
Articolo di: Redazione AIDANEWS
Pubblicato il: 12.09.2004
In breve:
Chi volesse farsi un'idea di come è fatto questo universo in espansione nel mondo, non ha che da visitare il padiglione del Giappone ai Giardini: è dedicato agli Otaku e sembra concepito da una équipe formata da antropologi e entomologi: un'ordinata e ibernata raccolta di impronte, sconcertante, divertente, esilarante, terribilmente inquietante.
Venezia, 12 Settembre 2004. Un titolo alternativo per la Nona Mostra Internazonale di Architettura? Eccolo: "Nel mondo degli Otaku". Gli Otaku sono una popolazione; posseggono un territorio; governano un regno. Originari del Giappone, hanno acquistato caratteristiche e uno stile di vita che si vanno diffondendo: sono sedentari; gli spazi che occupano sono illuminati dagli schermi di computer che non si spengono mai e sono affollati di prodotti inutili e usurati; non hanno rapporti con esseri generati naturalmente; comunicano soltanto in rete; vestono in maniera buffa e tendono all'obesità, poiché si cibano di tutti ciò che i dietologi ritengono nocivo; posseggono soltanto ciò che creano virtualmente e amano solo ciò che virtualmente riescono a deformare. Il territorio dove questa razza ha fatto la sua comparsa è il distretto di Akihabara a Tokyo: negozi di elettronica che cambiano senza sosta, videogiochi, manga a fumetti - il quartiere del ridicolo, del futile, della novità effimera, dove ogni bisogno di virtualità può essere soddisfatto. Nel mondo degli Otaku si può entrare soltanto contribuendo a crearlo, partecipando a una mutazione senza interruzioni né tempo, perché per chi vive nella rete il tempo tende a zero.
Chi volesse farsi un'idea di come è fatto questo universo in espansione nel mondo, non ha che da visitare il padiglione del Giappone ai Giardini: è dedicato agli Otaku e sembra concepito da una équipe formata da antropologi e entomologi: un'ordinata e ibernata raccolta di impronte, sconcertante, divertente, esilarante, terribilmente inquietante.
![]() |
![]() |
![]() |
![]() |
Nelle Corderie, incosapevolmente, è stato messo in scena uno spettacolo analogo. Anche qui un allestimento algido ed elegante e una distesa di modelli di architettura, opere di architetti di ogni età e provenieneza, inedite o notissime, per lo più ricurve, frutto di deformazioni ossessive, pensate per celebrare la diversità, l'incessante rinnovamento, la sorpresa e lo sconcerto, in realtà, se viste così, tutte insieme per un'estensione di più di 300 metri, terribilmente uguali, monotone, ripetitive, che si annullano omologandosi, apocallitiche e integrate, conformiste - frutto del lavoro fatto da architetti che assomigliano sempre più agli Otaku.
![]() |
![]() |
Claudio Gervasutti e signora Liviero: fotografi accreditati alla 61. Mostra del Cinema.
Il Padiglione giapponese e le Corderie, varrebbe la pena visitarli in successione: l'uno richiede un'osservazione ravvicinata, da entomologo, appunto, mentre nelle Corderie bisogna usare il colpo d'occhio, perché qui i dettagli sono irrilevanti. Naturalmente, questa è la regola e qualche eccezione, negli spazi dell'Arsenale, la si può cogliere (i wc lituani, i giovani architetti portoghesi e irlandesi, ecc), anche se il tutto è afflitto dal più borioso, inutile (e costoso?) dei "padiglioni", una zattera ancorata di fronte alle Gaggiandre, che ospita la sezione "Metamorfosi delle città d'acqua", dimostrazione pratica (il "padiglione" simile a una confezione medicale, intendo) di quello che nelle città bagnate dall'acqua sarebbe meglio non fare.
I Padiglioni ai Giardini offrono un panorama vario, da non perdere. Oltre al giapponese, il Padiglione della Gran Bretagna è il più interessante: una scelta esemplare delle opere esposte, un ellestimento variato e brioso, una selezione intelligente. Analogo il Padiglione della Germania; è meno frizzante di quello inglese, ma racconta in maniera efficace ciò che gli architetti tedeschi vanno realizzando (anche se la documentazione è molto parziale). Tanto inutile quella francese, quanto è sconcertante la partecipazione spagnola: alla riva dei Giardini è ancorato un ex-rompighiaccio che gli architetti di Barcellona hanno trasformato in un teatro viaggiante; vi si svolgono rappresentazioni, proiezioni, performance che non si capisce come possano stare insieme con quanto si vede, invece, nel Padiglione ufficiale, allestito come un negozio di magliette e jeans, per ospitare una mostra giurasssica. Anche qui, comunque, solo plastici, fotografie e computer, perché del vecchio, antico disegno d'architettura in questa Mostra non vi è più traccia, come si nota anche nell'elefantiaco e confuso Padiglione Italia, dove alcuni architetti fanno il verso agli artisti, mentre il tono generale è quello di una mostra retrospettiva, senza date precise di riferimento e un po' casuale.
Giunti a questo punto, sarebbe ingeneroso fare un elenco delle assenze o delle omissioni, perché lo spettacolo che la Mostra offre è davvero di notevoli dimensioni, soddisfa molte curiosità e offre una diagnosi affidabile dell'attuale stato di salute dell'architettura nel mondo. Tuttavia, di una assenza bisogna parlare ed è quella degli architetti italiani. In questa edizione della Biennale, non fosse esposto il modello di un museo di Renzo Piano (un "Piano d'annata", di notevole qualità) agli architetti italiani bisognerebbe riferirsi usando il passato remoto. Poiché questa è la situazione (che non è però oggettiva), il tentativo fatto dalla Direzione per l'Architettura del nostro Ministero per i Beni Culturali di rovesciare i tempi dei verbi e indurre a pensare che dell'architettura italiana è possibile occuparsene al presente è un po' patetico - ma a questa "metamorfosi" dei verbi con cui si parla dell'architettura del nostro Paese è davvero utile cominciare a lavorare con assiduo impegno.
![]() |
![]() |
![]() |
![]() |