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Dal 10 febbraio 150 opere a Palazzo Roverella di Rovigo con un'antologica di Mario Cavaglieri. Un grande maestro che non segue le mode

Il centro storico, Palazzo Roverella, attuale museo darte 
Milano, 30 gennaio 2007 (dal nostro inviato A. Miatello). I "colori primordiali", le donne selvagge, i dolci paesaggi della Guascogna: l'arte raffinata e preziosa di Mario Cavaglieri (1887-1969) è di scena a Rovigo, sua città natale, con una grande mostra che si svolgerà dal 10 febbraio al 1 luglio a Palazzo Roverella. Curata da Vittorio Sgarbi e coordinata da Alessia Vedova....... la retrospettiva riunisce circa 150 opere dell'artista, tra cui molti inediti e tre dipinti, particolarmente significativi della sua produzione, destinati da tempo all'Accademia dei Concordi dalla figlia adottiva, ma rimasti bloccati in Francia dai suoi eredi. In mostra anche dipinti della galleria Ricci Oddi di Piacenza.
La mostra è quindi un'importante occasione per ricostruire l'intero parabola creativa di Cavaglieri, costellata da opere straordinarie, amate da critici come Longhi e Ragghianti, ma rimaste sconosciute ai più. Considerato il D'Annunzio della pittura (ma alcuni, tra cui il curatore, vedono nel suo edonismo intimo e quotidiano una vicinanza maggiore con le atmosfere gozzaniane) per i soggetti dei suoi quadri raffinati e dirompenti al tempo stesso, per gli interni ridondanti di giapponeserie, argenti, tappeti, densi di una materia spessa dai cromatismi spesso aggressivi, Mario Cavaglieri anche in vita scelse una dimensione elitaria, pagando scelte di stile, ma anche assecondando la sua natura individualistica e aristocratica.
Vittorio Sgarbi  Mario Cavaglieri, retrospettiva (particolare di unopera esposta)
Il centro storico, Palazzo Roverella di Biagio Rossetti  
E scopo principale della rassegna è appunto di strappare l'artista da questo limbo che lui per primo ha contribuito a creare e restituire alla sua opera il posto che gli compete nell'arte italiana del primo novecento. "Cavaglieri - dice Sgarbi - non deve più essere pane per pochi eletti. Deve diventare popolare come merita", perchè l'incanto dei suoi quadri riporta alle prime avanguardie d'oltralpe, alla pittura di respiro internazionale che varca i ristretti confini locali, eppure fuori da ogni scuola e movimento."
Cavaglieri studia pittura insieme a Felice Casorati negli anni della sua formazione padovana. Il giovane si libera presto da ogni debito residuo verso l'Accademia, ma nel suo dichiarato anti-classicismo non dimentica di essere veneto, di cui la tradizione coloristica segna l'intera produzione dell'artista dagli esordi ai paesaggi di Peyloubere. Un discorso espressivo di grande vigore, perfettamente in linea con il miglior colorismo europeo, sottolinea Sgarbi, maturato nel post-impressionismo, ma libero dalla "tara del movimentismo culturale".
La sua pittura si sviluppa su varianti autonome dei Nabis e dei Fauve, conquista il favore di pubblico e critica partecipando alle esposizioni di Cà Pesaro e alle Biennali veneziane. Già a Parigi (nel 1911) si muove con grande naturalezza, in quegli ambienti lussuosi ed esclusivi fa ancora più suo il motto di Matisse "lusso, calma e voluttà". I dipinti si animano alla presenza di donne sensuali e moderne, "ma che in sostanza - sostiene il curatore - vengono omologate agli oggetti, non incrinando affatto l'unicum ambientale e sentimentale di cui fanno parte, appena stagliate dal fondo, come se fossero cose preziose fra altre". In Francia dal 1925, Cavaglieri si ritira con la moglie Giulietta nella residenza di Peyloubere, in una sorta di esilio volontario. "Ancora più isolato di prima, ancora più chiuso nella perfetta soddisfazione del proprio alveo alto-borghese" conclude Sgarbi, la sua pittura "perde di mordente e di necessità, ma acquisisce un nuovo senso dell'ordine, un nuovo piacere per la pennellata ampia, serena, controllata. Una nuova storia, sempre all'insegna di lusso, calma, voluttà".
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