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"Paradiso e Inferno" alla Bevilacqua La Masa, dodici giovani artisti a confronto.

Terrazza Martini

Venezia, 21 maggio 2004. Un tema intrigante e suggestivo, difficile da documentare con opere d'arte contemporanea. La mostra, aperta fino al 23 agosto, che la Bevilacqua La Masa propone nelle sue due sedi, curata da Giacinto Di Pietrantonio, è infatti titolata "Paradiso e Inferno". Vi espongono dodici artisti che rappresentano ciascuno un riferimento tematico, sei per il Paradiso, nelle sale di Piazza San Marco, e sei per l'Inferno, a Palazzetto Tito a San Barnaba.

 

In Paradiso la sezione "amore" è documentata da un video e fotogrammi tratti dallo stesso video dell'americano Mike Kelley, nel quale "teatralmente" due amanti gay discutono animatamente. Le foto dei poliziotti e delle strade sbarrate al Summit del G8 a Genova sono adottate da Armin Linke per rappresentare la "libertà" negata. La "felicità" è invece per Patrick Tuttofuoco un video digitale nel quale oggetti, palline e teste di persone vengono animati in un gioco elettronico con una colonna sonora del duo "Bhf". Sorprendente la stanza vuota - per la verità in Paradiso sono tutte vuote, forse per significare l'assenza della fisicità - di Decosterd & Rahm, occupata solo da una colonna con un nebulizzatore dal quale esce un leggero fumo profumato di balsamo di Giudea, mirra ed incenso. È la stanza dell'"estasi" ed il profumo viene indicato come "Il buon odore di Cristo". Esplicita la stanza della "pace" di Massimo Grimaldi, che proietta 1.010 fotografie in sequenza realizzate da Igor Pesce nel martoriato Afghanistan. Clamorosa, e davvero bellissima, infine la stanza della "bellezza" di Ettore Spalletti che espone cinque dipinti bianchi che si stagliano sulla parete solo per un leggero rialzo o i bordi dipinti di oro.

 

La contrapposizione, vale a dire l'Inferno, accoglie il visitatore con una irritante e sarcastica "risata", ossessivamente ripetuta, di Gino De Dominicis, del quale manca purtroppo in mostra la piccola scritta "D'IO", e che dovrebbe rappresentare il "terrore". L'americano Ryan Mendoza espone i ritratti di Batman e Robin con la grande scritta "Americans dont believe in pain" per significare il "dolore", mentre le figure enigmatiche di Pietro Roccasalva vogliono evocare la "menzogna". L'invito sono "Touch me" proviene da una colonna ornata di nastri bianchi e, una volta premuto un bottone, dalla stessa erompe un grido che la croata Dragana Sapanjos indica come segnale della "sofferenza". Esplicito il lavoro di Roberto Cuoghi che ha dipinto quattro teschi per rappresentare il desiderio di morte, cioé l'"odio", mentre i canadesi Marcel Dzama e Neil Farber mettono in scena una giocosa apocalisse con quattro lunghe strisce di carta sulle quali hanno disegnato piccole figure, animali di tutti i tipi e perfino un'arca di Noé, per significare la "disperazione".

 

Ne risulta una mostra attraente e godibile che delinea un percorso espositivo - peraltro scandito in ogni stanza da versi danteschi - che appare riflessivo sull'inconosciuto al di là e, forse, anche sul mistero e l'ambiguità dell'arte.

 

 


 

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