
Articolo di: Media Release
Pubblicato il: 23.01.2006
In breve:
Il titolo è fin troppo pretenzioso: "Informale. Jean Dubuffet e l'arte europea 1945-1970". Ma se lo interpretiamo come spunto critico, allora può andar bene, come in realtà è molto intrigante la mostra che il Comune di Modena ha imbastito su quel canovaccio, con la collaborazione critica di L.M. Barbero. Tant'è vero che Philippe Daverio, un critico-mercante senza peli sulla lingua, ha preso lo spunto per mettervi dentro altri ingredienti saporiti, come Peggy Guggenheim e la sua arcifamosa collezione veneziana, compreso il suo "deus ex machina" Jackson Pollock.
Modena, 26 gennaio 2006 (rassegna stampa in rete). Il titolo è fin troppo pretenzioso: "Informale. Jean Dubuffet e l'arte europea 1945-1970" (Catalogo Skira Editrice). Ma se lo interpretiamo come spunto critico, allora può andar bene, come in realtà è molto intrigante la mostra che il Comune di Modena ha imbastito su quel canovaccio, con la collaborazione critica di L.M. Barbero. Tant'è vero che Philippe Daverio, un critico-mercante senza peli sulla lingua, ha preso lo spunto per mettervi dentro altri ingredienti saporiti, come Peggy Guggenheim e la sua arcifamosa collezione veneziana, compreso il suo "deus ex machina" Jackson Pollock.
In sintesi. Jean Dubuffet, che è al centro della mostra, rappresenta l'Art brut, cioè il modo "selvaggio" di far pittura: macchie convulse, graffi, grumi di colore, segni indecifrabili, sabbia, muri screpolati, con l'inserimento (almeno iniziale) di grotteschi pupazzetti. Il bretone Dubuffet, nato nel 1901, ottiene uno strepitoso successo diventando un autentico caposcuola negli anni tra i Quaranta e i Sessanta. Abbandona gli altri mestieri che aveva tentato (era un commerciante di vini ma anche un ardito viaggiatore, con ben tre traversate del Sahara). L'Art brut diventa per lui il segnale di una protesta contro i conformismi estetici: quasi un grido di libertà dell'arte, oltre gli esibizionismi sofisticati dei surrealisti.
Se in Europa è Dubuffet lo scardinatore di tanti principi, in America qualcosa di simile lo fa, sempre a metà secolo, Pollock con i suoi grovigli di segni e le sgocciolature di colore. Ma vicino ai due, e soprattutto vicino a Pollock, è un giovane veneziano "tenero" d'animo: Tancredi Parmeggiani. I due si trovano a lavorare fianco a fianco a Ca' Venier dei Leoni, la casa di Peggy Guggenheim sul Canal Grande.
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È qui che il confronto si fa pungente. Tra Pollock e Tancredi si vedono bene le differenze. Pollock è un "indiano scatenato nella prateria", mentre Tancredi è un "fine continuatore della migliore tradizione veneziana della pittura paesaggistica del Sei-Settecento". Lo dice a chiare lettere Daverio, specie quando rifiuta i facili schemi dell'Informale. Tancredi è - in sostanza - il geniale continuatore di una civiltà del segno-colore inequivocabilmente veneziana, fino ai limiti di una disperante condotta di vita che lo porterà al suicidio dopo aver amato equivocamente la sua "mecenate" (e quindi sua figlia Pegeen). Al confronto Pollock era un rozzo cow-boy.
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Buttato fuori da casa Guggenheim, dopo che l'estrosa miliardaria s'era stancata di lui, Tancredi passerà gli ultimi anni della sua vita in un'alternanza tra illusioni e disillusioni, fino a togliersi la vita nelle gelide acque del Tevere (1964). Ecco che la mostra modenese, imperniata su Dubuffet, cambia registro. Il protagonista ne diventa il povero grande Tancredi, che porta con sé la disperazione dell'ultimo vero artista veneziano. Ne pare convinto anche il colto geniale milanese che ama firmarsi Philippe.
E' un bell'articolo che va letto ed inserito nell'archivio della storia dell'arte contemporanea. I cultori ne sapranno trarre tesoro.