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A Torino dal 24 al 28 ottobre il 4° Salone dello «Slow food», e i prodotti veneti?

IL PREMIO PER LA BIODIVERSITÀ - Giunto alla terza edizione, il premio Slow Food per la difesa della biodiversità valorizza i personaggi che, con il loro lavoro poco conosciuto, contribuiscono alla difesa e alla valorizzazione della biodiversità in campo agro-alimentare. 

Il "Salone del Gusto" è un po' come l'asino di Buridano, scrive Paolo Virtuali nel web del Corriere della Sera: aveva a sua disposizione così tante cose da mangiare, una più buona dell'altra, che non sapeva decidersi in che ordine provarle e in ultimo morì di fame. A Torino dal 24 al 28 ottobre si rischia la stessa fine. Il Salone del Gusto infatti pone un problema per i visitatori: sono così tante le cose da degustare, vedere, odorare, provare e conoscere che il rischio di non sapere dove andare è più che reale. Ma sempre più persone sono entusiaste di perdersi tra le tentazioni del Salone che, giunto solo alla quarta edizione (ha scadenza biennale), è divenuto però un punto fermo del mondo dell'alimentazione, non solo in ambito italiano.

L'IDEA VINCENTE DELLO SLOW FOOD - L'idea dello Slow Food si è dimostrata vincente: presentare prodotti di supernicchia praticamente introvabili e la difesa delle lavorazioni tradizionali, in un settore sempre più «mcdonaldizzato e starbuckizzato», scosso da mucche pazze, organismi geneticamente modificati, afta, pomodori con pezzi di patrimonio genetico delle meduse, alimenti che imitano quelli italiani doc venduti a prezzi stracciati e realizzati con sostanze di dubbia provenienza. La scommessa ha incontrato il sostegno di decine di migliaia di appassionati perché il Salone del gusto, come del resto la filosofia Slow Food, non si rivolge ai semplici buongustai o ai nostalgici del «buon sapore di una volta che ora non c'è più», ma si basa sulla difesa di un mondo che rischia di sparire e sulla ricchezza culturale che la diversità alimentare rappresenta.

UN SALONE IN SETTE PARTI - Il Salone, che si svolge al Lingotto, è diviso in sette parti: laboratori, mercati, presìdi, enoteca, Regioni, itinerari e le piazze. Oltre a convegni, comizi agrari, manifestazioni collaterali come «gli appuntamenti a tavola» in oltre 40 ristoranti di Torino e del Piemonte e altri eventi speciali.

- I laboratori sono ben 309. Si tratta di approfondimenti, vere e proprie lezioni specialistiche con esperti del settore e protagonisti del mondo enogastronomico. I posti disponibili sono solo 60 per ogni laboratorio (per 36 laboratori il numero è raddoppiato a 120) e vengono prenotati con grande anticipo già pochi giorni dopo l'apertura delle iscrizioni. Le lezioni vanno dalla degustazione di acque minerali per capirne le differenze al confronto tra birre prodotte dai frati trappisti, dalla degustazione di oli extravergini italiani di monocultivar di olive a un seminario sull'origine della polenta, da un confronto tra formaggi caprini stagionati al vino dolce di Cipro.

- I mercati, divisi in italiano e internazionale, dispongono di oltre 400 bancarelle dove poter acquistare i prodotti.

- L'Arca e i presìdi rappresentano forse la parte più ricca di sorprese del Salone del gusto. Sono 130 i prodotti italiani e 22 quelli internazionali rappresentanti 16 nazioni che lo Slow Food ha selezionato per la loro rarità e tradizione. I presìdi sono la cultura gastronomica che non può essere persa, sono i «giacimenti del gusto» che lo Slow Food e il Salone intendono proteggere al pari dei panda per il Wwf perché costituiscono gli «emarginati» di un mercato sempre più standardizzato.

- L'enoteca con 2.500 etichette italiane ed estere a disposizione di tutti gli appassionati del buon bere aiutati da sommellier professionisti.

- Sotto i riflettori di Regioni alla ribalta in questa edizione appaiono Abruzzo, Emilia Romagna, Puglia, Sicilia, Toscana e Veneto.

- Gli itinerari Slow (sono 21) portano il Salone fuori dal Lingotto per conoscere meglio la gastronomia e le tradizioni alimentari piemontesi.

- Infine nelle piazze, cuore ideale del Salone, si affacciano botteghe, osterie e negozi tipici italiani (la bottega dei salumi, il casaro, il formaio, il confettiere, la gelateria, il pastaio e altri ancora) con i «master of food» per un giro del mondo gastronomico.

IL PREMIO PER LA BIODIVERSITÀ - Quest'anno i riconoscimenti sono stati tredici, scelti da una giuria di 700 esperti nel mondo. (di Paolo Virtuali, web del Corriere Sera)

E i prodotti Veneti? La Regione Veneto e Veneto Agricoltura vogliono dimostrare con la loro presenza a Torino che è possibile ogni giorno trovare i prodotti tipici di grande qualità, la pasta, la polenta, la soppressa, i formaggi, il pesce e via dicendo. Il Veneto, con i suoi 350 prodotti tradizionali e soprattutto con le migliaia di appassionati e qualificati operatori del settore enogastronomico, si fa forte di un'antica storia della buona tavola, dove si incontrano la cultura marinara di Venezia, aperta ai sapori d'Oriente, quella mitteleuropea degli Asburgo, con gusti che riportano a Vienna, e infine quella padana, con i ricordi longobardi. Il Salone di Torino è molto più di una fiera commerciale. Si sta trasformandosi di anno in anno velocemente in una grande scuola di gusto e un'occasione per avvicinarsi al meglio della tipicità gastronomiche di tutto il mondo (sono ben 80 le nazioni coinvolte), in modo da conoscerne le diversità e le particolarità. Ma per l'Italia, almeno in questo campo, nazione vuol dire poco, è la tipicità regionale che prende il sopravvento. Ecco allora i presidi Slow food veneti dedicati ai prodotti tipici. A Venezia, in laguna, l'isola di Sant'Erasmo fin dal 1500 è un grande orto dove l'alta salinità della terra fa crescere verdure molto saporite, tra queste il più celebrato è il carciofo: tenero, carnoso, spinoso, allungato e violetto permette a fine aprile di raccogliere le castraure, poi i botoli e quindi i carciofi. E il soprannome di «polentoni» che danno a noi veneti? Sarebbe ora di andarne fieri perchè la polenta, sia quella gialla sia quella bianca, che si mangia nelle nostre case e nei nostri ristoranti non ha concorrenti. Quella gialla è più rustica e viene utilizzata soprattutto in collina e montagna, quella bianca in riva al mare, soprattutto per accompagnare i piatti di pesce. E il mais per farla è il Biancoperla e si coltiva soprattutto nella Marca trevigiana. Poi, c'è il Morlacco, un formaggio che cominciarono a produrre pastori e boscaioli d'origine balcanica, provenivano dalla Morlacchia, stabiliti sul Grappa. E' un formaggio tenero e magro, fatto con il latte delle vacche Burline, unica razza bovina autoctona del Veneto. Oggi ne sono rimaste 270, tutte sulle pendici del Grappa trevigiano. E, dopo il riso vicentino e l'agnello dell'Alpago, ecco la gallina padovana, che nel Trecento il nobile medico e astronomo padovano Giacomo Dondi dell'Orologio importò dalla Polonia, dove era stato in visita, per arredare il giardino della sua villa. Nei quattro giorni di Slow Food di Torino, le iniziative sono numerose: il 24 troviamo una degustazione di sopresse del Veneto (la trevigiana, la padovana e la vicentina) e quella che abbina olii e radicchi in una sinfonia di colori (rosso di Treviso, variegato di Castelfranco, rosso di Chioggia e Verona); il giorno dopo «I sapori di Treviso» con la degustazione tra l'altro di polenta e casatella, sfogliatina di radicchio, guanciale al cabernet e coniglio ai funghi del Montello; il 26 «I sapori di Padova» con petto d'oca affumicato, le galline di Padova e Polverara alla canevera e la fugazza di patata americana; l'ultimo giorno «I sapori di Venezia» con la grancevola, il risotto di go e i cappellacci alla zucca.

E il mondo del prosecco che sembra ormai arrivato a più di 50 milioni di bottiglie all'anno? Riportiamo a titolo di cronaca un articolo di Paolo Coptro per la Tribuna, tanto per chiarirci le idee, visto che ormai il più furbo è quello che fa i soldi, non importa come. "E' il mondo del prosecco, la risposta trevigiana agli champagne, l'orgoglioso rilancio sullo spumante nazionale. Da quelle colline scende un fiume giallo pieno di bollicine, e con la perizia dei coltivatori e l'aiuto della provvidenza avvengono miracoli evangelici: l'acqua si trasforma in vino, e due vigneti e quattro grappoli si moltiplicano in milioni di bottiglie. Anche questo è un miracolo del Nordest, di quelli che raccontiamo di buon grado. La collina di Cartizze è stata contesa peggio del Sabotino nella Grande Guerra, ma a colpi di milioni. Sono 105 ettari, un niente tutto d'oro. E attorno le terre che meritano la denominazione d'origine controllata, altri quattromila ettari. Questi 4.105 ettari regalano 36 milioni di bottiglie l'anno (dati del 2000): ben 27 milioni di prosecco spumante, il resto frizzante e tranquillo. Il Consorzio che tutela la doc giura: controlliamo tutto, numeri, quantità e qualità. Fatto sta che il prosecco ha invaso l'Italia e l'Europa. Se sull'etichetta non leggete doc, potete trovare di tutto: il bianchello del Metauro sottratto alle Marche, miscugli di uve pugliesi, mosti arrivati da chissà dove, uve venete raccattate nelle pianure. E sono altri milioni di bottiglie, un'invasione che fa male al meglio. Perché la moda e il successo commerciale hanno lasciato spazio alla disinvoltura. Ci sono dei prosecchi da vergognarsi, ma chi li produce, anzi li fabbrica, non si vergogna e incassa. Chissà se anche quelli pessimi combattono l'ictus, come ha appurato uno studio dell'Università di Padova. Di sicuro lo stomaco non ringrazia, intasato com'è di bollicine posticce, che ci vuole l'amico che ti faccia fare il ruttino come le mamme al bebè dopo la poppata". (Paolo Coltro, La Tribuna di 22/X/2002).

Le foto qui sotto sono di Alcide Boaretto assieme ad altre riproducenti "Laura" di Giorgione  (1506, Vienna Kunsthistorisches Museum, "La femme à l'ombrelle" di Maillol Aristide (1895, foto di RMN - H.Lewandowski, Parigi Museo d'Orsay). In ordine da sinistra a destra: L'artista Plessi accanto a Boaretto e Miatello, posano davanti all'istantanea di Giorgio Sparisi durante la vernice di Next Architettura, settembre 2002; seguono tre foto all'Enoteca Rasi di via Paleocapa di Padova per il concorso dello "Zaéto d'oro", dolce settecentesco a base di farine, pinoli, uvetta, burro e una spruzzatina di grappa, ottobre 2002; "La femme à l'ombrelle" di Aristide Maillol (1895, Parigi Museo d'Orsay), già esposto a Palazzo Grassi per la Mostra "Da Puvis de Chavannes a Matisse e Picasso. Verso l'arte moderna"; "Laura " di Giorgione (1506, Vienna Kunsthistorisches Museum); Signorina che posa al padiglione della Repubblica Ceca, Biennale Architettura Next, ottobre 2002). 


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