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Brancusi fotografo e pioniere della cinepresa al Guggenheim di Venezia fino al 22 maggio 2005

Paola Mola davanti alla Musa addormentata, gesso 1910

Venezia, 19 febbraio 2005. La mostra che si è inaugurata ieri alla Guggenheim Collection di Venezia sulla fotografia di Costantin Brancusi (1876-1956) è sicuramete l'evento più importante di quest'anno. A differenza di quanti sono accorsi per la cronaca quotidiana e si sono stupiti per vedere "solo foto e quattro o cinque sculture" del noto artista romeno, noi invece l'abbiamo trovata splendidamente magnifica, degna appunto di una maggiore riflessione. La mostra, curata da Paola Mola e Marielle Tabart e co-autrici del catalogo, permette di assaggiare con enfasi la sensibilità artistica che aveva nelle vene il grande scultore che visse a cavallo dei due secoli scorsi a Parigi. Qui al Guggenheim veniamo a conoscenza di un pioniere del cinema sperimentale ed un fotografo-artista della propria creatività, come lui voleva che si ammirassero le propie opere, il proprio atelier polveroso e "disordinato". Difficile trovare nella storia dei contemporanei un artista completo come Constantin Brancusi. Una mostra che lascerà sicuramente un segno indelebile nei visitatori più giovani, quelli che studiano l'arte contemporanea, ma anche per i cultori della fotografia. Ci è piaciuto anche l'allestimento delle poche opere essenziali presenti nella mostra, in particolare "Maiastra", "L'uccello nello spazio" inserite in una camera buia me ben illuminate e "La Musa addormentata" dentro una teca in plexiglass che vista da dietro o dai lati si riflette sulle pareti. Bisogna aggiungere che Paola Mola e Mariella Tabart ci fanno rivivere lo spirito intellettuale di Brancusi, "della vitalità di quel pensiero solido che è l'opera di Brancusi, e cercare di vedere almeno qualcuna delle sue possibilità, un possibile non necessariamente espresso allora, non necessariamente già liberato dalla Storia, perchè il vero delle cose trapassa di molto il realizzato, vasto abbastanza da costruire altri mondi, come ben sapeva e mostrava Brancusi nei suoi gessi e fotografie."  (Continua)
   
Marielle Tabart, curatrice Paola Mola, curatrice Marielle Tabart, Paola Mola e Philip Rylands La Baronessa, gesso, 1921
 
 

"Constantin Brancusi - precisa Marielle Tabart che ha curato il Catlogo delle fotografie e delle sculure  e conservatrice dell?Atelier Brancusi del centre Pompidou - aveva esposto e pubblicato le sue fotografie fin dagli anni '20, anche sulla celebre rivista "Cahiers d'Art", e già nel 1932 impiegava una cinepresa professionale da 35 millimetri."

L'esposizione veneziana resterà aperta fino al 22 maggio prossimo, viene significativament titolata "Brancusi. L'opera al bianco" e allinea 89 fotografie e cinque sculture, tre gessi bianchi provenienti dal suo studio ricostruito al Centre Georges Pompidou di Parigi, e due bronzi - "Maiastra" del 1912 ed "L'uccello nello spazio" del 1932 - della stessa collezione Guggenheim - come ci viene indicato dal direttore Philip Reynalds. Le curatrici metteno in chiara evidenza che "la fotografia non era per Brancusi un semplice mezzo di registrazione visiva delle sue opere ma, invece, un vero e proprio campo di studio e di ricerca formale. Ed è altrettanto evidente che l'impiego della parola "bianco" è assolutamente pertinente nel mondo immaginativo di Brancusi, perché da un lato evoca il colore abbagliante dei suoi gessi, dall'altro riconduce alla emozionante luminosità del suo suggestionale studio dislocato alcuni anni orsono, dopo molte peripezie, nel piccolo edificio annesso alla coloratissima "macchina espositiva" del Beaubourg".

"Importante è allora notare - come ci sottolinea Paola Mola - che nelle foto di Brancusi, specie quelle dell'interno dello studio, le sue sculture diventano forme particolari che determinano una immagine altra, autonoma ed indipendente, come in una sorta di nuova significazione, quella per l'appunto della fotografia."

La mostra al peggy Guggenheim Collection si divide in "otto" stanze come tappe di un percorso che per certi versi concerne il divenire di tutta l'opera plastica di Brancusi. In un percorso candido dai tre gessi bianchi che poi la prima volta escono dal mitico studio parigino, e da una suggestiva e incantata "stanza buia", la sesta, nella quale vivono, in una particolare scansione di luce, i due capolavori in bronzo splendente del grande scultore romeno: la misteriosa "Maiastra" e l'elegante "Uccello nello spazio". Ma come abbiamo annunciato all'inizio di questo servizio ci ha coinvolto l'installazione per la "Musa addormentata" che si riflette sulle pareti del cubo in plexiglass

Torso, gesso, 1919  Maiastra 
Ph 857, anni venti, cat. n.84 La Musa addormentata, gesso 1910
 

Dopo i primi anni di apprendistato passati in Romania, Constantin Brancusi si trasferisce a Parigi agli inizi del secolo. In Maiastra, le superfici lisce di bronzo creano un contrasto con la base di pietra grezza, la quale viene ad integrare il concetto intero dell'opera. La 'maiastra' è, nel folklore rumeno, un mitico uccello benevolo i cui nobili attributi vengono esemplarmente espressi nelle forme semplificate di Brancusi. In Maiastra, come in Uccello nello spazio (Collezione Peggy Guggenheim, 1932-40) Brancusi dimostra la sua straordinaria abilità nel ridurre forme ed immagini complesse in perfette essenze proto-tipiche. Le relativamente poche idee così espresse nella sua opera tendono quindi a ripresentarsi in diverse versioni, spesso in materiali diversi. Brancusi lavorò con il legno, la pietra, il metallo realizzando, con tutti questi materiali, un'opera unica.

 

(Seguiranno altri servizi e una carrellata di foto)

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