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Paesaggi al computer e voglia di cinema. Ecco l'arte "in trappola"

 Isola della Poesia

 

Venezia, 19 luglio 2005 (appunti presi in due tappe, alla vernice e a metà luglio). Per la notorietà in campo internazionale della più antica rassegna pubblica di artisti ci obbliga di scendere a Venezia, anche se avevamo altri impegni altrove, e prendere qualche appunto per così di dire di viaggio. Dai Giardini alle Gaggiandre, e poi con tanta buona volontà e scarpe buone (anzi calli buoni) a dirigersi verso i "padiglioni esterni" che si trovano nella città. A differenza delle altre Biennali, stavolta la città si è risvegliata ed ha messo a disposizione una trentina fra dimore private e chiese per ospitare uno o più artisti. I cataloghi, tre per l'esattezza, sono stavolta di un formato più piccolo (non più elenchi telefonici) ma comunque pesantissimi e non facili da consultare (manca un elenco in ordine alfabetico degli autori). Aiutano se si è fatta a casa la dovuta selezione di che cosa vedere e annotare. Andare in giro e fermarsi solo a guardare non basta. Molti sono sprovvisti di presentazione, come se il visitatore dovesse capire al volo chi ha e perchè ideato l'opera. Bisognerebbe parlare con e/o intervistare ogni artista. Ma questo, dopo un mese dall'apertura, è pressoché impossibile. Sono quasi tutti spariti. Rimangono delle belle signorine o dei ragazzi giovani a fare da custodi. Ma ciò non basta. Ci dovrebbero essere delle postazioni multimediali (dei totem) dove ognuno potrebbe interrogare sulla propria curiosità e a pagamento (10 cents) avere anche una copia stampata della presentazione dell'installazione dell'artista. Noi che siamo cresciuti in un ambiente universitario dove la spiegazione di una tesi è primordiale e l'indicizzazione è la chiave della ricerca ci stupiamo molto per queste incongruenze tecniche e intellettuali. Dobbiamo però dare atto alla nuova presidenza che almeno sono stati installati all'entrata dell'Arsenale e dei Giardini un pannello dove si possono reperire i luoghi da visitare pigiando sopra il bottone del Paese indicato o dell'artista. Abiamo anche notato all'Arsenale una fila di toilettes mobili (non proprio le migliori) ed un servizio di navetta dall'entrata al Giardino delle Vergini. Piano, piano anche la Biennale si sta tingendo di verde, cioè di speranza. Ci auguriamo prima di andare definitivamente in pensione (cioè quando ormai non si potrà più percorrere la Biennale in lungo e in largo tra i sassolini ed il sole cocente) che tutto l'Arsenale, risanato del tutto diventi veramente l'Eden dell'arte, del piacere e della riflessione.  

 

Alla vernice ci siamo venuti in compagnia di Jeanne Belhumeur, capo redattore di Aidanews e di Angelo Miatello, altra colonna portante del giornalismo on line. E' loro gran merito se la storica rivista culturale di diritto dell'arte AIDANEWS, sorta nel 1994 a Ginevra dopo un focoso convegno sul commercio internazionale dell'arte che vedeva falchi e colombe per la salvaguardia dell'arte, si è trasformata in giornalismo on line che sta riscuotendo ottimi risultati di audience. La piccola redazione di AIDANEWS si è diversificata, creando altre sei testate che immagazzinano notizie, eventi, recensioni, curiosità e altro di carattere culturale, sia politico che artistico. Unico nel suo genere, questo giornalismo on line non ha confronti ed è un "Davide" che riesce a volte sconfiggere il "Golia", inteso metaforicamente  le grandi testate che non si possono leggere on line se non  a pagamento, oppure le loro notizie sono sprovviste di immagini rendendole scarne e insufficienti) o addirittura si esauriscono in 48 ore perchè per entrare nell'Arcchivio della testata devi pagare il pedaggio, che è piuttosto oneroso. Complimenti dunque a Jeanne Belhumeur e a Angelo Miatello, veri pilastri di aidanetwork.com.

 

Ci aspettavamo qualcosa di più da parte degli italiani. Le polemiche per il numero ristretto a soli quattro giovani ci sembrano futili. La Biennale deve rappresentare il mondo non l'Italia al mondo. Tuttavia all'ex padiglione Italia è allestita la prima delle due mostre speciali (l'altra è all'Arsenale) che ha per titolo "L'esperienza dell'arte". L'esperienza è quella che ci coinvolge Maria de Corral, una delle due curatrici spagnole. Conosciutissima anche da noi, in Svizzera. La quale esordisce invitandoci ad un discorso non chiuso sull'arte dei nostri giorni, bensì aperto al "desiderio di scambiare esperienze, idee, riflessioni, così come di provocarle".

 

Agnes  Martin Bernard  Frize Candice Breitz Eija-Liisa Ahtila
 

Lasciamo stare i desideri e veniamo ai fatti. Si entra dal padiglione ex Italia ai Giardini, dicevamo, e ci accoglie un salone gradevole, con paesaggi, vedute di città, tanti alberi. L'impressione è di un ritorno al Romanticismo. Sennonché, guardando da vicino le enormi immagini, ci si accorge che sono realizzate al computer. Il pixel ha sostituito il pennello, come appare dai minuscoli quadrati in cui l'immagine stessa è suddivisa. Ciò vorrebbe significare, ci spiega Miatello, che l'arte d'oggi, o meglio quella degli ultimi decenni, ha per strumento il computer. Rendiamo omaggio al tedesco Thomas Ruff che ha usato così bene il computer. Ormai tutto passa attraverso il PC e millioni di ragazzi diventeranno sempre più perfezionatisti nell'adoperare lo scanner. Già il mercato delle stampe fotografiche con le nuove installazioni "Totem" che ognuno di noi può ritoccare, sezionare e stampare in 15 minuti ad un prezzo infinimesimale rispetto a quello di una volta, è una rivoluzione. Come è una rivoluzione girare con un minimo ingombro e scattare centinaia di foto con la digitale.  

CHen Chieh-jen Gabriel Orozco Jenny Holzer, Xenon for the Peggy Guggenheim, 2003  Leandro Erlich
 

Proseguiamo verso il nostro viaggio nell'arcipelago delle arti. Un passo più avanti e appare il Minimal Art. Maria de Corral lavora evidentemente con il raziocinio. Sa bene che la limpidezza della geometria ha dominato recentemente l'arte. Ma sa anche che essa può portare al vuoto. Quale vuoto più significante di quello del "grado zero" del World Trade Center? Qui non si tratta certo di un giuoco. Quindi il passaggio obbligato è ai video. Qui assistiamo ad una sfilata di vari video d'autore. Ci permettiamo di citarne almeno uno: quello di Chen Chien-jen, cinese di Taipei, che con finezza ci fa vedere la vita di una città, con riprese di stampo realistico ed altre in cui prevale una sorta di lirismo orientale (la pioggia che lentamente cade dai finestrini di un treno fermo). Il rischio - ben si capisce - è quello di uno scivolamento nel cinema. Ma che importa, alla fine?

 

Monica Bonvincini (photo Roberto Marossi)    Marlene Dumas Perejaume Tacita Dean 

 

Un altro passo nel padiglione ed eccoci immersi nella tradizione. C'è anche quella, per carità. Juan Uslè e Bernard Frize ci mostrano alcune vaste stesure a reticolo: un Informale geometrizzante. Passiamo attraverso un paio di exempla di scultura: Thomas Schutte con tre corpi distesi che ricordano Moore, e Jorge Macchi che ha rozzamente bucato tutta la sala, compreso il pavimento (e qui la matrice non può essere che Fontana). Ci chiediamo se la scultura, come la pittura, deve obbedire a schemi stilistici precostituiti, quando il padiglione quasi si squarcia esibendoci (finalmente!) l'arte come arte.

 

Jorge Macchi Vasco Araujo 
 

Prima c'è Francis Bacon con una sala che diremmo splendida: specie nel trittico "Studio sul corpo umano" (1970) che si accorda con le altre opere ben scandite. Chi ha detto che Bacon è ripugnante? Qui lo vediamo nel suo aspetto più raffinato e, diremmo, colto. Poi c'è la sorpresa di Philip Guston, canadese, che ha lasciato il suo Espressionismo astratto per cui era diventato famoso assieme agli amici Pop: ora è sulla linea di una figurazione primitiveggiante e insieme favolistica, comunque di eccellente qualità.

 

 Maria de Corral  (foto Zucchiatti)  Davide Croff e Marco Mueller  Maria de Corral e Rosa Martinez (foto Zucchiatti)
 

Merita tutta la nostra stima la parte finale del Padiglione Italia di Maria de Corral. Prima c'è Marlène Dumas, olandese, con i suoi finissimi svolti dal chiarore cadaverico; poi Antoni Tapies, con il suo requiem ispirato alla tragedia del Ruanda. Troviamo cadeveri avvolti da teli prima della sepoltura, ma anche pitture vere e proprie in cui la matrice Informale (materica) si svolge ad amare trasognate finezze.

 

Il Padiglione Italia Barbara Kruber  
 

Alla fine della nostra breve chiacchierata non possiamo che ammettere che il Padiglione Italia, con tutti i suoi va e vieni, finisce per riassumere giustamente quel che è avvenuto negli ultimi decenni, nel bene e nel male. Se poi il male, nella misura della bilancia, prende il sopravvento, non è colpa della curatrice Maria De Corral - prima di tutto storica e critica -  né, in fondo, degli stessi artisti. È l'arte che non riesce ad uscire dalla trappola: o meglio vi riesce soltanto quando forte è la coscienza di chi sa di non dovere sottrarsi al combattere per il bene...E' stato un viaggio tutto sommato divertente ed interessante.  

 

Logo della 51. Mostra Internazionale d Arte La Biennale di Venezia  

 

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