
Articolo di: Angelo Miatello
Pubblicato il: 11.02.2003
In breve:
Primi indizi dello studio del Dpt di Urbanistica del Veneto, diretto da Vincenzo Fabris. Nella sola Marca un esercito colonialista di 91.000 imprese con più di 53 milioni di metri quadri di capannoni.
La Giunta Gomierato di Castelfranco Veneto tra l'incudine e il martello con il "loro" PRG che aumenta sproporzionatamente nuove aree industriali e "direzionali".
Servizio di A. Miatello. Primi indizi dello studio del dipartimento di Urbanistica della Regione Veneto, diretto da Vincenzo Fabris. Nella sola Marca un esercito colonialista di 91.000 imprese con più di 53 milioni di metri quadri di capannoni. La Giunta Gomierato di Castelfranco Veneto è tra l'incudine e il martello, con il "loro" PRG che vorrebbe aumentare sproporzionatamente nuove aree industriali e "direzionali". L'ingordigia veneta sta facendo i conti con sperperi, disfunzionalità, degrado ambientale e stupidità pseudoculturali. Uno sbrodolamento che rispecchia una società postindustriale ignorante, affarona e qualunquista. Due fatti sono emblematici. Nel primo, si è visto anche ieri sera (10 febbraio) in Consiglio comunale dove si doveva "votare" l'esposizione di una bandiera simbolica (per la precisione "l'arcobaleno per la pace", oramai a quota 95.000 in tutta Italia, giro d'affari attorno al miliardo di vecchie lire) con accanto "anche la bandiera dell'ONU" ("per via che rimettiamo anche all'ONU le sue resposabilità", cf. "Vivere Castelfranco"). Per chi non lo sapesse la bandiera dell'ONU è in dotazione ufficiale di ogni Comune e non ha bisogno di votazioni della maggioranza. E' un vessillo istituzionale come il tricolore, quella dell'Ue o della Regione. La Carta delle Nazioni Unite è parte integrante della nostra Costituzione, anzi è in qualche modo di grado superiore alla legge fondamentale. Una maggioranza che ha bisogno di mettere ai voti l'esposizione di una bandierina simbolica dedicata alla pace, inventata dal Vaticano per i milionari raduni del Papa, a condizione che sia messa accanto anche al vessillo istituzionale dell'ONU (di cui l'Italia è membro dal 14 dicembre 1955) è ridicolo perchè pone quest'ultimo alla stregua di un semplice e banale uso utilitaristico. E nel caso in cui i meccanismi predisposti dalla Carta delle Nazioni Unite portassero all'intervento amato in Irak? Cosa farà la Sindaco Gomierato, toglierà la bandierina della pace? Il Segretario comunale, unico laureato in Scienze Politiche, sembra deboluccio in diritto internazionale. Nel secondo fatto, si è letto qualche giorno fa sui documenti che la Giunta Gomierato ha approvato un primo stralcio di spesa da 350 milioni di vecchie lire per una pista ciclo-pedonale di 590 metri da viale Italia fin quasi all'Obitorio comunale. Oggi per "pista ciclo-pedonale s'intende due-tre metri d'asfalto più due metri con mattoncini, un'aiuola spartitraffico, fasce verdi di tre metri ai lati, panchine e lampioni "rigorosamente" disegnati dallo "Scattolin" di turno....tanto paga pantalone. Non è un vero spreco dato che servirà un piccolissimo quartiere di residenti ricchi, già furbescamente blindatosi a nord con nessuno sbocco verso via dei Carpani, la via che porta al GST? Cosa ci sarà mai dietro a questa invereconda scelta "gomieratana"?
Dalla Regione Veneto i primi dati del censimento sui fabbricati a destinazione industriale lungo le principali vie di comunicazione. Una galassia di cemento con strade sempre intasate di autoveicoli, molti dei quali con merci pericolose. Nella sola Marca gli impianti produttivi ammontano a 53 milioni di metri quadri e sembra saranno raddoppiati nei prossimi dieci anni. Un esercito colonialista di ben 91.000 imprese nella sola Marca. Chi ne fa le spese sono i cittadini inermi, soprattutto i residenti di paesi e frazioni che si ritrovano fuori dalla loro soglia di casa, dai luoghi di culto e dai vari negozi o uffici, schiacciati dall'imprudenza di certi automobilisti e (tutti) dall'inalazione di "polveri sottili", cioè benzene, anidride carbonica, biossido di carbonio, piombo, diossina. Lo studio della Regione, pensate il primo della storia, riguarda come prima elaborazione il carico "produttivo" sui principali assi stradali del Veneto. Nel tratto Treviso-Conegliano della Pontebbana, si concentrano più di 8 milioni di mq d'insediamenti produttivi. Sulla Feltrina, fra Treviso e Montebelluna, sono cresciuti 5 milioni di mq di aziende. Ma la situazione non è molto diversa nelle altre strade. Solo sul Terraglio, tra Mestre e Treviso, non si sa come, i metri quadri sono oltre 3 milioni e mezzo.
L'iniziativa della Regione però si sta scontrando con mille difficoltà perché non è in grado di conoscere con esattezza l'immenso parco immobiliare disseminato dentro o fuori l'area urbana e quanto ancora sarebbe in fase di progettazione e costruzione. Come si sa, tirare su un capannone prefabbricato non è poi così difficile e lungo. Secondo il parere di certi esperti di settore, il censimento delle aree produttive (che noi preferiremmo chiamare distruttive) si dimostra un'impresa colossale, che forse non basterà nemmeno la durata di una legislatura. Nel frattempo però si registrano nuovi insediamenti, nuove fondazioni, nuove urbanizzazioni. Si sa che la Regione ha imposto una specie di "tregua" all'avanzata frenetica e irresponsabile dei Comuni che propongono "nuove varianti urbanistiche in materia finchè non ci sarà la nuova legge destinata a disciplinare la nascita o l'ampliamento di zone industriali". Se sul piano formale si dovrebbe pensare con più ottimismo è su quello sostanziale che la politica non è stata in grado di canalizzare con maggiore oculatezza la variegata richiesta dell'industria e del settore terziario veneti. La libera concorrenza che si è instaurata anche nell'offerta di aree industriali, nota bene: una priorità dei Comuni (vero federalismo), ha fatto sì che si siano verificati fenomeni di degrado ambientale e di malsanità. I Comuni, specie quelli che si trovano stretti fra altri più grandi o in mezzo a due o tre province, fanno a gara per "vendere" aree fabbricabili, artigianali, industriali e di servizi. Puoi incontrare in un raggio di qualche chilometro tre o quattro supermercati e tanti e tanti capannoni sparpagliati qua e là, rigorosamente a ridosso di arterie provinciali, statali e comunali che spesso sono quelle costruite dagli antichi romani o di fine '8oo. Al massimo queste arterie, che attraversano centri di paese con chiese, municipi, banche, negozi di alimentari o panetterie, dispongono di una miserabile corsia ciclabile (qualche centinaio di metri) talvolta adoperata come sosta di auto dei frontisti. Ma come si può fermare un esercito colonialista di 91.000 imprese nella sola Marca? Sembra che i tecnici di palazzo Linetti a Venezia stiano raccogliendo i dati delle Camere di commercio, le cartografie, confrontando i rilievi aerofotogrammetrici, incrociando i vari Prg, Ptp, per mettere assieme le cifre ed offrire una lettura ragionevole sulla situazione disastrosa. Un lavoro pressoché immane, dati i limiti temporali e fisici con cui l'ufficio regionale competente è costretto di lavorare. "Ci si doveva pensare prima, ora ormai siamo sul non ritorno", afferma qualche politico scettico. Ed un folto gruppo di intellettuali gridano da tempo all'allarme, denunciandone ritardi, omissioni e spregiudicatezza da parte degli amministratori comunali.
Intanto c'è un dato, pressochè definitivo, che riguarda i carichi delle aree industriali sulle principali arterie stradali venete. In altre parole quanti metri quadri di capannoni si affacciano sulle singole direttrici stradali. Il dato è impressionante: solo sulle principali strade della Marca si affacciano più di 53 milioni di metri quadri di capannoni. Per la precisione 53 milioni 166 mila 70 metri quadri. Che diventano 154 milioni (154 milioni 381 mila 466 metri quadri) se si aggiungono anche i principali assi stradali delle province di Belluno, Padova e Venezia - esclcuso Porto Marghera che da sola occupa 20 milioni di metri quadri. I tecnici del dipartimento di Urbanistica della Regione - diretto da Vincenzo Fabris - non hanno ancora potuto fornire i dati relativi alle province di Vicenza e Verona, che secondo i più informati, si dovrebbero aggiungere almeno altri 100 milioni di metri quadri per completare il censimento regionale. Dal rapporto della Regione emergono dati e realtà che sono sotto gli occhi di tutti: colossali ingorghi costituiti da capannoni industriali, ipermercati, centri direzionali e commerciali, autoveicoli di tutte le specie e annate, camion, bilici, corriere, furgoncini e talvolta anche trattori. Ma come difendersi? Sembra impossibile, dato che una volta costruito il capannone o il supermercato, può solo una calamità naturale (terremoto, inondazione, ciclone) o un incendio o una guerra condurlo alla distruzione totale. Da diverse parti si sente parlare di "saturazione totale del territorio, una paralisi dalla quale diventa difficile anche semplicemente difendersi" e che l'arch. Domenico Luciani, presidente della Fondazione Benetton, la chiama " 'nebulosa', qualcosa di più di 'policentrismo', di 'città diffusa'. Ogni giorno nel Veneto si registrano 10 milioni di spostamenti con autoveicoli, quasi 2 milioni nella Marca" (vedi altri ns. servizi). La situazione odierna obbliga pertanto la Giunta di Galan di imporre una "tregua" ai Comuni "bloccando l'adozione di nuove varianti urbanistiche in materia". Il capannone veneto (una fungaia) è momentaneamente tenuto fermo "fintantochè non ci sarà la nuova legge destinata a disciplinare la nascita o l'ampliamento di zone industriali". E' un segno di debolezza perché nel frattempo si continua a costruire e molto in fretta, basta dare uno sguardo alle porte di Treviso, tra Quinto e Paese, o tra San Marco di Resana e Badoere ....
Tutti chiedono di aprire le aziende lungo le strade statali e provinciali, poco importa se queste strade sono strette, curvose, con filari di grossi alberi cui le radici contorcono l'asfalto, e se vi sono nella vicinanza abitazioni, villette o una "minuscola" edilizia. E' più comodo! Finora Comuni e Regione hanno sempre chinato la testa, con il placet della Provincia di Treviso e della ex Anas. Quasi tutti però ci hanno guadagnato: chi ha venduto la terra agricola (inquinata o improduttiva), chi l'ha urbanizzata e chi naturalmente vi ha edificato in quattro e quattr'otto prefabbricati "chiavi in mano". Un giro vizioso miliardario molto più veloce di quanto non sia mai stato realizzato in cinquant'anni. In soli dieci anni hanno triplicato le aree edificabili, e poi c'è chi persino va in giro sostenendo di essere stato "sacrificato" e di chiedere "molto meno rispetto a Montebelluna, Valdobbiadene, ecc." (parole della Sindaco Maria Gomierato nella seduta pubblica di settembre a Salvarosa per giustificare il "loro" PRG).
Questo lo scenario nella gioiosa Marca. Partendo da nord-est, in una trentina di chilometri della Pontebbana, nel tratto Treviso-Conegliano, si sono potuti concentrare più di 8 milioni di metri quadri d'insediamenti produttivi. E per la stessa ragione sulla statale Feltrina, in meno di venti chilometri, tra Treviso e Montebelluna, sono spuntati 5 milioni e 200 metri quadri tra aziende e magazzini d'ogni genere e gusto "architettonico". Ma lo scenario non è molto diverso nelle altre strade trivigiane. Solo nelle vicinanze dello storico Terraglio con le sue bellissime ville venete, tra Mestre e Treviso, non si sa come (Preganziol, Mogliano...), i metri quadri sono oltre 3 milioni e mezzo.
E nella Castellana? E sulla Castellana (per esempio lungo la SP 53), tra Castelfranco e Treviso, via Vedelago, Istrana, Paese e Quinto, altri 3 milioni e 600 mila metri quadri. Ma Castelfranco è anche "importante crocevia e snodo ferroviario" per Padova, Venezia e Vicenza. Non a caso lungo la storica strada "Statale del Santo" - larga appena sei metri con ai lati canali alti più di quattro metri - si sono ammucchiati più di un milione di metri quadri di zone industriali, solo fino a Camposampiero. E se ne possono trovare altrettanti, se non di più, in direzione Scorzè-Trebaseleghe sulla Castellana, o in direzione di Vallà-Riese, o di Castello di Godego-Loria, o di San Martino di Lupari. Ormai non c'è più una linea di demarcazione tra l'abitativo residenziale e quello produttivo industriale o commerciale, tra l'agricolo e il deposito di detriti. La protesta sembra assai contenuta, paragonando a quanto i veneti seppero fare per le quote latte, per la distruzione di mandrie, per l'aumento di tasse e balzelli, e anni addietro per rivendicazioni salariali con scioperi e serrate. I veneti si distinguono per solerzia e praticità? A noi sembra il contrario, basta ascoltare un dibattito comunale in cui si deve per forza giustificare il tutto e il contrario di tutto, rimangiandosi quanto promesso in campagna elettorale "buonsenso, oculatezza, buon padre di famiglia, prevenzione..." ("programma di Vivere Castelfranco", oggi maggioranza in Consiglio) o venire in Piazza Giorgione tra sabato e domenica. La stragrande maggioranza dei veneti ha ancora il coraggio di divertirsi "facendo due passi sotto i portici o nell'unico lembo di giardino pubblico attorno al castello". Un popolo di migliaia di automobilisti che si riversano nei centri storici per vedere e rivedere le solite vetrine, i soliti "intimi", "occhiali", "jeans", "scarpe"...abiti da sposa. Ma come riusciranno i nostri governanti pensare di bloccare l'esercito delle 91mila imprese trevigiane e metterlo "in stand by", non si sa bene di cosa? E' il rovescio del federalismo tanto acclamato e conquistato come da sempre all'italiana? Come farà la Regione Veneto a cambiare tale disastrosa tendenza? (miatello@aidanews.it)