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Gaetano Pesce inventa le sedie da inventare

Pesce inventa le sedie da inventare, ogni pezzo è una «delega creativa». Un'idea impertinente del designer: l'elogio dell'imperfezione. Caffè Florian, San Marco - Venezia fino al 30 settembre 2002

Angelo Miatello

Venezia 20 settembre 2002. Chi conosce Gaetano Pesce sa di apprezzarne la sua fantasia creativa, che sette anni fa si distinse con i "Vasi(goti)" ad ammucchiarsi irregolari e variopinti nella saletta destinata al contemporaneo dal celebre caffè Florian a Piazza San Marco, la stessa resa famosa per la storia della Biennale di Venezia dove Riccardo Selvatico inventò la Prima Esposizione Internazionale d'Arte in omaggio ai regnanti Savoia. Pesce oggi presenta in contemporanea con Next una serie di sedie o "pezzi da sedere" disegnati per Zerodisegno (sino al 30 settembre). Sedie pazze che della categoria hanno sagoma e ombra di funzione ma che, soprattutto, funzionano come pretesto per tessere un elogio dell'imperfezione, felice quanto impertinente. Pesce, ormai da molto tempo a New York, ha voluto dedicare alla sedia l'onore che le spetta, essendo comprovato l'interesse che da sempre ha calamitato quasi tutti i designer del mondo. "Totem" dell'estrema sintesi tra forma e funzione, la sedia è stata oggetto di infinite variazioni e modelli, a partire dalle antiche civiltà. Oggi, chi non si è sbizzarrito con la sedia? Surrealisti, come Dalì e Matta, si sono sentiti sfidati da questo basilare oggetto della funzionalità domestica. Ma Gaetano Pesce ha "inventato delle sedie da inventare". Sedie che più che sedie sono maschere e, come tali, non sono serie e non sono nemmeno prodotte in serie".

Seguendo l'ultima evoluzione della sua ricerca anarchica, controcorrente e provocatoria, Pesce, infatti, sta propugnando un design di pezzi unici nei quali l'intervento dell'operaio gioca una parte decisiva. L'idea di coinvolgere l'operaio a definire il pezzo ha già un nome: "delega creativa". Siamo agli antipodi di un'arte "cosiddetta fai fa te, federalista?". Il gioco non è tanto motivare l'addetto, quanto investire la sua creatività manuale nel singolo pezzo al fine di renderlo unico. Si ritorna insomma ai bei tempi d'inizio secolo, quando in Inghilterra ci si convinceva che l'operaio doveva ritornare artigiano, nel senso di saper creare e rifinire con cura il suo prodotto, nella catena industriale. Sorgono così le prime biblioteche pubbliche, i primi musei che dovevano arricchire di conoscenze il nuovo moderno operaio. La proposta di Pesce è originale, se pensiamo alle nostre grandi industrie del Nordest, ormai quasi tutto robotizzato. La sedia-maschera di Pesce si presenta come una scultura vagamente "post-pop", come una sedia leggera e come un oggetto intelligente. La materia usata non poteva essere che una resina irrigidita per renderla sicura e funzionale al proprio desiderio. I fogli di resina conservano flessibilità e trasparenza. Sono legati tra loro con piccoli ma ben visibili incastri manuali, simili a quelli dei teloni nautici. Ricordano un po' il cuoio e sembrano "cuciti" da un vecchio artigiano. A questo punto interviene l'operaio che dipinge a suo piacimento la sedia sul tema dello schienale-maschera a partire dallo schema fisso dei due fori per gli occhi. Gioco, fantasia, abilità, provocazione però sempre all'insegna dell'imperfezione. Non si sa comunque quanta ne abbia il maestro che riesce comunque a crearne un equilibrio statico molto evidente. "Nobody's perfect", direbbe un americano di passaggio. Alle sedie, Pesce ha aggiunto un tavolo che rappresenta Venezia vista dall'alto a forma di pesce. Naturalmente Pesce si diverte con questo gioco di parole e aggiunge un Canal Grande fatto a punto interrogativo. L'opera esposta fino al 30 settembre accanto al Caffè Florian merita di essere vista e possibilmente sentirne le vibrazioni artistiche, magari sedendosi per qualche attimo, nella speranza che sia possibile e meditare sul tempo presente, tempo in cui «il progetto e gli oggetti rappresentano un'espressione di cultura adulta, al pari livello con quelle accademiche e tradizionali, anzi forse, più avanzata per complessità, freschezza, universalità». (aidanews@info.it)  

 

 

   

 

 

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