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Vittorio Emanuele Filiberto e suo padre Vittorio Savoia difesi da avvocati trevigiani contro lo Stato

Emanuele Filiberto di Savoia - Valla (Bugatti T 35 T) 

Treviso, 22 novembre 2007 (da una nota di cronaca locale inviataci da Marino Marini. La foto in esclusiva di A.B. ritrae il principino alla guida di una Bugatti azzurra a Verona). La notizia che gli eredi Savoia per lungo tempo residenti all'estero (se non si va errando hanno trasferito la loro residenza a Gstaad, la più lussuosa stazione di sci delle Alpi, preferendola a Ginevra perchè più rigida nella tassazione) hanno intentato causa allo Stato italiano, avvisando il Presidente della Repubblica, ha ormai fatto il giro del globo. E tutti hanno dato una propria interpretazione del caso, criticandoli o persino deridendoli. Però, i legali ingaggiati dovrebbero fare sul serio e per concorso di interesse ("la parcella dovrebbe essere attorno all'1 per mille") sono convinti che qualcosa si muoverà. Se non saranno proprio i 260 milioni di euro che porteranno a casa dei Savoia (abbiamo contato circa tre camioncini Daily pieni di soldi cartacei) qualcosa riusciranno comunque a fabbricare. Il sequestro dei beni e la conseguente espropriazione sono vietati dal diritto comune. Ne sanno qualcosa tutti quei paesi che da un sistema all'altro hanno nazionalizzato industrie, società e confiscato beni con leggi talvolta fatte ad hoc. I regnanti in Italia hanno subito una sorte paragonabile a tante altre in Europa. Le vittime hanno sempre cercato grossi studi legali collegati ad istituti bancari svizzeri. Esistono manuali e tanta giurispriudenza internazionale in materia. Non si sa ancora se questa prima tappa dello studio legale trevigiano sia il capolinea o solo un inizio di una lunga storia per poi approdare a qualche tribunale internazionale. Non ci sono clausole che obbligherebbe le parti a ricorrere ad un arbitrato internazionale, dato che gli (ex) eredi di Casa Savoia sono fino a prova contraria tutto fuorché italiani. Vivono da sessant'anni in Svizzera, lì pagano le tasse, lì hanno sviluppato i loro interessi commerciali e finanziari. Se sono venuti in Italia, lo hanno fatto da turisti, da invitati o da propagandisti (c'era Filiberto che pensava già di entrare in politica con un suo logo di cioccolatini). Anche se solo da tre o quattro anni possono disporre di un passaporto europeo, per la buona volontà del passato governo Berlusconi, ciò non vuol dire che si sono italianizzati. Rimangono con la testa sempre attaccata all'estero e vedono l'Italia come un paese dai mille problemi e loro due come dei "salvatori della patria". La loro visione è deviata per il fatto che confrontano la bella e ordinata Svizzera con quel po' di casino che c'è da noi (con 56 milioni di abitanti, 250 milioni di veicoli in transito sulle autostrade e 70 milioni di turisti all'anno). Però certe porcherie se le avessero combinate nella Ginevra calvinista, probabilmente li avrebbero cacciati di brutto a calci sul fondoschiena. Ma siamo in Italia e tutto è possibile. La certezza del diritto non esiste più da un bel po'. Da noi si sbatte in galera subito il mostro poi però viene scarcerato. Oppure si è colpevoli per il primo e  il secondo appello, in Cassazione puoi anche vincere (Berlusconi docet). L'opinione pubblica è frastornata perchè sembra che l'avvocato medio sia in assoluto più bravo del PM e quest'ultimo troppo impastato con la politica. 
"La Casa Savoia, nella sua domanda di risarcimento milionario allo Stato, avrà due legali trevigiani" - titola un quotidiano locale. "Saranno infatti gli avvocati Francesco Murgia e Sergio Calvetti a rappresentare Vittorio Emanuele e Emanuele Filiberto nella causa per riavere i beni confiscati 60 anni fa alla dinastia esiliata dall'Italia". Infatti, la coppia dei biscotti reali era stata intravista in piazza dei Signori un mese fa che si gustavano l'ultimo sole d'autunno. Forse erano con altre due persone dall'aspetto molto elegante, come lo sono i "veri trevigiani del centro". Un nostro informatore stima che sia stata quella l'occasione per aver preso accordi con uno studio legale: "è stata concordata la pretesa non solo delle proprietà allora confiscate, ma anche di un congruo risarcimento in denaro (260 milioni di euro)."  Mica male come capitale da investire in beni immobili e servizi che, giurano i due savoiardi, "saranno tutti devoluti per opere pubbliche: case a chi ne ha bisogno, scuole, ospizi, chiese, musei...perchè noi siamo più bravi dello Stato. Noi ci sappiamo fare". E l'esperienza del porto di Malta?    
Come mai i Savoia hanno deciso di fare questa scelta dopo tanti anni di silenzio e dopo che hanno ricevuto il passaporto italiano? L'avvocato Calvetto così spiega all'interlocutore: «Dopo tanti anni, i Savoia sono stanchi di subire lesioni alla propria persona che di fatto sono incostituzionali. La quantificazione del danno è stata soppesata attraverso criteri complessi, basati sul pretium doloris che i principi hanno patito in anni di allontanamento dal loro Paese». Nel 2002, la 13esima disposizione transitoria e finale della Costituzione è stata in parte cassata, lasciandovi però il terzo comma che avoca tutti i beni agli eredi di Casa Savoia e alle consorti, includendo i trasferimenti e le costituzioni di diritti reali sui beni stessi. «La disposizione - sostiene l'avv. Calvetti - si pone in contrasto con l'articolo 43 della Costituzione che vieta l'espropriazione senza indennizzo e pubblica necessità. Nonchè col 14, che ribadisce l'uguaglianza senza discriminazioni sociali. I ricorrenti, invece, sono stati discriminati solo per la loro particolare condizione di nascita, senza che alcuna responsabilità potesse essere loro attribuita. le lamentate violazioni dei loro diritti sono state perpetrate solo sulla scorta della loro discendenza da Umberto II». Vittorio Emanuele e Emanuele Filiberto non possono inoltre acquistare alcun bene in Italia perchè se così facessro, questo sarebbe avocato dallo Stato: «Questa è una perdita del diritto di proprietà - conclude l'avvocato Calvetti - perchè ispo jure il bene sarebbe tolto agli eredi di casa Savoia». Da questo deriverebbe il danno biologico per i Savoia e soprattutto la rivendicazione del pretium doloris, patito per 60 anni di sofferenze continuate anche dopo il loro rientro in Italia.
Comprendiamo che se il risarcimento in soldoni non si avverasse - dato che tutto dovrà passare attraverso una volontà politica e non civilistica - forse la difesa riuscirà a mettere fine al divieto pedrpetuo di poter acquistare beni in Italia. Da anni i Savoia pensano di investire nel Belpaese a Venezia, in Toscana, a Roma, ma temono che il loro atto sia annullabile. Ma se è così avrebbero potuto comportarsi diversamente e non con forme eclatanti alla Lele Mora e Co. Se un re disprezza la politica italiana ("noi siamo più bravi ad investire 260 milioni...") è ben che stia a Gstaad, paradiso fiscale a due passi dalla frontiera e a un'ora dall'aeroporto internazionale di Zurigo.
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