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Zaha Hadid: io, donna nell'olimpo degli architetti

 

«Nella professione il mio sesso purtroppo è ancora penalizzato»

Veneaia, 27 marzo 2004. L'architetto più bravo del mondo, almeno per il 2004 e almeno secondo i giurati del Premio Pritzker (vero e proprio Nobel della progettazione), è una donna maestosa vestita di nero, ma che all'occasione può esibire bellissime scarpe arlecchino made in Italy. Una donna che incute rispetto al primo impatto, ma che è capace di inaspettati umorismi, di grandi diplomazie e persino di sorridere sorseggiando un «semplice» cappuccino. L'architetto in questione si chiama Zaha Hadid: cinquantatrè anni, irachena naturalizzata inglese, con studio a Londra dalle parti di King's Road, ha lasciato da tantissimi anni il proprio Paese per studiare prima a Beirut, poi in Svizzera, infine a Londra, dove si è laureata con Rem Koolhaas. Suo padre era un industriale sunnita (tra i leader dell'Iraqi Progressive Democratic Party); sua madre, una principessa. Oggi il nome di Zaha Hadid (in questi giorni a Milano dove giovedì sera è stata ospite di Miuccia Prada con Daniel Liberskind) è legato a progetti bellissimi e «disegnati da una mano incredibilmente felice». Come il club «The Peak» di Hong Kong o la stazione dei vigili del fuoco di Weil am Rhein in Germania. E poi, ci sono i progetti per l'Italia: il Maxxi di Roma, la Stazione della Metropolitana di Napoli, il Terminal traghetti di Salerno. Mentre a Milano, la Hadid lega il proprio nome alla cordata «CityLife», che partecipa al concorso per il progetto di recupero dell'«antica» Fiera di Milano assieme ad Arata Isozaki, Daniel Libeskind, Pier Paolo Maggiora.

Architetto Hadid, qual è stata la sua prima reazione quando ha saputo del Pritzker? «Sorpresa, almeno quando l'ho saputo in via ufficiosa qualche mese fa. E naturalmente gioia. Anche se, forse, in qualche modo me lo aspettavo, me lo sentivo»

Quali crede che siano i motivi che hanno spinto i giurati a scegliere proprio lei? «Non saprei dire. Forse perché, come recita la motivazione del Pritzker, i miei progetti rappresentano oggi "il miglior argomento per affermare la superiorità dell'architettura nella produzione di spazio", forse perché i miei progetti cercano di essere sempre innovativi. O forse per premiare quella che i giurati hanno definito "l'eroica battaglia" con cui difendo ogni progetto».

In America qualcuno ha sostenuto che il suo è un premio politico, in occasione del primo anniversario dell'invasione Usa dell'Iraq... «Si tratta di una forzatura inutile. Non c'è niente di politico nella mia architettura. Né di ideologico, come si può invece al contrario trovare, ad esempio, nei progetti degli architetti italiani d'epoca fascista, come Adalberto Libera».

A un anno dall'invasione dell'Iraq, come vede oggi il futuro della sua terra?   «Sono da troppo tempo lontana e, purtroppo, non ho notizie recenti. So che è una situazione difficile, per colpa della guerra. Personalmente penso che l'invasione sia stata una brutta cosa, ma credo che immediatamente prima fosse anche peggio. Una cosa posso dire: l'Iraq è un Paese ricco, e non solo di petrolio. E' ricco nella sua cultura. La mia gente è provata, ma molti sono gli iracheni che potranno contribuire a creare le basi per il futuro del Paese»

Qual è il suo ricordo più recente dell'Iraq?

«Una foto della mia scuola lungo il Tigri che qualcuno mi ha regalato di recente. Mi ha fatto una grande tristezza: perché in quella foto non ho riconosciuto più niente della mia Bagdad».

In che cosa pensa di poter essere utile, in un futuro, al suo Paese?

«Io sono qui, a disposizione. Ma nessuno, per ora, mi ha chiesto nulla. E del Paese continuo a vedere quello che vedono tutti. Anche delle distruzioni e dei palazzi di Saddam, ho visto quello che hanno visto tutti».

Lei è la prima donna a ricevere il Pritzker. Che cosa vuol dire essere donna e architetto?

«Non lo so, non sono stata mai uomo. So però che quando siamo all'università ci sono, in media, metà studenti e metà studentesse. Poi, quando comincia la professione, le donne quasi spariscono. Diventano spesso collaboratrici di mariti o compagni, lavorano in grandi studi dove finiscono nell'ombra. E magari, a vincere il Pritzker, sono i mariti o i compagni: è successo con Robert Venturi. La giuria si è completamente dimenticata di Denise Scott Brown, sua compagna e collaboratrice insostituibile».

Che cosa della sua terra d'origine si ritrova nella sua architettura?

«Nel mio modo di progettare si sovrappongono le mie tante anime. Posso dire che dal mondo arabo potrebbe forse arrivare il mio amore per la geometria, per tutto quello che è matematico».

C'è un progetto al quale è particolarmente legata?

«Tutti e nessuno. Potrei dire, quello del museo di Cincinnati. Per tante sue particolarità: quell'essere uno spazio urbano relativamente angusto ma affascinante, fatto di pieni e di vuoti, dove ho giocato con la geometria e con le infinite variazioni dello spazio».

Chi sono stati i suoi esempi, i suoi maestri?

«Questa è una domanda maschilista: nessuno si sognerebbe di chiedere a un grande architetto uomo chi sono i suoi maestri. Per me, ci sono solo colleghi. Posso dire che Koolhaas è stato mio insegnante e che ammiro molto il lavoro di Gehry e Eisenmann. Niente di più».

E degli architetti italiani?

«Non mi viene in mente nessuno, né di vivi né di morti. Quando penso all'Italia, penso soltanto all' industrial design , in particolare a quello degli anni Settanta. Qualche nome? Mendini, Superstudio, Castiglioni. Per me, questa è l'Italia del progetto».

I suoi lavori più recenti?

«Il Bmw Center di Lipsia, il Guggenheim Museum di Taiwan, l'Herault Culture Sport di Montpellier. E infine, c'è l'Italia: Roma, Napoli, Salerno»

Si dice che sia difficile lavorare in Italia. E' così?

«Non mi sembra. Ho quasi avuto più difficoltà con l'Inghilterra, dove i miei progetti vincevano i concorsi ma regolarmente non venivano realizzati. Confesso che quando ho iniziato a lavorare in Italia, ero molto preoccupata: poi ho trovato tanto entusiasmo, nello staff ma anche nella committenza pubblica. Davvero, una bella sorpresa».

Com'è Zaha Hadid quando non progetta? Quali sono le sue passioni, i suoi interessi?

«Oramai non ho più molto tempo per le mie passioni. Quando posso, mi piace vedere amici, divertirmi, andare al mare. Ma in pochi anni, il mio studio di Londra si è ingigantito. E io, con tutto questo lavoro, non ho quasi più tempo per me»

 

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