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Il giorno della liberazione dei prigionieri di Auschwitz, data simbolo della Shoah e dell'orrore da non dimenticare mai più.

Il lavoro rende liberi 

 

Se questo è un uomo

di Primo Levi

(Edizioni Einaudi)

 

Voi che vivete sicuri

nelle vostre tiepide case,

voi che trovate tornando a sera

il cibo caldo e visi amici:

Considerate se questo è un uomo

che lavora nel fango

che non conosce pace

che lotta per mezzo pane

che muore per un si o per un no.

Considerate se questa è una donna,

senza capelli e senza nome

senza più forza di ricordare

vuoti gli occhi e freddo il grembo

come una rana d'inverno.

Meditate che questo è stato:

vi comando queste parole.

Scolpitele nel vostro cuore

stando in casa andando per via,

coricandovi, alzandovi.

Ripetetele ai vostri figli.

O vi si sfaccia la casa,

la malattia vi impedisca,

i vostri nati torcano il viso da voi.

 

Auschwitz, passeggiata tra le baracche  Un forno crematorio

 

27 gennaio 2005. E' la quinta volta, da quando è stata costituita questa ricorrenza, che l'Italia dedica il 27 gennaio al ricordo del Male assoluto, perpetrato contro genti inermi: gli ebrei, gli omosessuali, i diversi. Non dobbiamo mai dire basta o arrendersi all'oblio. A sessant'anni dalla liberazione avvenuta ad opera delle truppe sovietiche del campo di concentramento di Auschwitz, dove tra il 1942 e il 1945 perirono circa un milione e mezzo di esseri umani, uomini, donne, bambini, per il novanta per cento ebrei (ma non dobbiamo dimenticare le migliaia di vittime tra gli zingari, gli omosessuali, gli oppositori politici), rimane attuale l'imperativo di Primo Levi, il grande scrittore torinese morto suicida nel 1986, lui che era sfuggito alla morte sopravvivendo proprio ad Auschwitz. Ecco dunque che il 27 gennaio, per la quinta volta da quando è stato istituito per legge, l'Italia intera ricorderà celebrando con manifestazioni, mostre, letture, il Giorno della Memoria, il Giorno della Shoah. Shoah, in ebraico, significa distruzione. Sta per "catastrofe improvvisa e inattesa" ed è un termine preferito a "Olocausto",  utilizzato per primo, poco dopo la fine della guerra, da Elie Wiesel, altro grande testimone dell'immane tragedia. Indica il genocidio di un popolo: sei milioni di ebrei - un milione e mezzo i bambini- trucidati dai nazisti solo perché tali. Una catastrofe che oggi l'Europa, il mondo intero, ricordano perché "non accada mai più".

 

  Ammasso di protesi di prigionieri
 

Ed è veramente interessante notare  che quest'anno, per la prima volta, la Shoah sia stata ricordata ufficialmente anche dalle Nazioni Unite, quella stessa istituzione che nel suo seno cerca di trovare dei mezzi come antidoto alle guerre e come embrione di un "governo mondiale" capace di scongiurare le catastrofi umanitarie che sempre accompagnano i conflitti. Il segretario generale Kofi Annan, aprendo la sessione plenaria dedicata alla distruzione degli ebrei d'Europa ha detto: "Oggi onoriamo le vittime dell'Olocausto e i paesi alleati le cui truppe hanno combattuto e sono cadute per la loro liberazione. Onoriamo i sopravvissuti: il loro numero diminuisce ogni giorno ed è il nostro compito, il compito della generazione successiva, di portare la fiaccola della memoria". Il segretario generale ha ricordato che molti gruppi - zingari, prigionieri sovietici, disabili, omosessuali, oppositori politici - hanno sofferto atrocità incredibili nei lager nazisti ma la tragedia degli ebrei nei campi è stata "un caso a parte". Annan ha quindi ricordato che "gli orrori dell'Olocausto hanno contribuito a dar forma alla missione dell'Onu. Le Nazioni Unite non dovrebbero mai dimenticarlo".

 

Kofi Annan

 

Wiesel, premio Nobel per la Pace, autore di libri come "La notte" e tanti altri, ha spiegato perché il dovere del ricordo non lo ha mai abbandonato. Ha chiarito il senso di un giorno dedicato a una tragedia ormai lontana. "Per me e per altri come me testimoniare gli orrori di cui siamo stati vittime durante l'Olocausto è un dovere nei confronti dei nostri figli", ha detto Wiesel invitando il mondo a combattere l'indifferenza "che aiuta sempre l'aggressore". Il premio Nobel, il primo scampato allo sterminio a parlare davanti all'Assemblea dell'Onu, ha concluso il suo intervento con una domanda: "Il mondo imparerà mai?".

 

On. Marcello Pera. presidente del Senato

 

In maniera indiretta gli ha risposto il presidente del Senato italiano, Marcello Pera, anche lui salito sul podio degli oratori. Nel suo discorso ha lanciato un grido dall'allarme: "Abbiamo il dovere di ammettere che l'antisemitismo è ancora fra noi. Com'è possibile - si è poi chiesto Pera - che l'Europa, al culmine della sua civiltà, abbia commesso un simile atto di sterminio? Come si spiega che la Germania nazista, l'Italia fascista, la Francia collaborazionista, e molte altre nazioni, si resero responsabili di un massacro così immenso?". E che dire dell'antisemitismo odierno che "rispunta quando la lotta d'Israele per la sua esistenza è considerata terrorismo di Stato" . Ma per Pera il mondo di oggi ha anche un'altra serie di doveri: "Abbiamo il dovere di impegnarci a quel dovere fondamentale che è la dignità della persona, di ogni persona, che l'Europa aveva appreso dalle sue radici giudaico-cristiane e perso quando rimase vittima dell'idea che gli individui non contano nulla e che la loro autonomia deve essere soggetta al destino delle masse degli Stati considerati soggetti morali a se stanti. Abbiamo il dovere di insegnare, diffondere, difendere, promuovere i principi di libertà, tolleranza, rispetto, solidarietà. Abbiamo il dovere di combattere per e contro. Per quelle regole e ideali di libertà e democrazia sui quali si poggiano l'Assemblea e la Carta delle Nazioni Unite. E contro coloro che si oppongono".

 

Da leggere tre libri con storie vere. Tre modi per restituire la memoria di quello che ancora oggi, a sessant'anni dalla liberazione di Auschwitz, ci appare come il male assoluto. E proprio perchè mostruoso, più facile da rimuovere che da ricordare.

 

Philippe Grimbert

Un segreto

Bompiani, pagine 156, 13 euro

 

Un segreto è appunto la storia di una rimozione. Di una verità così terribile che per molti anni è stata nascosta anche al proprio figlio. Oggi Philippe Grimbert è uno psicanalista di 58 anni che, vent'anni dopo la morte dei suoi genitori, ha cercato nel suo libro le risposte che per troppo tempo gli erano state negate.

Figlio unico di una normale famiglia borghese, fino a 15 anni ha ignorato di essere ebreo. Per popolare la sua solitudine, ancora bambino si inventa un fratello maggiore che è forte e sicuro quanto lui è insignificante e malaticcio.

 

Il ghetto di Venezia Copertina del libro

 

Il Ghetto di Venezia. Immagini e memorie

Testi di Anna-Vera Sullam e Riccardo Calimani

Foto di Davide Calimani

Electa, Pagine 96 (100 foto a colori)

Euro 9,50.

 

"Quando giunsero i primi ebrei nelle terre emerse dalla Laguna? Una prova di una presenza ebraica assai antica si fonderebbe sull'origine del nome Giudecca. Nel XVIII secolo Ludovico Muratori scrisse nella sua Dissertazione che nel 1090 si parlava già della Giudecca e che il termine era da ricondurre alla presenza di ebrei nell'isola, mentre Tommaso Temanza rinvenne un'antica mappa, disegnata nel XVI secolo da un francescano, nella quale l'isola di Spinalunga veniva chiamata già "Judaica"...

 

Il primo libro fotografico dedicato alla storia del Ghetto di Venezia non è solo un libro fotografico. Il volume che Electa manda in libreria in questi giorni racconta le vicende del più famoso quartiere ebraico del mondo, che è storia di immagini non meno che di parole: lo stesso termine "ghetto", sul quale gli studiosi di mezzo mondo continuano a disputare senza venirne a capo, pare sia nato proprio qui a Venezia. Ed è indagando le parole, sempre un po' misteriose, della tradizione ebraica veneziana, che Anna-Vera Sullam e Riccardo Calimani si addentrano in un capitolo di storia che affonda le sue radici nel medioevo, all'epoca delle più antiche testimonianza sulla presenza di giudei in laguna. Culmina, poi, con l'istituzione del "quartiere chiuso", il Ghetto in cui gli ebrei veneziani erano costretti a viver confinati, e la cui istituzione risale ai primi del Cinquecento. Epoca difficile, percorsa da rapporti spesso tesi tra la vivace e cosmopolita comunità veneziana e il governo della Serenissima; ma anche anni di grande sviluppo economico e soprattutto culturale, che fanno del Ghetto di Venezia una delle capitali mondiali del pensiero, della filosofia, della teologia e - concretamente - dell'editoria ebraica.

 

Shoah, apre alla memoria  La copertina del libro 

 

Ludmilla Helga Siersch

Addio Vienna

Edizioni Biografiche, pagine 211, 16 euro

 

Il dramma degli arresti, della deportazione, del rischio continuo della propria vita, viene invece vissuto in prima persona in Addio Vienna. Il romanzo autobiografico di Ludmilla Helga Siersch non ha pretese letterarie ma ha la forza della testimonianza diretta. Quella di Helga e della sua famiglia è una storia di donne: la bellissima nonna Wilma, che aveva frequentato la corte di Zita d'Asburgo e grazie ai suoi tre ricchi matrimoni mantiene figlie e nipoti. La madre Fortunée, egoista ed eccentrica, appassionata di politica ma incurante della figlia, con cui mantiene un rapporto lacerante e discontinuo. La stessa Helga, sventata e passionale ma sempre indipendente e generosa. Unico punto di contatto tra le loro personalità è la forza straordinaria che è scritta nei loro cromosomi e si trasmette lungo la discendenza femminile, come il loro essere ebree. Olocausto, dieci libri per saperne di più

Sulla Shoa, lo sterminio degli ebrei d'Europa ad opera dei nazisti, sono stati scritti migliaia di libri: opere di letteratura (una fra tutte: «Se questo è un uomo», di Primo Levi), storia, saggi e recentemente anche opere multimediali come «Destinazione Auschwitz». Orientarsi in un universo così vasto di scritti può essere complicato. Ecco dunque una scelta di dieci opere che possono aiutare a comprendere meglio la tragedia più devastante della storia dell'Occidente.

 

- Raul Hilberg, La distruzione degli ebrei d'Europa, Einaudi Editore (1999): un lavoro monumentale, 1479 pagine, basato su una mole impressionanante di documenti storici.

- Gadi Luzzatto Voghera, L'antisemitismo: domande e risposte, Feltrinelli (1994): per capire la genesi di un fenomeno che appare ancora assurdamente vitale.

- Il diario di Anna Frank, Einaudi Editore (1998): insieme al resoconto di Primo Levi, forse l'opera più conosciuta al mondo sulla tragedia degli ebrei.

- Art Spiegelman, Maus, Einaudi Editore (2000): il genocidio degli ebrei in Polonia raccontato a fumetti dal celebre cartoonist americano.

- Imre Kertesz, Essere senza destino, Feltrinelli (1999): il genocidio nelle pagine dello scrittore ungherese, Premio Nobel per la letteratura.

- Annette Wieviorka, Auschwitz spiegato a mia figlia, Einaudi Editore (1999): come spiegare una tragedia indicibile a una bambina ansiosa di capire il perché dell'assurdità del male.

- Bruno Segre, Shoah. Gli ebrei, il genocidio, la memoria, Il Saggiatore (2003): l'opera più recente sull'argomento

- Enzo Traverso (a cura di), Insegnare Auschwitz. Questioni etiche, storiografiche, educative della deportazione e dello sterminio, Bollati Boringhieri (1995): un'opera sulla didattica, dedicata agli insegnanti.

- Lia Levi, Una bambina e basta, E/O (1999): frammenti di vita di una bambina ebrea durante gli anni della persecuzione.

-  Emanuele Pacifici, Non ti voltare, Giuntina (1993): autobiografia di un ebreo tra gli orrori e la caccia scatenata dai nazisti.

 

Una fila di deportati  In attesa di entrare. 
 Una fila lunga di donne deportate ad Auschwitz  Il forno crematorio

 

Oswiecim (Auschwitz), La città dello sterminio in fuga dalla memoria

 

Oswiecim (Auschwitz), 27 gennaio 2005. A Oswiecim le ragazze non ballano più. Neanche da sole. L'illusione della normalità è durata meno di un anno, dall'agosto del 2000 alla primavera del 2001. Poi, la discoteca System ha chiuso. "Gli affari andavano male», dice una parte della città. «No, l'hanno fatta chiudere le organizzazioni ebraiche", ribatte l'altra.

A Oswiecim il Supermercato non l'hanno mai aperto. Doveva sorgere proprio dall'altra parte della strada, di fronte al cancello del campo. Sconfitto come imprenditore, Janusz Marszalek, l'uomo che voleva fare l'investimento, è stato poi eletto sindaco col 61 per cento dei voti. E da allora, come aveva promesso, non perde occasione per sbraitare contro il Museo, secondo lui causa di tutti i guai della città. Mefisto è un locale caldo e accogliente, situato in un vecchio scantinato del centro. Belle ragazze e giovanotti polacchi affollano i tavoli. Pensavano al Faust, alla diabolica cantina, le due signore che l'hanno aperto qualche anno fa. Un nome come un altro, per una birreria. Un nome come un altro, in qualsiasi altro posto al mondo. Ma non qui. "Perché, cos'ha di strano? Questa è una città dove si vive normalmente. Ma, per colpa delle pressioni ebraiche, noi non abbiamo né discoteca, né supermercato", dice infastidita Wiola, 22 anni, che studia legge a Cracovia.

Normalità, vita, colpa, parole difficilissime da pronunciare a Oswiecim, il villaggio che nel 1939 i nazisti ribattezzarono Auschwitz, trasformandolo nel buio antro dell'indicibile, costruendovi la più grande ed efferata macchina dello sterminio a memoria d'uomo, il campo di annientamento dove un milione e mezzo di persone, in maggioranza ebrei, morirono fucilati, gassati, di stenti o di torture e poi passarono per il camino dei forni crematori.

Suonerà ovattata, stamane, nel cuore di Oswiecim, l'eco delle commemorazioni. Sarà il presidente polacco, Alexander Kwasniewski, a fare gli onori di casa ai leader del mondo e ai sopravvissuti, venuti a celebrare i sessant'anni della liberazione del lager di Auschwitz-Birkenau. Ma lo spirito della nuova Polonia, che si mette alle spalle mezzo secolo di sospetto antisemitismo e di rapporti avvelenati con la comunità ebraica, si è fermato a Cracovia e giunge affievolito in quest'ansa della Vistola.

I termini della lacerazione e dell'incomprensione sono maledettamente semplici. Da una parte c'è il campo dell'orrore, "il più grande cimitero del mondo", come ha detto l'altro giorno a Berlino Kurt Goldstein, che in quel mattino di gennaio del 1945 guardò incredulo i soldati sovietici urlargli "sei libero". E dall'altra ci sono 40 mila abitanti, che aspirano all'impossibile, l'ambizione di vivere in una città come le altre.

Ognuno reagisce a suo modo. Ma, a voler generalizzare, i polacchi di Oswiecim si pongono di fronte alla memoria del lager come di fronte a un'operazione matematica. Ci sono quelli che aggiungono, cercando una somma che dia senso a tutto. E ci sono quelli, la maggioranza, giusta l'aritmetica delle elezioni, che sottraggono rifiutando il passato.

Agnieszka Grzonka ha 30 anni, è laureata in scienze amministrative, per ora fa i concorsi per il pubblico impiego: "Non possiamo separarci dalla Storia, dobbiamo conviverci. La discoteca e il Supermercato, per esempio, sorgevano o dovevano sorgere nell'area a ridosso del campo. No, quella zona va rispettata, così come si rispetta un cimitero cristiano. C'è abbastanza spazio per costruirle in un altro posto". Agnieszka aggiunge. Come quelli che lavorano al Museo e dunque Auschwitz è parte della loro vita. Come Helena Nowak, che aveva dieci anni e oggi racconta a figli e nipoti del fumo acre che saliva dai camini e invadeva la città, o delle patate portate in segreto ai prigionieri, che di giorno lavoravano fuori dal campo. Aggiungono quelli che hanno incoraggiato e sostenuto la riapertura della Sinagoga, nell'estate del 2000, e contrappongono i cinque anni dell'orrore nazista agli otto secoli di una piccola città polacca, dove ebrei e cristiani, in egual numero, convivevano in pace.

La sottrazione, la damnatio memoriae, è più complessa. Alcuni la fanno andandosene, abbandonano Oswiecim, quasi ottomila dal 1989, l'anno della liquidazione definitiva del regime comunista, che ricordava Auschwitz e dimenticava gli ebrei, destinando la Sinagoga a negozio di tappeti. Altri cercano l'isola che non c'è. E si invaghiscono dei cattivi demagoghi, come Janusz Marszalek, appunto, cattolico ultraconservatore, che nel 2001 si è fatto eleggere primo cittadino, facendo campagna contro il Museo di Auschwitz-Birkenau, accusato di "prendere in ostaggio il territorio della città". Invelenito dalla storia del Supermercato, mestando sullo scontento di un giovane disoccupato su due, Marszalek ne fa una questione di sviluppo: "La gente visita il lager e poi riparte immediatamente, senza che la città abbia alcun profitto". E anche se ora ha spurgato il proprio linguaggio di un antisemitismo strisciante, scagliarsi contro «le organizzazioni ebraiche» rimane il suo refrain preferito.

Eppure, neanche Marszalek esprime l'animus profondo della città. Somma o differenza, la memoria sembra impegnare ogni sua energia. E oggi, sessant'anni dalla fine dell'orrore, Oswiecim ricorderà. Ma come sempre, cercherà anche di vivere.

 

Le torrette di controllo nei campi di concentramento Un ammasso di scarpe dei deportati
Bambini sui treni che entrano nei campi di concentramento

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