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Intervento del Direttore della 61. Mostra, Marco Müller

61. Mostra Internazionale d  61. Mostra Internazionale d
 

61. Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica. Venezia 1-11 settembre 2004

 

 

La 61. Mostra ha un nuovo direttore. Ma, al di là di un ricalibraggio del numero dei film e di una pulizia-precisazione di quelle che debbono essere le linee di forza della programmazione, non presenta novità strutturali di rilievo rispetto a tante delle passate edizioni. Modifiche e riformulazioni ulteriori, se verranno, non potranno che scaturire dal lavoro ancora da fare. Perché chi fabbrica un festival deve rassegnarsi a interrogare, nella preparazione di ogni nuova edizione, un orizzonte di questioni (anche: infrastrutturali e finanziarie) alle quali sarà possibile trovare risposte vere solo con le edizioni successive.

 

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Due vite fa (prima di prendere la decisione di diventare produttore a tempo pieno) e per oltre vent'anni, ho scelto di montare per i festival che fabbricavo una filosofia fatta di materiali che parlassero da sé, rinunciando a pre-interpretarli. Scelta e disposizione dei materiali dovevano lasciar filtrare la filosofia del festival, senza costringerla in una forma precostituita a partire da concetti generali. Ma nella velocità dell'invenzione del programma di questa 61. Mostra (quattro mesi e non più a disposizione per pensare festival e "attività permanenti"), urgenze e priorità sono venute fuori con prepotenza: dovevamo decidere a quali luoghi del cinema dare maggiore visibilità. Così da provare a fare i conti con un processo globale che ai film toglie sempre più singolarità artistica, risucchiandoli in una macchina-immagine tutta fine a se stessa. È certo che alle "nazioni" si sono sostituite da anni le "grandi marche", le tribù di cineasti si sono sciolte in una sola moltitudine. Ma è ancora possibile, nonostante tutto, riuscire a suscitare desideri di cinema in un consumatore post-televisivo, rendere visibile l'affettività tra soggetti e oggetti.

 

L'industria produce ormai macchine celibi, dove ciò che è dato consumare non è più un'immagine costosa della realtà, bensì un'immagine della realtà del costo. Il mercato cinematografico è sempre più degradato perchè sempre meno differenziato, l'autosufficienza dei mezzi di promozione dell'industria dello spettacolo può fare a meno dei critici e dei festival. Perché ostinarsi allora a credere ancora nei festival, visto che le formule consacrate per essi si risolvono in concezioni precocemente invecchiate? Che sono poi, sostanzialmente, solo due: da un lato, la difesa dell'esistente cinematografico, di cui il festival si fa vetrina e piattaforma di lancio; dall'altro, la possibilità di continuare a fornire un volenteroso surrogato (in eterno...) delle carenze del circuito di diffusione-informazione, come risposta a una rinnovata e quanto mai vistosa censura del mercato. Non tutti i tentativi di rinnovamento sono vani in partenza: basta voler affrontare ancora dei rischi, provare soluzioni dimenticate, sperimentare il nuovo ma senza per questo spettacolarizzarlo, immergersi nelle singolarità dei film ma senza coprirsi le spalle con le ideologie, sbarazzarsi del mito della lingua "universale" del cinema per essere pronti al dialogo delle diverse culture e dei diversi modi di fare cinema.

 

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Si vorrebbe, qui a Venezia, ripensare un cinema che tornasse a essere spirito del tempo. Stimolare la sete e la fame di altro. Altro e non necessariamente "nuovo", dato che la ricerca deve essere quella della differenza prima ancora che della novità delle cose e delle istituzioni. È ormai inutile tanto la Consacrazione dell'Arte, quanto la sua Geografia (basta con l'ecumenismo geografico del festival "mappa del mondo"). In un festival pluralistico, e dunque sanamente contraddittorio, va presentato un congregato di materiali tenuti assieme solo dall'intuizione delle verità e virtualità che in essi si celano. Purezza, omogeneità, assolutezza sono ormai impraticabili perché improduttive. L'autenticità va perseguita anche attraverso il suo contrario: la contaminazione di stili, tecniche, linguaggi. A contare non è solo la qualità, ma anche la quantità dei fenomeni espressivi e delle loro integrazioni illimitate.

Marco Mulle: 61. Mostra Internazionale d 61. Mostra Internazionale d 
 

Nelle edizioni normative della Mostra (per gli ultimi venticinque anni, quelle di Lizzani, Biraghi, Pontecorvo, Barbera), questa ha saputo ritrovare nella propria memoria storica gli strumenti per riproporre una ritrovata straordinaria vitalità del rito della fruizione collettiva del cinema: tutti i film trovavano gruppi di spettatori non solo enormi in termini di frequenze, ma soprattutto enormemente disponibili, sensibili (in una parola, attivi). Grazie a loro, anche alla Mostra si è potuto verificare come il cinema possa servire ancora ad orizzontarsi tra le immagini dell'attualità, a non abbandonarsi al flusso continuo (indifferenziato) di comunicazione-informazione. Chi sa, allora, che la riscoperta del cinema come strumento per pensare il mondo e il presente non passi proprio per la Mostra di Venezia? Personalmente, ne sono convinto.

 

Roma, 29 luglio 2004 (nel ricordo di Jean Rouch e di un film veneziano che non abbiamo mai potuto terminare)

 

Marco Müller

 

61. Mostra Internazionale d  Alcide Boaretto con la sua Nikon ripreso da Angelo Miayello con la sua Casio 

 

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