
Articolo di: Redazione AIDANEWS
Pubblicato il: 01.10.2004
In breve:
Ormai siamo agli ultimi spettacoli del 36. Festival internazionale di teatro diretto da Massimo Castri, che chiuderà sabato sera nei tre teatri a disposizione con "Sanna", "Io ti guardo negli occhi", e "Scemo di guerra, Roma, 4 giugno 1944".
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Venezia, 1 ottobre 2004. Ormai siamo agli ultimi spettacoli del 36. Festival internazionale di teatro diretto da Massimo Castri, che chiuderà sabato sera nei tre teatri a disposizione con "Sanna", "Io ti guardo negli occhi", e "Scemo di guerra, Roma, 4 giugno 1944".
Anche quest'anno la Biennale ha sfruttato il nome "Venezia" per organizzare un Festival del teatro che, a volte, le strutture sono spartane e lontane da raggiungere. Con evidenza assoluta si è creato così un pubblico caloroso e attento (80 per cento lagunare e forse 20 per cento terrestre). Ma Venezia è Venezia e qualsiasi cosa tu faccia puoi esserne ripagato per la notorietà...anche se sappiamo è l'entusiasmo di chi ci lavora dentro al programma (attori, compagnie, enti, il direttore, i responsabili della comunicazione...) che fa scattare la molla della pubblica attenzione.
Quelli della Biennale, in primis la Regione Veneto, invece di perdersi in solite polemiche di partito, dovrebbero ripensare la straordinaria manifestazione festivaliera teatrale ed allargarla a tutta la Regione. Invece sembra che i fondi stanziati siano un "dovuto" per accontentare qualcuno e "sistemare" qualcun altro nei posti di comando. La Regione Veneto lavora male e non ha una filosofia di progettualità o "vola in basso come una quaglia", come ha tuonato di recente l'eurodeputato Gianni De Michelis.
Non abbiamo capito come mai il Teatro La Fenice abbia negato al Festival del teatro una sola serata. Ci ricordiamo che in altri tempi, quando Festival voleva anche dire mondo estero, alla Fenice si facevano più di una pièce.
Il direttore Massimo Castri è stato bravo e coraggioso, con quel striminzito budget assegnatogli. Per fortuna ci sono tanti enti che lo hanno sostenuto, dimostrando così che l'evento festivaliero veneziano poteva contenere un certo prestigio. Ma grazie sempre a questi direttori che ci sanno fare e che conoscono il teatro italiano come le proprie tasche.
Pensate che a Ginevra spazi per il teatro "actuel" ce ne sono di diversi, da un quartiere all'altro si può assistere alla nascita o alla conferma di festival del teatro. Al Grutli si va per prepararsi (musica, danza e teatro) e farsi appaludire. In un'altra parte della città, un'area industriale dismessa non lontana dal centro e dai servizi di trasporto, il doppio dell'Arsenale di Venezia, non solo offre "umili teatri minimalisti", ma luoghi per esercitarsi, incontrarsi, divertirsi. Sono il confine tra la micro realtà e strati sociali che sanno ormai che cosa vogliono dagli artisti di arti visive (e non marziane). Nel Veneto laborioso, sembra che praticare l'arte del teatro sia solo esclusivamente per pochi o per diversi ma a livello amatoriale. Vanno di moda le commedie dell'arte che possono girare in lungo e in largo tutte le città piccole o grandi, ma al di fuori di questo genere scolastico il teatro contemporaneo, quello drammaturgico e di ricerca, rimane relegato in ristrettissimi ambienti (universitario, sociale). Poi ci lamentiamo se la collettività è omologata, conformista, abitudinaria e se il Veneto solo a lavorare, comperarsi l'auto nuova e morire addosso an un platano e a costruire capannoni ed intasare le stradine "romane". Perchè non offrire qualche capannone per ogni città o distretto industriale per le arti visive? Che c'è di male se nell'offerta culturale ci si diversifica anche con prodotti dell'ingegno di performance teatrali, sonore o di arti visive? Bisogna essere svizzeri?
Gli spazi dell'Arsenale, risistemati con palco e gradinate (impiantistica Innocenti?) "non sono certo dei teatri degni di questo nome "Festival internazionale del teatro". Non è il caso di ripetere che Venezia ha spazi teatrali di grande rilievo, che devono essere utilizzati, pena l'assenza di spettatori che potrebbero essere presenti", si legge sulla stampa locale firmata da noti cronisti e commentatori.
Due giorni fa abbiamo assistito a "La scimmia", ricavato da Elena Stancanelli dal romanzo intitolato "Le due zittelle" del narratore Tommaso Landolfi, messa in scena alle "Tese delle Vergini" da Emma Dante e prodotta dal "Centro di ricerca per il teatro di Milano" e dal "Teatro Garibaldi" di Palermo, accolta da grandi applausi del pubblico. Si tratta di una curiosa vicenda che si svolge "In uno scuorante quartiere d'una città, essa medesima per tanti versi scuorante, al primo piano d'una casa borghese abitato da due zitelle con la vecchia madre, nonchè una scimmia di nome Tomba ereditata da un fratello morto. Purtroppo alla notte solita a scappare di casa per intrufolarsi in una chiesa vicina, "dove si sazia di ostie consacrate" e cerca di imitare il prete chiamato a dir messa. Ovviamente la presenza della scimmia provoca le lamentele delle religiose che non sopportano la presenza di un animale nella loro cappella e la scomparsa di ingenti quantità di ostie consacrate. Le zitelle non accettano una tesi del genere, ma alla fine devono ripiegare su un appostamento notturno scoprendo che la scimmia oltre ad intrufolarsi in chiesa, finisce con il mettere in difficoltà il prete che dice la messa. Per cui ne salta fuori "una sorta di grande interrogativo tragico che mette in questione il libero arbitrio come prerogativa dell'uomo". Rispetto al romanzo di Landolfi, lo spettacolo allestito da Emma Dante non è stato del tutto apprezzato, che per fortuna gli interpreti hanno saputo ammorbidire lungo la linea della modifica del testo, sul filo di una efficienza interpretativa che ha divertito il pubblico. Non per niente al termine del racconto, come dice il programma, "di una sessualità punita, battuta, annientata, al punto di divenire "un teorema geometrico", gli interpreti sono stati applauditi con molto calore da Benedetti a Bruno a Civilleri a Manuela Lo Sicco e Valentino Piccello.
Tra oggi e domani invece abbiamo Davide Enia, Teatro Piccolo Arsenale, alle 19, con "Scanna", e Ascanio Celestini, alle Tese delle Vergini, alle 23, con "Scemo di guerra, Roma 4 giugno 1944", e stasera alle 21 al Teatro delle Tese debutta anche il lavoro di Andrea Malpeli "Io ti guardo negli occhi", diretto dal regista tunisino Chérif.
Con questo lavoro Malpeli - che conduce laboratori di Teatro sociale e ha all'attivo un testo, "Il lato sud", tradotto e allestito anche in America - si è aggiudicato nel 2003 il Premio Riccione per il teatro. Si tratta di una storia di immigrazione, vista però dall'altra parte del mare, dove gli immigrati sono emigranti, e mogli e figli aspettano qualche notizia e un po' di soldi dai congiunti per continuare a vivere e a sperare. Ma quando le notizie scarseggiano e il flusso di denaro si interrompe, che cosa succede?
«É stato proprio a partire da questa domanda che è nato il mio lavoro - racconta Andrea Malpeli, quarantaquatrenne drammaturgo bresciano, insegnante in una scuola serale della Bassa, affollata di immigrati - Insegnavo l'italiano in un Centro di prima accoglienza a Brescia, che ospitava soprattutto nord-africani, e avevo conosciuto un sarto marocchino che faceva camicie per un laboratorio artigianale della zona. Un giorno mi dice: "Io continuo a lavorare, ma il laboratorio ha smesso di pagarci e non ho più soldi da mandare a casa". Io lo vedevo che durante le lezioni qualche volta usciva dall'aula per andare a telefonare, e quando gli chiesi con chi parlasse, mi rispose che aveva moglie e tre figlie a Rabat, che aspettavano".
Da questa base realistica Malpeli ha ricostruito le telefonate fra l'uomo e una delle sue figlie, l'adolescente Nadir, che gli racconta ciò che accade a casa, vede l'amica e la sorella ingannate da falsi pretendenti, la madre rinchiudersi in se stessa, e si ribella. "Lei cerca di interrompere un meccanismo tragico - spiega Malpeli - portando la sua leggerezza giovanile e aprendo nuovi spazi di vivibilità e di speranza in una realtà chiusa e claustrofobica. Lo stesso che hanno fatto - secondo l'autore, che vanta esperienze di cooperazione in Africa e nelle favelas del Brasile - le due Simone, che appena liberate dai rapitori e rientrate in Italia hanno detto di voler tornare presto in Iraq".
Cherif dice di aver voluto valorizzare di questo testo soprattutto la vitalità delle tre sorelle, "la componente più esplosiva e straordinaria, che va dalle fantasie di navigazione al sentimento della fuga, all'opposizione a quella realtà".
Fra gli interpreti (Emilio Bonucci, Alvia Reale, Luigi Mezzanotte, Giorgia Basile, Gianluigi Fogacci, Alessandra Celi, Pino Censi, Valentina Iesce) ci sono anche una cantante e attrice siriana e un giovani attore tunisino, Halla Omrane e Houcine Ata. Scene di Nja Mahdaoui, produzione Compagnia La famiglia delle Ortiche - La Biennale. In programma anche domani 2 ottobre alle 19.