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All'Ateneo Veneto un convegno sul grande patriota della Repubblica veneziana del 1848, morto in esilio a Parigi 150 anni fa: Daniele Manin, uomo del Leone e del Tricolore

Particolare di un monumento dedicato a Manin 
Venezia, 15 novembre 2007 (da una nota di cronaca locale inviataci da Fabia Cicogna). Non fosse stato per l'Ateneo Veneto, quest'anno rischiava di passare sotto traccia il centocinquantennale della morte di uno dei veneziani più illustri, quel Daniele Manin che fu l'anima della rivoluzione del 1848-49, l'uomo del Leone di San Marco e del Tricolore italiano, quindi dell'incontro fra passato e futuro, dell'abbraccio (magari passeggero) fra popolo, borghesia e nobiltà.
In onore del patriota veneziano l'istituzione culturale presieduta da Alberto Semi ha organizzato, in collaborazione col Comune, una serie di iniziative sul tema dell'esilio che si concluderanno con un convegno, in programma a partire da oggi a Venezia, e di cui riferiamo a lato, e con una mostra, realizzata in collaborazione col Museo Correr, allestita nella sede della Cassa di Risparmio e aperta fino al 15 febbraio.
A coordinare l'iniziativa di studio è stato un comitato scientifico composto da Michele Gottardi, Mario Isnenghi, Stuart Woolf, e dallo storico Paul Ginsborg, che a Daniele Manin ha dedicato la sua opera di esordio, edita nel 1976 da Feltrinelli e ora appena ripubblicata da Einaudi con una nuova, ampia prefazione ("Daniele Manin e la rivoluzione veneziane del 1848-49", pp. 458 + 34, € 32).
Ginsborg ha grande considerazione per quello che definisce «il leader più riuscito di quella "primavera dei popoli" che furono le rivoluzioni municipali in Europa nel 1848», anche se l'incapacità sua e degli altri capi dell'ala democratica della borghesia di produrre una strategia politica e militare complessiva e vincente ebbe conseguenze letali.
Il «meno romatico fra tutti i leader del Risorgimento», movimento romantico quanti altri mai, ebbe secondo lo storico inglese docente all'Università di Firenze, «una visione insieme municipale e nazionale, e una capacità unica di rapportarsi con il popolo veneziano, presso il quale godeva di grande rispetto e autorità. Non si può dire lo stesso di altri leader come lo stesso Mazzini, o Lamartine a Parigi, o i capi della rivoluzione ungherese. Ci fosse stato un leader del suo livello ad esempio a Verona, le cose sarebbero potute andare diversamente, e il generale Radetzky in fuga da Milano non avrebbe trovato il rifugio per riorganizzare il suo esercito e poi tornare in forze».
A impressionare lo studioso è la capacità dell'avvocato ebreo che aveva preso in prestito il nome dall'ultimo doge, di mettere insieme, il 22 marzo nella conquista dell'Arsenale, cittadini e soldati sotto la bandiera di San Marco. E poi il suo grande, lucido pragmatismo, che gli aveva consentito di coniugare legalità e rivoluzione, e lo avrebbe portato in età matura ad abbandonare gli ideali repubblicani per il supremo interesse dell'unità d'Italia.
Prima di emergere come capo politico-militare, Manin è una figura di spicco della nuova borghesia di avvocati, medici, professionisti, ma anche commercianti, che animano la vita veneziana negli ultimi anni del dominio austriaco. «Il suo ruolo modernizzatore appare evidente - dice Ginsborg - nel dibattito sull'impresa più significativa di quel decennio, la realizzazione del ponte e l'arrivo della Ferrovia».
«L'altro suo grande merito - aggiunge lo studioso - fu l'introduzione del suffragio elettorale maschile, testimonianza della sua avanzatissima sensibilità democratica, della sua fede nella libertà e nei diritti civili». Dopo quell'esperienza, che interessò anche la Repubblica Romana, sarebbe passato un secolo prima che in Italia si riparlasse di suffragio universale.
«Alla sua sensibilità democratica e alla sua capacità di rappresentare il popolo - precisa  però Ginsborg - non corrispondeva un'indole socialistizzante. Anzi, temeva la rivolta sociale che aveva interessato Parigi, e più procedeva la rivoluzione veneziana, più egli diventava conservatore».
Morendo a Parigi, in esilio, il 22 settembre del 1857, Manin non fece in tempo a vedere l'unificazione dell'Italia, ma forse nemmeno a sperimentare sulla propria pelle quel tradimento degli ideali risorgimentali che suscitò un aspro dibattito fin dagli anni immediatamente successivi, ed è al centro dell'ultimo romanzo di Antonio Scurati, "Una storia romantica" (Ed. Bompiani). «Su questo tema si è innestato un lungo e complicato dibattito storiografico - ricorda lo studioso inglese - Certo l'Italia che sarebbe nata di lì a qualche anno non era quella sognata da Manin, che avrebbe voluto un paese repubblicano e federale, profondamente democratico e rispettoso delle autonomie locali. D'altra parte negli ultimi anni della sua vita egli appoggiò la monarchia piemontese, proprio nell'auspicio dell'unità del paese. "Il resto - diceva - verrà dopo". Purtroppo, invece, il resto non venne».
Dopo la sconfitta della Repubblica si apre per Manin e per gli altri capi della rivolta la via dell'esilio, tema a cui sarà dedicata la giornata di domani nel convegno dell'Ateneo. Ma per l'uomo-Manin è anche un periodo di gravi problemi familiari. La moglie Teresa muore di colera a Marsiglia, e a lui rimangono le cure dei tre figli, e in particolare di Emilia, ammalata di epilessia. Il patriota dedicherà tutte le sue cure alla giovane, fino alla sua morte, nel 1854, e solo allora ritornerà alla vita politica. «Nel frattempo la sua sobrietà e la sua modestia - sottolinea Ginsbourg - gli impedirono di accettare gli aiuti degli amici francesi, come in patria aveva sempre rifiutato festeggiamenti e prebende, e così scelse di mettersi a dare lezioni di italiano per mantenere quel che restava della sua famiglia».
Ancora per tre anni il patriota veneziano si sarebbe speso nella sua battaglia per l'unità d'Italia, confrontandosi con gli esuli che pullulavano nella capitale francese (come a Londra), e mescolandosi ai primi emigranti del nostro paese, che allora - racconta Ginsborg citando i giornali del tempo, «dovevano essere soprattutto suonatori di organetti con scimmietta al seguito. E come si lamentavano, gli ospiti, delle noie provocate da tutti questi italiani! Potremmo sostituire italiani con rumeni e avremmo un'anticipazione della situazione italiana di oggi».
 
Daniele Manin nacque a Venezia il 13 maggio 1804, da famiglia ebrea. Il cognome del nonno era Medina, ma con la conversione al cattolicesimo, come da tradizione, egli aveva assunto il cognome del padrino di battesimo, che era il fratello di Ludovico, ultimo doge.
Daniele si laureò in giurisprudenza a Padova nel 1825, quindi si dedicò all'attività forense a Venezia, diventando fautore di una mobilitazione legale per ottenere dal governo austriaco riforme in senso liberale. Questo gli fruttò l'arresto, assieme all'amico Nicolò Tommaseo, facendone però un eroe. Liberato a furor di popolo il 17 marzo del 1848, allo scoppio della rivolta divenne presidente del governo provvisorio di Venezia, fino al momento della sconfitta e dell'esilio, il 27 agosto dell'anno successivo.
Morì a Parigi nel 1857, e la sua salma potè essere riportata a Venezia solo nel 1868.
 
Il convegno dell'Ateneo Veneto, "Fuori d'Italia: Manin e l'esilio", dedicato al grande patriota ma anche al ruolo della classe dirigente veneziana decapitata dopo il '48, si apre oggi alle 15.30, per chiudersi nella mattinata di sabato. Tra i relatori Paul Ginsborg, Maurizio Isabella, Michele Gottardi, Xavier Tabet, Piero Del Negro, Luca Fruci, Camillo Tonini, Tiziana Agostini, Lucy Riall, Adolfo Bernardello, Monica Donaglio.
Alle 18.30 si inaugura invece la mostra "Dalla gloria all'esilio. Immagini e memorie dai Musei Civici Veneziani", realizzata in collaborazione col Museo Correr nella sede della Cassa di Risparmio di Venezia, ovviamente in campo Manin, già Paternian. La mostra, curata da Michele Gottardi e Camillo Tonini, resterà aperta fino al 15 febbraio e presenterà una preziosa selezione di documenti e cimeli, tra cui la ricostruzione dell'originale studiolo di Daniele Manin. Quattro le sezioni: dalla vita privata all'impegno rivoluzionario, dall'esilio alla glorificazione postuma.Orario lunedì-venerdì 8.30/13.30 e 14.45/15.45; chiuso sabato e festivi. Domani alle 20.45 è prevista la conferenza-spettacolo di storia cantata di Emilio Franzina, "L'altro mondo del Generale. Garibaldi fra esilio ed emigrazione" dedicata all'Eroe dei Due Mondi nel bicentenario della nascita.
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