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Alexander Calder Al Museo Guggenheim di Bilbao. Fra poesia e matematica, i suoi "Mobiles" e gli "Stabiles"

 

 

"I Mobiles di Calder - scrisse Jean-Paul Sartre - ondulano, esitano, si direbbe si sbaglino e poi si riprendano. Sono invenzioni liriche, combinazioni tecniche, quasi matematiche e, nello stesso tempo, simboli sensibili della Natura di questa grande, vaga, Natura che spreca il polline che genera il brusco volo di mille farfalle". Parole, queste, che tornano alla mente dinanzi alla non grande ma come sempre affascinante mostra dello scultore americano Alexander Calder (1898-1976) nel Museo Guggenheim di Bilbao: 65 sculture che vanno dal 1930 al 1968. La mostra durerà fino al 7 ottobre. 

Vent'anni fa fu Renzo Piano a creare a Torino, nel Palazzo a Vela, la magica ambientazione della più ampia retrospettiva mai realizzata dell'artista. Ora sono i classici spazi di Frank O. Gehry ad accogliere in sette sale Mobiles e Stabiles di media grandezza. Spazi classici perché così è fatta l'architettura fantasiosa e decostruttiva di questo singolare museo: all'esterno, un intreccio di petali argentei di un fiore colossale rivestito di titanio che scintilla al sole, mentre all'interno sale e gallerie sono neutre e accoglienti. Meno felicemente stanno nel grande atrio tre grandi Mobiles, sopraffatti come sono dalle ardite strutture di acciaio e cristallo.

Data la configurazione della mostra - l'oculata scelta è di Carmen Giménez - nulla è presente degli inizi di Calder nell'ambiente americano degli anni Venti e nulla è posteriore al 1967, per cui non vi è traccia dello spettacolo Work in Progress che l'artista fece a Roma, al Teatro dell'Opera, nel 1968; mentre soltanto una parziale foto in catalogo ricorda il Teodelapio di piazza della Stazione, a Spoleto, del 1962 che fu il primo di una lunga serie di Stabiles monumentali. Fu donato dall'artista alla città umbra che ora anche ricorda Calder con la prima sala che gli è dedicata nella rinnovata galleria comunale.

La giovialità che fu una caratteristica dell'uomo Calder è stata talvolta fraintesa. È vero che il gusto del gioco fu un aspetto del suo lavoro ed è anche vero che egli portò nel sofisticato ambiente parigino delle avanguardie l'ingenua freschezza dell'America di allora, mentre il suo incontro con Mondrian nell'ottobre 1930 fu per lui determinante e l'affinità con Miró ne sollecitò l'amore comune per la cosmogonia.

Calder era stato marinaio e ingegnere prima di diventare uno dei massimi scultori e il primo modernista d'America. In bilico tra la poesia delle cose naturali, il pensiero filosofico, i calcoli matematici e l'analisi degli equilibri, egli realizzò con i suoi Mobiles una delle invenzioni più felici dell'arte moderna, diede una ragione e un senso unitario alle ricerche della pura arte astratta perseguite un po' ovunque nell'Europa degli anni Trenta del XX secolo, dalla Russia dei costruttivisti all'Olanda di De Stijl, dalla Svizzera di Dada alla Francia di Arp, Delaunay e Hélion, ai nostri Severini, Magnelli e al primo Melozzi.

La mostra ha un intrigante sottotitolo "La gravedad y la gracia". Francisco Calvo Serraller, autore di uno scritto in catalogo, ricorda di averlo tratto da un testo mistico della scrittrice francese Simone Weil, edito postumo nel 1947, ma nell'originale la parola francese era "pesanteur". La pesantezza, però, poco si addice all'opera di Calder. Scherzi di Babele. (G. Caradente per corriere.it)

Alexander Calder, Museo Guggenheim, Bilbao, sino al 7 ottobre. Tel. 0034/94/4359008 

 

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