nazionale Regionale Veneto (CLNRV) la richiesta di esprimere un giudizio sull'opera del padre (sottoposto a procedimento da parte dell'Alto Commissariato per le sanzioni contro il fascismo), sull'attività svolta durante il fascismo e sull'atteggiamento tenuto nel periodo della Resistenza. La Commissione d'inchiesta, presieduta da Gino Luzzatto, giunse alla conclusione della non imputabilità di Vittorio Cini, ritenuto anzi "un raro esempio di laboriosità, capacità creativa, rettitudine politica e spirito di patriottismo". La memoria di Giorgio fu onorata dal padre anche a Ferrara con l'Istituto di cultura che prende il nome di "Casa Giorgio Cini".

San Giorgio Maggiore - così chiamata per distinguerla da un'altra isola della laguna, San Giorgio in Alga - era in origine luogo di saline, di mulini, di orti. Nel 790 una prima chiesetta dedicata a San Giorgio le diede il nome. Dal 982, in seguito a donazione del doge Tribuno Memmo, divenne sede di un monastero benedettino, di cui fu primo abate il patrizio Giovanni Morosini. Con il trascorrere dei secoli l'Abbazia di San Giorgio crebbe e prosperò acquistando anche grande prestigio, sia come centro d'irradiazione spirituale e culturale, sia come luogo privilegiato di incontro e di asilo. Contemporaneamente, l'isola si andava sempre più arricchendo di edifici monumentali e di opere dei maggiori artisti attivi a Venezia. Da un complesso gotico con chiesa al centro dell'isola, si passò, fra la fine del '400 e il '500, a una ricostruzione rinascimentale, col primo chiostro di ispirazione toscana, forse mediceo-michelozziana (Cosimo de' Medici, cacciato da Firenze, si era rifugiato a San Giorgio con la sua corte nel 1433). Al maggior architetto del Rinascimento veneto, Andrea Palladio, si devono l'attuale chiesa e il grandioso refettorio. La chiesa, iniziata nel 1566 e completata ai primi del secolo successivo dopo la morte del Palladio, è dedicata ai Santi Giorgio e Stefano - del quale custodisce le spoglie - ed è costruita a croce latina, a tre navate, con cupola centrale e un ampio presbiterio, al centro del quale sorge l'altare maggiore del Vassilachi con sculture di Gerolamo e Giuseppe Campagna. Dietro l'altare si sviluppa il grandioso coro ligneo, illustrante la vita di San Benedetto, scolpito dal fiammingo Alberto van den Brulle e datato 1595. Le navate accolgono monumenti sepolcrali di dogi e di alti dignitari, opere di scultori insigni tra i quali Alessandro Vittoria; tra i dipinti spiccano l' "Ultima Cena" e la "Caduta della Manna", capolavori di Jacopo Tintoretto, e tele di Domenico Tintoretto, Jacopo Bassano, Palma il Giovane, Sebastiano Ricci. Nella cappella superiore - dove nel 1799 si tenne il Conclave che l'anno successivo elesse Sommo Pontefice Pio VII - collocata una tela del Carpaccio raffigurante San Giorgio che uccide il drago. Dal piazzale della Basilica si entra, a destra, nei due chiostri dell'antico monastero. Sul secondo, interno e più antico, si aprono la Sala del Capitolo, con portale lombardesco, e la grandiosa aula palladiana del Refettorio frutto anche di una collaborazione con Paolo Caliari detto Veronese. Costui per rendere più aperta la parete di fondo dipinse la grandissima tela rappresentante le "Nozze di Cana", strappata da Napoleone durante la sua occupazione. Attualmente è al Grande Louvre di Parigi, e nulla servì a farla rientrare. Tant'è che l'accademico Antonio Canova, incaricato della difficile missione, rifiutò sdegnatamente persino un "baratto" con un'opera di Le Brun. Oggigiorno sulla parete della Sala vi è appeso un dipinto di scuola tintorettiana rappresentante lo "Sposalizio della Vergine". A Baldassare Longhena si devono invece lo scalone monumentale e la Biblioteca, situata al primo piano, arredata da scaffali e statue lignee opera di Franz Pauc e ornata nel soffitto da una serie di pitture di due quotati manieristi del Seicento, generalmente conosciuti come "i fratelli lucchesini". Il Loggiato del primo piano è chiuso trasversalmente dal celebre Dormitorio, lungo 128 metri, costruito alla fine del Quattrocento dal luganese Giovanni Buora e dal figlio Andrea. Con la caduta della Serenissima, dapprima nel periodo napoleonico e poi sotto il dominio austriaco cominciarono le devastazioni e le spoliazioni dell'isola. Chiuso il Monastero benedettino, San Giorgio divenne dapprima un deposito franco e sul lato settentrionale furono costruiti ampi magazzini e la darsena delimitata da un piccolo molo. Dopo la rivolta popolare contro gli Austriaci del 1848, l'isola divenne un insediamento militare austriaco; e mantenne tale carattere sia pure con funzioni diverse, anche quando Venezia, nel 1866, entrò a far parte del Regno d'Italia. San Giorgio, invaso da baracche, tettoie e altre costruzioni effimere, con gli edifici monumentali indiscriminatamente frazionati e spesso rozzamente puntellati, conobbe così il periodo del suo maggior decadimento, anche materiale.

P.S. "Si monumentum...", documentario realizzato nell'ambito delle iniziative per celebrare i 50 anni dalla sua costituzione (20 aprile 1951). Regia e sceneggiatura di Gianni Di Capua, musiche di Gian Francesco Malipiero, produzione della Fondazione Giorgio Cini, realizzazione di MestiereCinema, Venezia, Durata: 54' - formato DigitalBeta.

"Lettera da San Giorgio", semestrale diretto da Renzo Zorzi.

e-mail: fondacini@cini.it

www.cini.it

Alla Fondazione Cini si arriva con il vaporetto linea 82, ogni dieci minuti

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