Padova, 2 febbraio 2007 (da una nota di cronaca inviata da A. Riolfi). Carlo Ridolfi, fino a oggi, era un apprezzato storico dell'arte del Seicento (oltre che pittore in proprio) autore del testo "Le Maraviglie dell'Arte", fondamentale opera biografica su oltre 150 pittori veneti (tra gli altri Mantegna, Carpaccio, Bellini, Giorgione, Tiziano, Veronese, Tintoretto). Nato a Lonigo l'1 aprile del 1594, morì il 5 settembre del 1658 a Venezia, dove è sepolto nel chiostro di Santo Stefano. A lui sono dedicate delle scuole, Vittorio Sgarbi ha persino mutuato dalla sua opera più famosa il titolo della mostra dello scorso anno a Rovigo.
Ma ora spunta il professor Lionello Puppi, che non è certo l'ultimo arrivato in materia di arte, e ne rivela degli altarini quantomeno imbarazzanti: il Ridolfi sarebbe, in sostanza, almeno un complice nel trafugamento di opere d'arte che nel Seicento portò lontano dalla Serenissima migliaia di quadri di artisti famosi. Non solo: nel coprire i trafficanti lo studioso avrebbe ingannato generazioni di storici dell'arte, strumentalizzando ad arte le sue conoscenze e i suoi scritti.
La vicenda prende le mosse dall'apparizione tra le pagine del "monumento storiografico ridolfiano", come lo descrive Puppi, «di una singolare quaterna, costituita da altrettante coppie di collezionisti, ciascuna delle quali detentrice di una splendida quadreria in Anversa: Giovanni e Giacomo van Buren; Giovanni e Giacomo van Uffel; Giovanni e Giacomo van Veerle; Giovanni e Giacomo van Voert». E di ognuna di queste collezioni, Ridolfi enumera nel dettaglio le opere possedute, a partire dalla più variegata, quella dei fratelli van Veerle (un Antonello, un Giambellino, quattro Palma il Vecchio, cinque Pordenone, cinque Veronese e così via).
Accade dunque, che tra il 1649 e il 1650 frequenti la raccolta dei van Veerle un incisore, Wenceslaw Hollar, che ne riproduce a stampa i capolavori. Solo che nella relazione che descrive il suo lavoro, Hollar indicherà come appartenenti ai suoi ospiti i quadri che Ridolfi attribuisce alle disponibilità dei van Uffel e dei van Voert. Come mai?
«Qualche dubbio me lo trascinavo dietro dal 1964 - ci racconta Lionello Puppi - quando un editore, poi fallito, mi incaricò di curare una nuova edizione delle "Maraviglie" del Ridolfi. Perciò quando mi capitò di scriverne in seguito, segnalai ogni volta i miei sospetti. Ma solo di recente ho potuto compiere i necessari approfondimenti. Non è stato difficile: e perciò mi stupisce ancor più che nessuno fra gli altri studiosi, in tutto questo tempo, si sia mai posto qualche interrogativo».
A suscitare la curiosità di Puppi è stata, tra l'altro, la ricorrenza speculare dei nomi dei collezionisti: quattro coppie di fratelli con gli stessi nomi, Giovanni e Giacomo? É stato sufficiente consultare gli antichi archivi della città di Anversa per verificare che non esisteva traccia, nel Seicento, di nessun Giovanni e Giacomo van Buren, di nessun Giovanni e Giacomo van Uffel e di nessun Giovanni e Giacomo van Voert. «Esistevano invece - dice Puppi - Giovanni e Giacomo van Veerle, indicati però come periti e mercanti di libri». É evidente dunque che i nomi di sei degli otto fratelli sono in realtà eteronimi degli stessi van Veerle, una bugia che Ridolfi - che ben li conosceva - accredita senza fiatare.
A quale scopo? Per consentire loro di aggirare le rigorose leggi di Anversa, che sotto la spinta della potente Gilda dei pittori locali per protezionismo non consentivano di importare un numero eccessivo di opere degli artisti stranieri.
Ma c'è dell'altro: «La presenza lagunare di Giovanni e Giacomo van Veerle - scrive Puppi - è attestata da un mazzetto di carte notarili che tragittano dal 28 marzo all'8 maggio 1648: orbene, i due risultano titolari di una ragione cantante (e noi diremmo premiata ditta) attiva nel commercio su Anversa di pesce in conserva, di salumi, di vini, ma anche di carta. Si trattava della copertura di un'attività mercantile ben più redditizia, ma clandestina, quella, cioè del traffico di opere d'arte?» E perchè, appena esportati i quadri, si chiede ancora Puppi, anche appartenenti ad eredità familiari severamente vincolate, i van Veerle se ne disfacevano tanto rapidamente, come risulta da altre ricerche da lui effettuate? E infine: «Quale il ruolo del buon Carlo Ridolfi in tanto affaire?»