Treviso, 20 aprile 2007 (rubrica a cura di A. Miatello). Il restauro della grande Fattoria di Villa Emo, capolavoro del Palladio nella campagna di Fanzolo di Vedelago, nel trevigiano, è stato completato. L'imponente, elegante edificio, lungo oltre 150 metri, nel tempo era stato oggetto di manomissioni e si presentava in condizioni davvero molto precarie. Con un investimento di circa 6 milioni di euro, è stato recuperato in tutte le sue parti e trasformato, nel totale rispetto per l'architettura originale, nel nuovo Centro Servizi del Credito Trevigiano, la banca di credito cooperativo che nel 2004 ha deciso di porsi come mission la salvaguardia completa del monumento più celebre del proprio territorio, ovvero la villa palladiana degli Emo e del paesaggio ad essa circostante.
La Fattoria sorge nell'area dove a, metà del '400 si innalzava la villa dei Barbarigo, i nobili veneziani che, nel 1535, cedettero il loro fondo di Fanzolo a Leonardo Emo. Questi, figlio di Giovanni, morì il 28 gennaio 1539 e fu l'omonimo nipote, figlio del fratello Alvise, ad ereditare il fondo e la villa già dei Barbarigo e a commissionare al Palladio la nuova dimora.
La villa palladiana, progettata intorno al 1558-60, venne innalzata a levante della vecchia costruzione dei Barbarigo.
Una volta realizzata la nuova villa, la vecchia residenza divenne secondaria e, qualche decennio dopo, ne venne decisa la demolizione.
Al suo posto, nel Settecento venne deciso di innalzare la fattoria, il nuovo cuore agricolo dei possedimenti degli Emo.
Gli esperti fanno risalire una possibile paternità della fattoria, all'architetto luganese Francesco Muttoni (1668 - 1747), giunto a Venezia alla fine del Seicento.
Il Muttoni era stato chiamato dagli Emo per dare una diversa configurazione funzionale alla villa palladiana: le due barchesse laterali, originariamente previste per gli usi agricoli, dovevano essere trasformate ad uso residenziale. Alle funzioni collegate alla coltivazione dei possedimenti avrebbe dovuto provvedere un edificio apposito, la Fattoria, appunto. Qui il luogo di lavoro, in villa le funzioni di direzione, amministrazione e controllo dell'attività di campagna.
Nel restauro (affidato all'architetto Alberto Torsello che ha operato in stretto rapporto con le Soprintendenze), la scelta è stata quella della "Conservazione Totale", rispettando il preesistente, nelle sue stratificazioni, senza manomettere nulla, conservando persino i vecchi intonaci anche là dove di evidente fattura popolare.
Il nuovo Centro Servizi, con tutta la necessaria tecnologia, è entrato come "ospite" nella Fattoria, adeguandosi alla stessa, rispettando in toto la lettura dell'impianto dell'edificio e delle sue originali funzioni: valgano l'esempio dei camini ottocenteschi funzionali alla bachicoltura, riscoperti e resi evidenti, o le botti che non sono state rimosse dalla vecchia cantina che le ospitava e che continuerà ospitarle. Inoltre, valorizzando caratteristiche originali del fabbricato e agendo con nuove tecnologie, si è voluto trasformare la Fattoria in un edificio "passivo", ovvero autosufficiente in termini di consumi energetici.
"Questo restauro, per il Credito Trevigiano - afferma il suo presidente Nicola Di Santo - è la prosecuzione di un'idea nata qualche anno fa sull'onda del movimento popolare sorto dalla preoccupazione che i terreni circostanti la villa fossero acquistati dai cavatori di ghiaia. Avremmo avuto Villa e parco assediati da enormi voragini. Il paesaggio ne sarebbe sortito completamente stravolto. Noi, che per statuto siamo impegnati nella difesa dei valori culturali ed economici del territorio, non potevamo stare a guardare e favorimmo attraverso dei prestiti agevolati l'acquisto di quei terreni. Questa sensibilità portò il conte Emo a proporci l'acquisto della villa. Egli aveva infatti individuato in noi un interlocutore che non ne avrebbe snaturato la destinazione d'uso e, soprattutto, ne avrebbe rispettato la storia".
"Garantita la regolare apertura al pubblico, in perfette condizioni e con tutti i suoi arredi, della Villa, del suo meraviglioso Parco, resa funzionale la grande Fattoria, la nostra attenzione è ora destinata a concentrarsi sull'antico Borgo prospiciente l'ingresso della Villa. E' un nucleo, storicamente molto interessante, di edifici un tempo abitati dai coloni. Stiamo oggi discutendo su come recuperarli architettonicamente e dare loro nuova vita e nuova funzione.
Il secondo fronte, meno evidente ma altrettanto importante, è quello di continuare a salvaguardare il contesto paesaggistico della Villa. E' degli scorsi mesi la nostra battaglia per l'interramento di un tratto della futura autostrada Pedemontana che, nel progetto originale, passava a nord della Villa, su strutture sopraelevate, finendo così con il "tagliare" l'orizzonte che dalla Villa consente all'occhio di spaziare sino ai Colli Asolani. Una battaglia di civiltà che credo altrettanto importante del restauro degli storici edifici".
Il gruppo di lavoro che per conto del Credito Trevigiano, in accordo con le Soprintendenze, coordina il "Progetto Villa Emo" si è posto l'obiettivo di valorizzare l'intero complesso, sia in termini di tutela dell'intangibilità della Villa che di salvaguardia ambientale, senza tuttavia musealizzare il tutto, semmai adeguando le pertinenze rustiche, nell'assoluto rispetto delle architetture e del paesaggio, alle nuove esigenze dei tempi.
Così la Fattoria, che in tempi di economia agricola rappresentava uno dei centri di produzione economica del sistema villa, è stata attentamente restaurata e destinata ad ospitare il Centro Servizi del Credito Trevigiano, una destinazione che - nella realtà dei nuovi tempi - persegue la funzione di centro economico originaria dell'edificio.
Il "Modello Villa Emo" di recupero e "riutilizzo compatibile" di un bene storico è oggetto di riflessione a livello veneto e nazionale e potrebbe costituire un prototipo nel processo di salvaguardia di quell'immenso patrimonio, unico al mondo, rappresentato dalle 4217 ville venete.
La Fattoria di Villa Emo
L'elegante edificio, lungo oltre 150 metri, sorge nell'area dove a, metà del '400, si innalzava la villa dei Barbarigo, i nobili veneziani che, nel 1535, cedettero il loro fondo di Fanzolo a Lonardo Emo. Questi, figlio di Giovanni, morì il 28 gennaio 1539 e fu l'omonimo nipote, figlio del fratello Alvise, ad ereditare il fondo e la villa già dei Barbarigo e a commissionare al Palladio la nuova dimora.
La villa palladiana, progettata intorno al 1558-60, venne innalzata a levante della vecchia costruzione dei Barbarigo.
Una volta realizzata la nuova villa, la vecchia residenza divenne secondaria e, qualche decennio dopo, ne venne decisa la demolizione.
Al suo posto, nel Settecento venne deciso di innalzare la fattoria, il nuovo cuore agricolo dei possedimenti degli Emo.
Vale la pena di sottolineare l'importanza dell'intervento degli Emo in terra di Fanzolo. Prima del loro arrivo la situazione era davvero grave se, nel 1429, il Vescovo di Treviso, nella sua visita pastorale a Fanzolo, non poteva pernottare nella canonica del paese perché questa era poco più di una capanna, "coperta di paglia e di pochi coppi".
Leonardo Emo, dopo una attività spesa al servizio della Serenissima - fu tra l'altro, Ambasciatore di Venezia a Bisanzio - aveva deciso di dare concretezza alla nuova politica di penetrazione veneziana nell'entroterra veneto. Prese molto sul serio questa impresa dedicandosi alla campagna, alla bonifica, al rinnovamento delle colture, all'impianto di nuovi mulini.
La concessione, da parte del Doge Gritti della "Seriola Barbariga", un canale irriguo derivante dalla Bretella, garantiva acqua alle terre degli Emo.
Su queste terre, Emo tentò, primo in Europa, la coltura del mais, il "granturco". Una introduzione che consentì di sostituire la polenta al pastone di sorgo rosso, quello con cui si fabbricano le scope, che era il poverissimo cibo dei contadini del luogo. Una innovazione non di poco conto che contribuì alla veloce diffusione della coltura del mais in Europa.
Gli esperti fanno risalire all'architetto luganese Francesco Muttoni (1668 - 1747), giunto a Venezia alla fine del Seicento, la paternità della Fattoria.
Il Muttoni era stato chiamato dagli Emo per dare una diversa configurazione funzionale alla villa palladiana: le due barchesse laterali, originariamente previste per gli usi agricoli, dovevano essere trasformate ad uso residenziale. Alle funzioni collegate alla coltivazione dei possedimenti avrebbe dovuto provvedere un edificio apposito, la Fattoria, appunto. Qui il luogo di lavoro, in villa le funzioni di direzione, amministrazione e controllo dell'attività di campagna.
La nuova costruzione venne prevista ad ovest della Villa del Palladio. Elegantemente imponente, è lunga circa 150 metri e si configura con due corpi principali uniti da un lunghissimo porticato. Il corpo di fabbrica più vicino alla Villa, noto come "Il Palazzetto" ha un impianto nobile, con ampi locali in cui colonne doriche sostengono travature rompitratta in legno di castagno. Il corpo di fabbrica all'altro lato dell'edificio venne innalzato in epoca più tarda e successivamente rimaneggiato in modo pesante; era invece adibito a granaio, deposito e officina ed è caratterizzato da due possenti pilastri centrali. Tra questi due edifici si estende l'elegante porticato che, per la sua esposizione a sud, risultava ottimale come limonaia, oltre che per ospitare la stalla dell'azienda e i locali, riscaldati da camini, per la coltura del baco da seta, produzione che per più di un secolo divenne fondamentale voce di entrate per l'economia del "Sistema Villa".
Questo lungo corpo di fabbrica venne realizzato ricorrendo anche a materiali di recupero e con interventi successivi, sino al più recente risalente agli inizi del secolo scorso.
Interessanti, oltre alle tecniche costruttive, i sistemi di aerazione e di inerzia termica rispettati nella originale costruzione dell'edificio. L'esposizione a sud, il sistema naturale di aerazione, la corrispondenza tra apertura ed apertura, i materiali usati assicuravano alla costruzione un "controllo climatico" efficace e naturale: bastavano davvero pochi fuochi per assicurane il calore d'inverno e bastava aprire le finestre per avere correnti fresche d'estate. Un luogo ideale quindi per la conservazione dei vini e degli altri prodotti agricoli del grande fondo degli Emo, oltre che per la bachicoltura.
Il restauro
Il problema che il Credito Trevigiano ha posto all'architetto veneziano Alberto Torsello, affidandogli l'incarico di progettare il recupero della Fattoria, si è basato essenzialmente sulla necessità di garantire assoluto rispetto dell'edificio, pur assicurando un corretto adeguamento degli antichi spazi ad una funzione nuova, ovvero alla nuova sede del Centro Servizi dell'istituto bancario.
L'obiettivo principale era quindi quello di trasformare una architettura rurale, povera, in un edificio dotato di grande tecnologia, con un intervento "sostenibile" in termini di conservazione e tutela della fabbrica.
La progettazione e la realizzazione dei lavori è avvenuta in costante confronto con la Soprintendenza ai Beni Ambientali e Architettonici del Veneto Orientale.
L'architetto Torsello, autore del progetto architettonico, è stato affiancato dall'ingegner Dario Gambarotto per il progetto strutturale, dall'architetto Adriano Lagrecolonna per il progetto impiantistico e dalla consulenza dello Studio EU di Berlino per il progetto del paesaggio e delle aeree esterne. Il gruppo di lavoro così configurato, eterogeneo e complementare in base alle diverse competenze tecniche, ha prodotto, in virtù di continui confronti e aggiornamenti, un progetto articolato e completo.
I lavori sono stati eseguiti, a partire dall'autunno 2006, dall'impresa di costruzioni Carron spa, presieduta dall'architetto Diego Carron.
La storia della fabbrica, il progetto di restauro e l'andamento dei lavori sono illustrati dal sito
www.villaemo.orgI principi che hanno guidato tutto il progetto e la fase del cantiere fondano sul criterio della "Conservazione Totale", nel rispetto della preesistenza e delle sue stratificazioni, tutti elementi da salvaguardare e recuperare, anche se legati alla storia di una fabbrica agricola di fattura minore.
Il nuovo Centro Servizi è quindi entrato come "ospite" nella Fattoria, adeguandosi alla stessa con rispettosi interventi strutturali e tecnologici, rispettando in toto la lettura dell'impianto dell'edificio e delle sue caratteristiche originarie: valgano l'esempio delle botti, restaurate e riposizionate nella antica cantina, e di tutte le finiture e i materiali originari, quali intonaci, solai, pavimenti, conservati, restaurati e integrati nel nuovo intervento.
"Gli elementi del nuovo progetto architettonico, necessari per ridare vita e nuova funzione all'edificio, rivitalizzano la Fattoria: il nuovo dà valore aggiunto all'antico che gli fa da cornice, e viceversa", afferma l'architetto Torsello.
Lo stesso principio progettuale ha guidato anche le scelte più impegnative dal punto di vista dell'intervento impiantistico e strutturale, ricercando sempre nella lettura dell'antica fabbrica le tracce e gli elementi adeguati a sopportare l'inserimento di nuovi sistemi tecnologici e costruttivi.
Il disegno delle principali centrali impiantistiche, per lo più interrate all'esterno dell'edificio, e dei necessari interventi di consolidamento strutturale e antisismico, hanno interagito in maniera integrata con il progetto di restauro e il disegno del paesaggio, sempre con l'obiettivo primario della corretta conservazione del manufatto.
Una Fattoria "passiva"
L'impianto originario della Fattoria, ispirato alla migliore tradizione costruttiva agricola di un tempo, garantiva un buon controllo del microclima interno, in funzione degli usi a cui era destinato: aerato e fresco d'estate, poco freddo d'inverno.
Il restauro e la trasformazione funzionale della fabbrica hanno richiesto un necessario adeguamento di queste caratteristiche ai nuovi standard abitativi, cercando tuttavia di conservarne le caratteristiche di "edificio passivo", in grado cioè di richiedere un bassissimo consumo energetico, anche in base alla strategia di rispetto ambientale della banca, secondo gli orientamenti della certificazione ambientale EMAS.
Questo obiettivo si è perseguito con una serie articolata di precise scelte progettuali: dal recupero totale dell'acqua piovana, che andrà a alimentare gli scarichi dei servizi e l'irrigazione del giardino, alla progettazione di lampade e corpi luminosi a bassissimo consumo, alla futura produzione di acqua calda ed energia elettrica ricorrendo al solare, il tutto senza deturpare in alcun modo l'edificio, secondo un progetto, attualmente in fase di valutazione e approvazione, che prevede pannelli solari inseriti in un "Campo Solare" discosto dall'edificio e protetto da una cortina di piante.
Ad una scala più ravvicinata, anche i luoghi di lavoro sono stati oggetto di una progettazione dedicata, per garantire la qualità del "vivere lavorando", in accordo alle caratteristiche degli spazi esistenti. Ciascuna postazione è stata progettata tenendo conto sia dello spazio in cui si inserisce sia delle esigenze del futuro utente, per una ottimale integrazione con l'edificio.
Il restauro della Fattoria: una tappa importante di una precisa strategia intorno a Villa Emo. La dichiarazione del Presidente del Credito Cooperativo Trevigiano
"Questo restauro, per il Credito Cooperativo Trevigiano - afferma il suo presidente Nicola Di Santo - è la prosecuzione di un'idea nata qualche anno sull'onda del movimento popolare sorto dalla preoccupazione che i terreni circostanti la villa fossero acquistati dai cavatori di ghiaia. Avremmo avuto Villa e parco assediati da enormi voragini. Il paesaggio ne sarebbe sortito completamente stravolto.
Noi, che per statuto siamo impegnati nella difesa dei valori culturali ed economici del territorio, non potevamo stare a guardare e favorimmo attraverso dei prestiti agevolati l'acquisto di quei terreni. Questa sensibilità portò il conte Emo a proporci l'acquisto della villa. Egli aveva infatti individuato in noi un interlocutore che non ne avrebbe snaturato la destinazione d'uso e, soprattutto, ne avrebbe rispettato la storia".
"Da tempo ci stavamo guardando intorno per riunire i vari ambiti (direzionale, legale, amministrativo, contabile, la sala corsi, la sala convegni, il magazzino e il deposito) in un unico luogo. L'acquisto della villa e della fattoria rispondevano in pieno anche a queste esigenze. Il restauro, inoltre, consente ai nostri dipendenti che si trasferiranno nel Centro Servizi di lavorare in un ambiente in sintonia con le armonie dell'architettura, che in questo contesto dona una particolare serenità interiore".
Mi piace sottolineare l'affinità ideale che questa operazione ha con un'altra attività, apparentemente molto diversa, della nostra Banca. Mi riferisco ai finanziamenti che eroghiamo ai campesinos dell'Ecuador.
In Ecuador abbiamo favorito il riscatto sociale dei campesinos che oggi grazie a nostri prestiti a tasso agevolato sono diventati proprietari della terra che lavoravano. A Vedelago sta accadendo qualcosa di simile. Il complesso del Palladio viene restituito in termini di accessibilità e vivibilità agli agricoltori e ai loro figli che fin dalla metà del Cinquecento hanno lavorato queste terre come coloni".
La trasformazione della fatiscente Fattoria nel nostro nuovo Centro Servizi ha, a mio parere, anche una logica storica. Così come la Fattoria, in epoca di esclusiva economia agricola, era il fulcro economico dell'impresa che coinvolgeva gli Emo e i loro coloni, oggi in epoca di terziario, il Centro Servizi rappresenta il fulcro delle attività che promuovono l'economia del territorio e danno utilità al complesso Villa.
Garantita l'apertura al pubblico, in perfette condizioni, di una Villa storica e del suo Parco, resa funzionale la grande Fattoria, la nostra attenzione si concentrerà sull'antico Borgo prospiciente l'ingresso della Villa. E' un nucleo, storicamente molto interessante, di edifici un tempo abitati dai coloni. Stiamo oggi discutendo su come recuperarli architettonicamente e dare loro nuovi vita e nuova funzione.
Il secondo fronte, meno evidente ma altrettanto importante, è quello di continuare a salvaguardare il contesto paesaggistico della Villa. E' degli scorsi mesi la nostra battaglia per l'interramento di un tratto della futura autostrada Pedemontana che, nel progetto originale, passava a nord della Villa, su strutture sopraelevate, finendo così con il "tagliare" l'orizzonte che dalla Villa consente all'occhio di spaziare sino ai Colli Asolani. Una battaglia di civiltà che credo altrettanto importante del restauro degli storici edifici".
Villa Emo riapre
CREDITO TREVIGIANO
Nicola Di Santo, Presidente del Credito Trevigiano ne dà la lieta notizia ed invita i giornalisti di assistere alla Conferenza Stampa di presentazione dei restauri della Fattoria di Villa Emo
Villa Emo, Fanzolo di Vedelago, Treviso
martedì 24 aprile 2007, ore 12 interverranno Guglielmo Monti, Soprintendente per i Beni Architettonici e Paesaggistici del Veneto; Alberto Torsello, Curatore del restauro, coordina l'incontro Marco Carminati della redazione cultura de Il Sole 24 ore. Seguirà una colazione in Villa.