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Arlecchino va da Bush, di Gian Giacomo Migone. Da l'Unità, editoriale del 31 ottobre 2005

Ahi, il presidente Berlusconi Silvio si è scapigliato, scusate scavigliato 

 

Incontro imbarazzante, quello di Washington, sia per il padrone di casa che per l'ospite. Purtroppo anche per l'Italia che noi siamo e che Silvio Berlusconi tutt'ora rappresenta. Avrebbe dovuto essere una scontata investitura preelettorale del più fedele alleato. Invece, il suo ripensamento pacifista e lo scaricabarile sul Niger-gate hanno trasformato il vertice in un evento di facciata che serviva a nascondere le tensioni tra un presidente degli Stati Uniti in malarnese e un Arlecchino servo di due padroni (il secondo padrone essendo non tanto il popolo italiano quanto i sondaggi d'opinione), ormai privo di qualsiasi maschera.

Le genuflessioni di ieri («Bush entrerà nella storia») e il maldestro tentativo di interpretare liberamente il pensiero del padrone americano («Washington teme cambi di governo in Italia») non fanno che confermare la parte - tragica o comica? - che il presidente-Arlecchino ha deciso di interpretare.

Ripercorriamo, tappa per tappa, questo mediocre itinerario che il nostro presidente del Consiglio non ha concepito dal nulla, anche se lo ha infiorato con le sue gaffe e le sue astuzie cucite col filo bianco. L'investitura di Washington, il ricorso alla televisione della Casa Bianca hanno radici lontane; residuati della Guerra Fredda, solo brevemente interrotti nella scorsa legislatura, che hanno conservato la funzione di rassicurare una ristretta platea di classe dirigente casalinga più che il maggiore alleato.

Il quale, nella forma assunta con l'amministrazione di George W. Bush si trova attualmente nella difficile condizione di dover sfuggire a una coalizione mediatica ancora sufficientemente protestante per non condonare una guerra fondata sulle bugie. Rapporti tra Iraq e terrorismo islamico, arsenale chimico di Saddam Hussein, uranio del Niger: uno dopo l'altro i pretesti, serviti per motivare i costi umani (oltre 2000 soldati americani) e finanziarii della guerra, non solo sono caduti, ma si rivelano per quello che sono, prefabbricati.

È a questo punto che Arlecchino, da complice e servitore accorto si trasforma in un imbarazzo, proprio alla vigilia della riscossione del premio, a suo modo meritato. Silvio Berlusconi, sollecitato da chissà quali scheletri negli armadi, incalzato da Francesco Cossiga, si decide a coprire il Sismi e il suo capo, smentendo una versione dei fatti che attribuisce loro la responsabilità originaria del Niger-gate. Nello stesso tempo, il secondo padrone, il popolo italiano (che, a Costituzione vigente, dovrebbe essere l'unico), si fa vivo con lo strumento a cui Arlecchino resta più attento: i sondaggi d'opinione che dimostrano come la partecipazione alla guerra potrebbe rivelarsi un oneroso handicap nella campagna elettorale ormai avviata. Da cui la giravolta a cui l'opinione pubblica americana è meno avvezza di quella italiana che pure da segni di crescente insofferenza. Per Bush quella giravolta presenta l'inconveniente di rivelare un'ulteriore bugia: il sostegno internazionale di cui avrebbe goduto e tutt'ora godrebbe quella maledetta guerra. Se nella cerchia dei suoi alleati più fedeli cominciassero a volare gli stracci, non solo la politica irachena ma l'utilitarismo sposato dalla Casa Bianca mostrerebbero la corda. Non a caso persino il candidato democratico sconfitto, John Kerry, fa risentire la sua voce, proprio nel momento in cui i sondaggi presidenziali non solo italiani crollano e si aprono crepe inquietanti tra parlamentari repubblicani che, tra meno di un anno, dovranno affrontare le mid-term elections.

Ne derivano alcune lezioni importanti soprattutto per coloro che dell'amicizia tra i popoli statunitense e italiano non fanno soltanto un uso strumentale e retorico:

 

1. La stagione delle investiture washingtoniane è definitivamente chiusa.

 

2. I veri amici si dicono con franchezza e tempestività la verità quale la percepiscono; non si aiutano a fabbricarne di comodo.

 

3. Se ciò non bastasse, ciascuno agisce secondo i propri interessi, la propria visione del mondo e, soprattutto, secondo il mandato istituzionale di cui è investito. Unico modo per conservare amicizie di lunga durata, la differenza tra fedeltà e lealtà che salva la dignità e la sovranità dell'alleato più debole.

 

4. I rispettivi strumenti operativi, servizi segreti o altri, obbediscano al loro giuramento di fedeltà, uno e indivisibile, alla Repubblica cui appartengono. E, come asseriva San Tommaso D'Aquino, obbediscano ai loro capi, etiam disculis, anche se cattivi, purché non ordinino cose cattive.

Come veri servitori dello Stato. g.gmigone@libero.it  

 

P.S.

Ci è stato inviato da Plinio Molfetta, un nostro assiduo lettore, il pezzo diffuso dall'editorialista Migone su lUnità on line del 31 ottobre scorso. "Merita - ci ha aggiunto - tutta la nostra attenzione in quanto non si sapeva che il cav. Berlusconi potesse essere paragonato anche ad Arlecchino, cioè di dimostrare ancora una volta (e la stotia della politica internazionale italiana è sempre stata serva di altri ben più potenti padroni) che non siamo una Nazione indipendente bensì una colonia di questa o quella lobby al potere". Essendo molto attratti dai paragoni e dalla satira politica crediamo che l'Arlecchino di Migoni possa essere a sua volta affibbiato anche ad altri precedenti capi di governo o ministri degli esteri. L'Italia, da quando si è sganciata dal Papato conta meno del due di bastoni nello scacchiere internazionale. Quel peace keeping intepretato a modo proprio dalle segreterie romane si contraddice quando dobbiamo valutare se le ragioni dell'amministrazione busheriana si fondino su verità inconfutabili. Gli americani farebbero la guerra a chichessia, tanto hanno una poteza militare spropositata e globale. Se potessero, avrebbero già bombardato la Siria e l'Iran e perchè no la Giordania?

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