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Incontro con Franco Mescola Stevenson alla Scoletta dei Calegheri

Venezia, 15 novembre 2006 (da una nota di cronaca locale inviata da S. Battistelli). Incontro molto particolare, l'altra sera, alla Scoletta dei Calegheri in campo S. Toma. Protagonista una Venezia inconsueta filtrata attraverso la evocazione grafica di Franco Mescola Stevenson. L'occasione è stata la pubblicazione di un dossier di dieci cartelle con copertina a dargli forma di volume dal titolo "Storie troppo vere". In quel troppo sta forse un velo di complicità di Mescola con il lettore. Cartelle quindi disegnate accompagnate ognuna da un testo ogni volta commento di siti "nascosti" della Venezia minore, quella del Ghetto e dintorni.
Nella sala di accesso alla Scoletta quei disegni permeati di realismo carico di echi nostalgici, insieme ad altri e a un'opera colorata come sperimentazione dell'artista, formano una mostra di intensi significati. Che diventano ancora più profondi per i veneziani. Coloro che hanno assistito nella adiacente affollatissima sala alla presentazione affidata da Franco Mescola a Fulvia Serra, già colonna della rivista "Linus" com'era agli inizi (direttore Giovanni Gandini affiancato da Ranieri Carano) e più tardi battagliera responsabile dell'altro mensile, "Corto Maltese", quindi per la lettura dei testi alla profonda impostata voce recitante di Gianni De Luigi, ricorderanno a lungo l'atmosfera un poco magica creatasi per un paio d'ore.Mescola è maestro di Taichi, la disciplina cinese di antichissima origine che attraverso una ginnastica riflessiva porta alla salute del corpo e indissolubilmente a quella della mente. Da molti anni però si dedica con idee talora sorprendenti anche alla narrazione grafica, come Pratt definiva il fumetto. Benchè disegnatore di grandissimo spessore, come ha dimostrato con le odierne illustrazioni veneziane, preferisce affidare i suoi testi, le sue sceneggiature, alla mano professionale di altri cartoonist. In questo senso si trovò anche al fianco, per ricerche in ambienti esotici, di Milo Manara.
Ma questa volta è autore assoluto. Le storie "troppo vere" da lui scritte portano alla luce con dolce e talora malinconica saggezza venata comunque di un sotteso umorismo, una Venezia che non c'è più. Silenziosa e deserta. La Venezia custodita dalle vecchie pietre mute (ma non per lui) testimoni di curiosi brandelli di vita. Citiamo almeno il racconto "Neno Primopian e Neno Pianotera". Due veneziani in perenne conflitto che vivono i loro rancori in modo diremmo surreale. Fino alla annunciata disastrosa fulminante conclusione permeata di umori che sarebbero piaciuti a Gallina e Selvatico, poeti della scena veneziana ottocentesca.
 
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