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Alla Peggy Guggenheim di Venezia un Brancusi inedito: dalla scultura alla fotografia.

Paola Mola davanti alla Musa addormentata, gesso 1910

Venezia, 25 febbraio 2005. Abbiamo già ampiamente scritto attorno a questa mostra, tuttavia pubblichiamo un servizio di Fabia Cigni, dopo la sua visita di qualche giorno fa. Personalità tra le più complesse nell'ambito delle avanguardie artistiche del XX secolo, monacalmente appartato nella riflessione ma non per questo isolato, Costantin Brancusi (Hobijta, Romania 1876 - Parigi 1956) ha perseguito tenacemente una sua personale, lirica e caratterizzata ricerca espressiva nella scultura di quel momento storico, giungendo ad esiti formali di straordinaria essenzialità e purezza. Eppure, nonostante il suo isolamento, è stato vicino, compagno di strada anzi, di alcuni dei più importanti protagonisti di quella stagione dell'arte a Parigi, quali Picasso e Duchamp, Modigliani (con il quale ha fatto un memorabile viaggio a Livorno nel 1909) e Man Ray, per citarne solo alcuni.

Philip Rylands, direttore I leoni del Palazzo Venier 

Rinnovatrice ed antiaccademica, la sua scultura - oggi ritenuta la più significativa ed importante del Novecento, anche per le nuove indicazioni che ha offerto - si è opposta radicalmente a quella "classica" di Rodin, a quel tempo preminente a Parigi. La mostra che il Guggenheim di Venezia ora gli dedica - con il significativo titolo "Brancusi, l'opera al bianco" - svela tuttavia un aspetto poco noto della sua creatività, quella sviluppata, probabilmente accanto all'analogo interesse del suo amico Man Ray, nel campo della fotografia e del cinema sperimentale.

Ph 857, anni venti, cat. n.84  Ph 979, 1932
Constantin Brancusi, ph 049 a, 1924 La Musa addormentata, gesso 1910

La mostra, curata da Paola Mola e Marielle Tabart, allinea infatti ottantanove fotografie, tre gessi e i due strepitosi bronzi della stessa collezione Guggenheim. Molto intrigante appare il fatto che il soggetto delle fotografie di Brancusi sono le sue stesse sculture, ed il mitico, disordinato e suggestionante studio, da alcuni anni fedelmente "ricostruito" nel piccolo edificio annesso al Beaubourg. Risultando evidente che la fotografia non era affatto per Brancusi un semplice mezzo di registrazione visiva delle sue opere, ma, piuttosto, un vero e proprio nuovo terreno di studio e di ricerca formale. Le sue sculture diventano allora nel suo occhio forme particolari che determinano infine una immagine altra, autonoma ed indipendente, come in una sorta di nuova significazione, quella per l'appunto della fotografia. Naturalmente tutta in bianco e nero, quasi a voler visivamente "pesare" le forme bianche delle sue sculture in gesso nelle tonalità della luce variabile nel corso della giornata.

Marielle Tabart, curatrice Maiastra 

La mostra, che configura un insolito omaggio postumo al grande scultore franco-romeno, allinea anche, quasi a scandire con forme concrete il percorso espositivo, tre suoi gessi degli anni Venti, provenienti dal Beaubourg, e i due bronzi già nella collezione di Peggy Guggenheim: "Maiastra" del 1912 e "Uccello nello spazio" del 1932. Esposti questi due in una apposita saletta nera, estremamente suggestionante, illuminati come sono da una particolare scansione della luce che ne esalta la bellezza plastica ma, allo stesso tempo, anche il mistero di cui sono portatori nella loro levigata ed indicibile "eleganza" formale. 

Constantin Brancusi, ph 276 A, 1934-35 Constantin Brancusi, ph 495, 1932, Uccello nelo spazio

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