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Articolo di: Media Release
Pubblicato il: 09.12.2005
In breve:
Opere finaliste nella sezione Narrativa sono: "È stato il figlio" di Roberto Alajmo (Mondadori), "Le variazioni di Reinach" di Filippo Tuena (Rizzoli) e "La grande casa di Monirrieh" di Bijan Zarmandili (Feltrinelli); nella sezione Biografia: "C'era una volta Broadway" di Sergio Camerino (Bompiani), "I migliori anni della nostra vita" di Ernesto Ferrero (Feltrinelli) e "Un inquieto batter d'ali. Vita di Heinrich von Kleist" di Anna Maria Carpi (Mondadori).
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Treviso, 9 dicembre 2005. Domani 10 dicembre, alle ore 16 al Salone dei Trecento di Treviso, si terrà la cerimonia per la proclamazione dei vincitori del XXIV. Premio letterario Giovanni Comisso "Città di Treviso - Regione del Veneto" per le sezioni Narrativa e Biografia. Opere finaliste nella sezione Narrativa sono: "È stato il figlio" di Roberto Alajmo (Mondadori), "Le variazioni di Reinach" di Filippo Tuena (Rizzoli) e "La grande casa di Monirrieh" di Bijan Zarmandili (Feltrinelli); nella sezione Biografia: "C'era una volta Broadway" di Sergio Camerino (Bompiani), "I migliori anni della nostra vita" di Ernesto Ferrero (Feltrinelli) e "Un inquieto batter d'ali. Vita di Heinrich von Kleist" di Anna Maria Carpi (Mondadori). Per l'occasione, e per gentile concessione di "BPV Oggi", periodico del Gruppo Banca Popolare di Vicenza, pubblichiamo un ricordo di Comisso curato dal "libraio-scrittore" Virgilio Scapin.
Un ricordo di Comisso curato dal libraio-scrittore Virgilio Scapin
Treviso, 9 dicembre 2005. Giovanni Comisso non ha mai goduto di grandi fortune editoriali. In vita e in morte i suoi libri non sono mai diventati best-seller o long-seller, almeno secondo gli attuali parametri, anche se i suoi estratti conto non erano poi così disastrosi come lui amava far credere. Ingrata sorte riservata a uno dei maggiori scrittori del nostro tempo, vincitore di grandi premi letterari quali il Bagutta e lo Strega. La sua prosa fresca, chiara, accattivante, i suoi intrecci esemplari avrebbero meritato maggior fortuna presso il grande pubblico.
Giovanni amava coltivare questa specie di maledizione che gravava sulla sua produzione letteraria, la ingigantiva per compiangersi coram populo, e si consolava collaborando a riviste mediche che lo pagavano lautamente e facendo il corrispondente per importanti quotidiani nazionali. Quando metteva da parte qualche soldo, aveva la fantasia di fare degli investimenti non eccessivamente mirati. Naturalmente anche questi autogol andavano a rinforzare le sue geremiadi, e la querelle continuava. Questa sempre più proclamata miseria era fonte perenne di invettive contro i suoi editori, rei di non curarsi abbastanza dei suoi libri.
Un giorno ero andato a trovarlo nella sua casa di Santa Maria del Rovere, alla periferia di Treviso. Era un pomeriggio piuttosto caldo, Giovanni lavorava nell'orto. Era contento, la stagione finalmente buona. Stava cavando le cipolle. Volle che le mangiassi subito all'inpiedi per dargli un giudizio sulla loro qualità. Fu felice dei miei complimenti: «Quest'anno non moriremo di fame - mi disse ammiccando - La terra è la nostra grande madre», e aveva allargato lo sguardo sull'orto come se contemplasse una campagna estesa fino all'orizzonte. Su un muretto erano allineate alcune pollastre bianche, morte, tutte uguali. Visto il mio interessamento per quello strano spettacolo, si era avvicinato bisbigliando: «Bisogna arrangiarsi, con i tempi che corrono. Ho assoldato una banda di ladri di polli. Noi poveri siamo costretti a rubare».
Un suo ammiratore siculo aveva la buona abitudine di mandargli ogni anno una cassa di limoni lunari, e quel cadeau campeggiava per giorni sulla tavola a testimonianza del buon cuore dell'estimatore, il quale aveva capito le difficoltà finanziarie in cui si dibatteva il grande scrittore.
Un giorno, invece, gli arrivò dall'estremo nord una cassa contenente un trancio di balena. Nonostante fosse stata spedita via aerea, la mercanzia era un po' provata dal viaggio ed emanava un intollerabile fetore. Comisso aveva chiamato a consulto Pàciara, il pescivendolo suo amico. La balena, con il suo aspetto verdastro e il suo afrore, mandava inequivocabili messaggi di decomposizione.
«Butémo via tuto», aveva sentenziato l'esperto. «Ma è un regalo di un mio ammiratore», aveva proclamato lo scrittore in presunta miseria.
Furono chiamati attorno al trancio di cetaceo cuochi e cuoche. Anche Alfredo Beltrame che, all'epoca, stava inaugurando la catena dei Toùla. L'ammorbante balena aveva impestato la casa.
«È un insulto alla miseria buttarla via» insisteva Giovanni, fiero che anche all'estremo nord si fosse a conoscenza del suo stato di indigenza. Quando si accorse che l'artica generosità allontanava i suoi amici da casa, organizzò un solenne funerale. Seppellirono la balena nel suo orto.
Comisso aveva un segretario; lo aveva battezzato Gigetto Figallo. D'aspetto era uno zingaro, con i capelli nerissimi. Girava sempre con una chitarra e cantava canzoni gitane con rara perizia. Comisso non era mai sicuro di cominciare un viaggio né di finirlo, perché Gigetto spesso scompariva; lo chiamavano nelle osterie, dove continuava a suonare dimentico dei suoi impegni.
Giovanni non era molto generoso con questo suo addetto alla segreteria, e lui provvedeva a rimpinguare le sue modeste mercedi in vari modi. Fuori dalla porta di casa era installato un distributore di benzina. Gigetto si serviva della pompa per riempire di nascosto taniche di carburante che vendeva sottobanco.
Un pomeriggio ero in partenza con Comisso e Alfredo Beltrame per un giro in Friuli dove eravamo attesi da padre Turoldo. Io ero seduto accanto al guidatore; sui sedili posteriori erano Giovanni e Alfredo. Questi aveva piazzato sulle ginocchia una cassetta di frutta vuota su cui aveva steso un foglio di carta che doveva servire a raccogliere i cahiers de vojage. Gigetto era sparito. Eravamo fermi da un quarto d'ora, quando mi accorsi che la pompa stava ancora erogando benzina. Balzai fuori dalla macchina: «La benzina, la benzina!» gridai. Gigetto mi fece gli occhiacci; lungo il muretto si vedevano file di taniche che lui stava riempendo: la sua futura mercede. Comisso amava immensamente la campagna. Nel 1932 aveva comprato un pezzo di terra con una vecchia casa colonica a Zerobranco, e aveva commissionato al suo grande amico Arturo Martini un San Bovo in terracotta da mettere all'entrata della stalla, com'era consuetudine presso i contadini. Il Maestro aveva inventato un teatrino spartito a metà: a sinistra tre boari inginocchiati imploravano la protezione del Santo sulle due bestiole impalcate a destra. Nella cornice era graffiato il nome del committente.
In seguito, Giovanni aveva venduto i campi ed era tornato a Treviso portando con sé la formella. Questa mirabile terracotta, scampata a mille traslochi e peripezie, un bel giorno saltò fuori dallo scantinato,
Alla morte di Comisso, il citaredo venne a trovarmi con gli occhi lustri: «Quel capolavoro - diceva - merita una collocazione degna del suo padrone». Io ne parlai a Carlo Pavesi della Banca Popolare Vicentina. Incuriosito dalla provenienza, «Portamela in ufficio - mi aveva detto - voglio vederla». Ma Gigetto non voleva separarsene; temeva che qualcuno vi allungasse le mani.