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1866: Il Veneto vota per l'annessione al Regno d'Italia. Retroscena di una formidabile storia manipolata ma mai dimenticata. Incontro pubblico con Ettore Beggiato a Castelfranco Veneto il 24 ottobre

Ettore Beggiato 

 

Incontro pubblico con Ettore Beggiato: Sala conferenze P. Guidolin della Biblioteca Comunale, vicolo dell'Abaco (vicolo di fronte al Tribunale dentro le mura, venendo da porta Vicenza), martedì 24 ottobre 2006, dalle ore 20.45 alle ore 23. Modera Angelo Miatello, presidente dell'Associazione AIDA. L'ingresso è libero.

 

Castelranco Veneto, 21 ottobre 2006. Credo sia importante riproporre la questione dell'annessione del Veneto all'Italia (ovvero del plebiscito - truffa del 1866): un momento fondamentale della nostra storia che abbiamo il diritto-dovere di rileggere.

Rileggere e riscrivere.

Perché la storia la fanno i popoli, ma sono i vincitori a scriverla. E mai come questa volta, i vincitori che stanno a Roma si sono applicati scrupolosamente e scientificamente per stravolgerla, mistificarla, nasconderla, la storia.

I Veneti non dovevano, e non debbono, conoscere questa pagina fondamentale della loro storia.

"Tutto si svolse con mirabile ordine e fra universali manifestazioni di gioia", così sta scritto nei (loro) libri di storia.

Va innanzitutto sottolineato come le potenze europee intendevano riconoscere, attraverso il plebiscito, al Popolo Veneto il diritto di scegliere il proprio futuro, il diritto all'autodeterminazione si direbbe oggi.

Un principio, un diritto riconosciuto dai trattati internazionali come "diritto umano".

Ed è ormai universalmente riconosciuto il primato dei diritti umani rispetto ai diritti degli stati.

Diritto all'autodeterminazione che ha una valenza permanente: vale a dire che finchè c'è un popolo, quel popolo ha sempre il diritto all'autodeterminazione.

L'altro aspetto centrale della questione è quello che potremmo chiamare "temporaneità".

Quella che, come Veneti, stiamo vivendo dal 22 ottobre 1866 è solamente una parentesi nella nostra storia plurimillenaria.

 

Ettore Beggiato sotto il Savonarola a Ferrara  Ferrara, Leone marciano

 

Cosa sono centotrentatre anni di presenza italiana nel Veneto di fronte ai secoli di storia e di indipendenza Veneta?

Oltre a questo va ricordato come gli anni della presenza italiana siano caratterizzati da tutta una serie di tentativi di riproporre la "questione veneta". E questo sia nel secolo scorso, che nell'attuale.

Vediamo alcuni momenti recenti:

1970, nascono le regioni e il nostro statuto è l'unico nel quale compare il concetto di popolo, nell'art. 2 si parla di autogoverno del popolo veneto: questo viene ratificato anche dal Parlamento italiano ed è legge dello stato italiano, la n. 340 del 1971;

1983, elezioni politiche del 26 giugno.

Per la prima volta in una regione a statuto ordinario una forza politica autonomista riesce a fare eleggere due rappresentanti al Parlamento italiano: è la Liga Veneta.

Sono ancora una volta i veneti i primi ad alzare la testa contro lo stato italiano;

1997, il 9 maggio otto "Serenissimi" liberano il campanile di S. Marco e issano la bandiera veneta. Un gesto e un sacrificio determinanti a far risvegliare nel popolo veneto la coscienza della propria identità e dei propri diritti;

1998, il 22 aprile il Consiglio regionale del Veneto approva la risoluzione sul diritto all'autodeterminazione.

In tutta la nostra storia noi veneti abbiamo sempre lottato per la nostra autonomia, per il nostro autogoverno, per la nostra autodeterminazione.

Da sempre si guarda, anche tra gli uomini più potenti, con rispetto e ammirazione, con timore al nostro simbolo, al Leone di S. Marco.

 

Ettore Beggiato  Targa ricordo del plebiscito nel Veneto del 1866 

 

A quel simbolo, e Napoleone l'aveva capito benissimo, che è molto di più di una bandiera, quel simbolo che ha una dimensione visibile, materiale, facilmente riconoscibile e un'altra invisibile, irraggiungibile, imperscrutabile, che sfugge a qualsiasi tentativo di interpretazione, di controllo, di cattura .......

Paolo Rumiz ne "La secessione leggera" scrive a proposito dei Serenissimi:

"Così si continuò a non capire che cosa aveva spaventato lo stato. Eppure la bandiera piantata sul campanile forniva già la risposta.

Era un simbolo, il segreto stava lì. Il commando si era servito della più invisibile e immateriale delle armi"

Il simbolo Veneto che ritorna ........

Un'ultima considerazione.

Io credo che la nostra generazione abbia il dovere di impegnarsi a fondo nel recupero, nella riappropriazione della nostra storia, della nostra identità, del nostro esser Veneti.

E' fondamentale, prima che certe testimonianze vadano perse, prima che il processo orwelliano portato avanti dal regime nazional tricolore cancelli tutto, prima che ci facciano diventare tutti italiani (siamo comunque ben lontani da una simile, aberrante "soluzione finale"), attivarci tutti per costruire un "Archivio della storia vista dalla parte dei Veneti".

Anche così potremmo portare il nostro contributo affinché la bandiera veneta possa tornar a sventolare, sola e indisturbata, nella nostra terra.

Viva S. Marco!

Ettore Beggiato 

 

Calendario di altri incontri di Ettore Beggiato trascritti in veneto-vicentino

 

MANIFESTAZHION SOL PLEBISCITO

 

ZHOBIA 19/10 h. 20.45 a CARPANE' de S. NAZARO (VI)

A £a Comunità Montana del Brenta

I "FIOI DEA VALBRENTA"

I presenta on incontro sui plebisciti del Veneto e dell'Italia meridionale.

Intervien:

ANTONIO PAGANO presidente associazione  culturale "DUE SICILIE"

ETTORE BEGGIATO  

 

VENARE 20/10 h. 20.45 a CASALE de SCODOSIA (PD)

Ne £a Sala Convegni - Piazza A. Moro

"RAIXE VENETE"

con

GIANPAOLO BORSETTO e ETTORE BEGGIATO

Presenta

FLAVIO CONTIN  

LUNI 23/10 H. 20.45 a MONTICELLO C. OTTO  (VI)

Sala del Municipio

"PROGETTO NORDEST"

con

MARIANGELO FOGGIATO, DIEGO CANCIAN, ETTORE BEGGIATO  

MARTI 24/10 H. 20.45 a CASTELFRANCO (CASTE£O) - TV

Ne £a Biblioteca

"AIDA" - Associazione Internazionale del Diritto e dell'Arte

ANGELO MIATELLO presenta ETTORE BEGGIATO  

 

ZHOBIA 26 a VO (Pd)

COMUNE de VO'

Sala civica piazzetta Martiri

ETTORE BEGGIATO presenta il Suo libro

 

VENARE 27 h. 20.45 a SOMMACAMPAGNA (VR)

Ne £a SALA CIVICA IMPIANTI SPORTIVI

"PROGETTO NORDEST"

con

LUCIO CHIAVEGATO, DIEGO CANCIAN, ETTORE BEGGIATO

 

ETTORE BEGGIATO: 21-22 ottobre 1866, annessione del Veneto all'Italia.

               Fu vera festa?

 

Testa di un leone di palazzo veneziano  I Leoni della Mostra
 

   "CHI CONTROLLA IL PASSATO

 CONTROLLA IL FUTURO,

     CHI CONTROLLA IL PRESENTE

 CONTROLLA IL PASSATO."

                                        (G. ORWELL)

 

Il plebiscito che sancì l'annessione del Veneto all'Italia (*) viene liquidato dai nostri libri di storia in poche battute visto che la storiografia ufficiale sostiene che "tutto si svolse con mirabile ordine e fra universali manifestazioni di gioia" (1).

Pochi sanno che in realtà fu una colossale truffa, la prima di una serie infinita di truffe perpetrate da Roma e dall'Italia ai danni dei Veneti.

Il nostro Veneto in realtà era già stato "passato" dalla Francia all'Italia in una stanza dell'Hotel Europa lungo il Canal Grande, il 19 ottobre. (2)

Il generale francese Leboeuf consegnò il Veneto a tre notabili: il conte Luigi Michiel, veneziano, Edoardo De Betta, veronese, Achille Emi-Kelder, mantovano.

Questi, a loro volta, lo "deposero" nelle mani del commissario del Re conte Genova Thaon di Revel e il giorno dopo sulla "Gazzetta di Venezia" apparve un anonimo trafiletto:

"Questa mattina in una camera dell'albergo d'Europa si è fatta la cessione del Veneto" (3)

Riepilogando: un trattato internazionale (fra Austria e Prussia, 23 agosto a Praga) prevede il passaggio del Veneto alla  Francia che poi lo consegnerà ai Savoja; nel trattato di pace di Vienna fra l'Italia e l'Austria del 3 ottobre si parla testualmente di  "sotto riserva del consenso delle popolazioni debitamente consultate": un riconoscimento internazionale al diritto all'autodeterminazione del popolo veneto che in quel momento ha la sovranità sul suo territorio.

Teniamo anche presente che c'è stata l'ipotesi, come scrisse l'ambasciatore asburgico a Parigi Metternich al suo ministro degli esteri Mensdorff-Pouilly il 3.8.1866, di arrivare a  "l'indipendenza della Venezia sotto un governo autonomo com'era la vecchia Repubblica"

Il plebiscito   avrebbe dovuto svolgersi   sotto il controllo di una commissione di tre membri che "determinerà, in accordo con le autorità municipali, il modo e l'epoca del plebiscito, che avrà luogo liberamente, col suffragio universale e nel più breve tempo possibile". Così era stato concertato dall'ambasciatore d'Italia a Parigi Costantino Nigra con il governo francese (4), che sembrava determinato a svolgere fino in fondo il proprio ruolo di garante internazionale sancito anche dal trattato di pace fra Prussia e Austria..

Il governo italiano invece, e in particolare il presidente  Bettino Ricasoli interpretava pro domo sua i trattati:

"Quando si tratta del plebiscito si tratta di casa nostra; non è già che si faccia  il plebiscito per obbedienza o per ottemperare al desiderio di qualche autorità straniera..... La pazienza ha il suo limite. Perbacco!

La cessione del Veneto fu nel Parlamento inglese chiamata un insulto all'Italia. Concedendo la presenza del generale francese all'effetto delle fortezze, mi pare di concedere molto" così sosteneva il Barone Ricasoli.(5)

E così uno sconsolato generale Le Boeuf scrive a La Valette il 15 settembre:

"Nutre inquietudini per l'ordine pubblico: le municipalità fanno entrare le truppe italiane o si intendono col re, che governa una gran parte: egli deve lasciar fare. Il plebiscito non si potrà fare che col re e col governo"(6)

Altro che controlli, altro che garanzie internazionali!

Lo stesso generale Le Boeuf annunciava il 18 ottobre a Napoleone III che ha protestato contro il plebiscito decretato dal re d'Italia: Napoleone gli dice di lasciar perdere. (7)

La Francia  praticamente rinuncia al proprio ruolo di garante internazionale e consegna il Veneto ai Savoja.

Una quasi unanimità che venne poi rispettata al momento del voto; già, ma anche i numeri non quadrano.

Il 27 ottobre la Corte d'Appello proclama l'esito della consultazione: "SI 641.758", "NO 69".

Nella lapide del Palazzo Ducale si parla di "Pel SI  voti 641.758", "Pel NO voti 69", "Nulli 273"; Alvise Zorzi in "Venezia austriaca" (pag. 151) parla di "SI 647.246", "NO 69", Denis Mack Smith "Storia d'Italia 1861-69" parla di "SI 641.000", "NO 69".

E su questi numeri si impongono almeno due considerazioni: i voti favorevoli sono attorno al 99,99 per cento: una percentuale che non fu ottenuta neppure dai regimi più feroci, da Stalin a Hitler.

Di sicuro il plebiscito venne "preceduto da una vera campagna di stampa intimidatoria dei fogli cittadini, preoccupatissimi per l'influenza che il clero manteneva nelle zone rurali dove, aveva scritto in settembre il "Giornale di Vicenza", - i campagnoli furono lasciati nell'ignoranza o nell'apatia d'ogni civile concetto, educati all'indifferenza per ogni sorta di governo" (9)

Si scriveva ad esempio "ricordino essi (i Parroci e i Cooperatori dei ns. villaggi) che ove in alcuna parrocchia questo voto non fosse sì aperto, sì pieno quale lo esige l'onore delle Venezie e dell'Italia, sarebbe assai difficile non farne mallevadrice la suddetta influenza clericale, e contenere l'offeso sentimento nazionale dal prendere contro i preti di quelle parrocchie qualche pubblica e dolorosa soddisfazione. (10)

Questa politica intimidatoria tuttavia non ebbe grossi effetti sulla partecipazione popolare: "A Valdagno, ad esempio nonostante il plebiscito venisse decantato non come semplice formalità e cerimonia, ma una festa, una gara, solo circa il 30 per cento sulla complessiva popolazione del Comune si recò a votare, mentre un buon 70 per cento, per chissà quale motivo, preferì continuare ad occuparsi dei fatti propri, indifferente all'avvenimento.

Analogamente in tutti i distretti....." (11)

E' la conferma del fatto che il cosiddetto risorgimento fu nel Veneto un momento al quale la stragrande maggioranza del nostro popolo partecipò con grande indifferenza, passiva .

E questo ce lo conferma Mack Smith che scrive "Garibaldi si infuriò perchè i Veneti non si erano sollevati per conto proprio, neppure nelle campagne dove sarebbe stato facile farlo".

Sulla libertà del voto e sulla segretezza dello stesso ci illumina la lettura di "Malo 1866" di Silvio Eupani:

"Le autorità comunali avevano preparato e distribuito dei biglietti col si e col no di colore diverso; inoltre, ogni elettore, presentandosi ai componenti del seggio, pronunciava il proprio nome e consegnava il biglietto al presidente che lo depositava nell'urna".

E Federico Bozzini così descrive nel suo "L'arciprete e il cavaliere" quanto avvene a Cerea:

"Come già si disse - continua il commissario - vi devono essere due urne separate, una sopra un tavolo, l'altra sopra l'altro. Se per caso non avesse urne apposite, potrà adoperare due misure di capacità pei grani, cioè una quarta od un quartarolo. Sopra una sarà scritto ben chiaro il SI, sopra l'altra il NO". E più avanti:

"I protocolli sono due, - uno pei votanti che presentano il viglietto del SI, l'altro dei votanti che presentano il viglietto del NO, per modo che il numero complessivo dei viglietti che, finita la votazione, si troveranno in ciascheduna urna, dovrà corrispondere all'ultimo numero progressivo del protocollo.

Nel protocollo pei viglietti del NO si dirà: votarono negativamente i seguenti cittadini. La piena pubblicità del voto rende inutile lo spoglio finale." E alla fine:

"La commissione quindi conclude il presente Protocollo gridando: Viva l'Italia unita sotto lo scettro della Casa di Savoja".

Di particolare interesse, sempre sul volume del Bozzini, la citazione della Gazzetta di Verona del 17 ottobre 1866: "Si, vuol dire essere italiano ed adempire al voto dell'Italia. No, vuol dire restare veneto e contraddire al voto dell'Italia".

Una sottolineatura di straordinaria importanza: già allora qualcuno aveva capito che una cosa erano i veneti e un'altra gli italiani e che gli interessi degli uni raramente coincidevano con gli interessi degli altri.

Cosa che del resto aveva ben capito Napoleone Bonaparte quando consigliava al figliastro di non ascoltare chi gli suggeriva di dare a Venezia un po' più di autonomia, invitandolo, invece, a mandare "degli italiani a Venezia e dei Veneziani in Italia" (12)  

 

(*) Il plebiscito riguardò il Veneto, il Friuli (le attuali province di Pordenone e Udine) e la provincia di Mantova

(1) A. Saitta - Storia illustrata 06/1966 Mondadori

(2) G. Distefano - G. Paladini - Storia di Venezia 1797-1997 - II Supernova pag. 274

(3) Thaon di Revel Genova - La cessione del Veneto - Firenze 1906

(4) M.A.E., Corr. pol., Consults Autrische, vol 27, pagg. 225-229

(5) Lettere e documenti del Barone Bettino Ricasoli, a cura di Tabarrini e Gotti, Firenze 1893

(6) Les Origines, Xii, 297 ss, n. 2596-2597

(7) M.A.E.  Corr. pol., Consults Autrische, vol 27, pag. 284

(8) Antonio Roldo Dolomiti O8/93

(9) E. Franzina  - Vicenza storia di una città- Neri Pozza editore p. 700

(10) A. Navarotto - Ottocento vicentino  Padova 1937

(11) A. Kozlovic - Immagini del risorgimento vicentino - Pasqualotto 1982

(12) A. Zorzi - Venezia Austriaca pag.32 - Laterza

 

 

 

 

 

 

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