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Francesco Laganà, l'ex agente della Mobile veneziana che collaborava con la banda di Giovanni Giada, si è dato alla macchia

Venezia, 27 giugno 2005. Francesco Laganà resta latitante. L'ex agente della Mobile colpito dall'ordine di custodia cautelare dopo la sentenza della Corte di Cassazione (che ha ribadito le pene inflitte all'ex Squadra Mobile di Venezia) non si è fatto ancora vivo. Laganà, assieme a Vito Fiannaca, è stato ritenuto responsabile di concussione, corruzione, peculato, falso e condannato a 5 anni e 6 mesi di reclusione. Secondo la Corte entrambi furono al soldo dell'allora boss della malavita veneziana, Giovanni Giada, già condannato a sua volta a quattro anni di reclusione, al quale avrebbero fornito informazioni in cambio di denaro.

Laganà dunque potrebbe essersi dato alla macchia sparendo dopo la sentenza della Cassazione. Un situazione che sta creando un certo imbarazzo anche se tutti sperano che l'ex agente della Mobile si presenti al più presto agli organi di giustizia per scontare la pena. La Procura generale della Cassazione, come fa sapere il procuratore generale Ennio Fortuna, ha fatto partire il fax relativo agli ordini di custodia cautelare venerdì sera alle 21.31, esattamente pochi minuti dopo il pronunciamento della sentenza ma, nonostante la celerità, qualcosa evidentemente non ha funzionato. Lo stesso procuratore generale ha invitato Laganà a costituirsi al più presto sottolineando la delicatezza della situazione che potrebbe mettere a repentaglio la credibilità delle istituzioni considerando che si tratta di un ex agente di Polizia.La condanna della Cassazione agli ex della Mobile di Venezia è stata commentata amaramente non soltanto dai sindacati di Polizia Coisp e Siulp ma anche da Gianfranco Bettin.

 

"Si deve a loro - scrive l'ex prosindaco - la sconfitta del crimine più pericoloso. La condanna agli ex dirigenti e agenti della squadra Mobile della Questura di Venezia non può che provocare dolore e sconcerto in chiunque conosca la vicenda e in chiunque abbia avuto a cuore in questi anni la sicurezza della città e la lotta al crimine che, in una fase delicatissima della nostra storia, minacciava seriamente di condizionarne la vita, soprattutto con la qualità nuova e temibilissima, ramificata e insieme compatta della banda Maniero. Si deve al dottor Antonio Palmosi e ai suoi collaboratori, uomini allora e per sempre legatissimi al compianto dottor Arnaldo La Barbera, oltre alla Magistratura più acuta e lungimirante, se quella minaccia criminale è stata debellata.La città deve loro gratitudine profonda e duratura, e le istituzioni se ne dovrebbero ricordare, anche se la Giustizia, oggi, legata a un formalismo che non ci sembra in questo caso garanzia di Diritto ma arbitraria, ottusa interpretazione unilaterale dei codici senza rispetto per la realtà dei fatti, scrive una pagina amara per tutti. Anche per questo, oggi più che mai, ci sentiamo vicini, con gratitudine e ammirazione, a chi ha fatto così tanto per la nostra comunità e tuttavia subisce il peso di una condanna che lascia sgomenti».

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