Rovigo, 9 febbraio 2008 (da una nota di cronaca locale, servizio fotografico di A. Miatello, A. Boaretto e J. Belhumeur) . Dopo la grande mostra dedicata a Cavaglieri, la città di Rovigo mette in scena a Palazzo Roverella, una grande mostra sulla Belle Epoque nell'arte italiana. Circa 150 opere tra dipinti e affiches, rievocano l'euforia economica, culturale e di costume dei quarant'anni che precedettero la Grande Guerra. Poco meno di quarant'anni di storia europea connotati da un tumultuoso sviluppo: è questa la Belle Epoque. Con l'arte che seppe farsi specchio di quei tempi, in Francia, naturalmente, ma anche in Italia. E la mostra, che si apre domenica a Rovigo a palazzo Roverella, ne ricostruisce i fasti. In mostra circa 110 dipinti e una trentina di affiches per raccontare, attraverso il ritratto femminile (ed altri rtemi), le mode e le pose, le pause dell'intimità e della ricreazione, i momenti pubblici con le escursioni al parco o alle riviere, le promenade e i rendez-vous, le sfilate di moda, le gite al lago o al mare, la vita notturna nei teatri e nei tabarin, i veglioni, i casinò, le passeggiate a cavallo, i riti mondani, le galanterie ma anche i vizi e gli eccessi di quest'epoca. Al centro sempre la donna, tra vanità e seduzione, tra l'autoreferenzialità del lusso e gli estremi dell'alcol e della morfina. Questa donna che non cambia mai cui l'uomo perde la testa (Sarkozy docet).
Tra le opere quelle di Boldini, De Nittis, Zandomeneghi, Corcos, Gioli, Banti e Panerai, i quali con i loro lunghi soggiorni in terra francese ritornarono in patria assai influenzati da questo modo di fare arte. Vi sono tuttavia altri artisti, quali Casorati, Boccioni, Bonzagni, Bocchi sino a Cavaglieri, anch'essi importanti per questo stile.
Alla divulgazione e alla formazione di miti e modelli provvedevano gli affichistes, come il maestro Leonetto Cappiello che ebbe il pregio di mettere assieme la pubblicità di quegli 'anni belli' con colorati cartelloni che per molti rappresentavano l'irragiungibilità di un miraggio, per altri la certezza del momento. All'orizzonte, grandi tensioni sociali e personali che "portarono ad offuscare le melodie delle orchestre con il cupo rombo dei cannoni". Le guerre sono frequenti. Curata da Dario Matteoni e Francesca Cagianelli, voluta dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo (nela foto il presidente Finotti) e l'Accademia dei Concordi con gli Enti Locali, la mostra prosegue - come abbiamo recensito in altre occasioni - su quel filone iniziato da Vittorio Sgarbi con la antologica dedicata al grande Mario Cavaglieri.
La donna ritratto di femminilità ed emancipazione. Ma non solo, anche fotografie di un'epoca protagonista del cambiamento. La mostra "Belle Epoque, arte in Italia dal 1880 al 1915", allestita a palazzo Roverella, richiama quel periodo di fasti e mondanità, offrendo però una lettura più suggestiva e accattivante. Non espone solo capolavori di Giovanni Boldini, Giuseppe De Nittis e Federico Zandomeneghi, artisti italiani "esiliati" a Parigi per ispirarsi alla scuola degli impressionisti, ma scava su altri interpreti come Giacomo Grosso, Giovanni Giani, o ancora come Giovanni Costetti o Lionello Balestrieri, meno noti, nella loro ricerca di una nuova interpretazione comunicativa.La donna resta al centro dell'universo pittorico, in una versione fatale e emblematica, «effige di una femminilità rivoluzionaria - spiega uno dei curatori Francesca Cagianelli - tra vanità e seduzione, tra lusso e sfarzosità», specchio di una ricerca disperata della felicità. Il percorso espositivo però offre anche tagli e flash di palcoscenici urbani, di promenade, di attimi di socializzazione. L'altro curatore della mostra Dario Matteoni, che insieme ad un comitato scientifico sono andati a scovare 110 dipinti e una trentina di affiches tra i più importanti musei d'Italia, ne delinea il contesto storico in cui si inserisce. «La Belle Epoque fa riferimento ad un periodo storico europeo e italiano denso di rivoluzioni non solo in campo artistico - precisa -, rappresenta la fede nel progresso, nella pace, la creazione di condizioni di miglioramento della vita di ogni cittadino. È il tempo delle grandi esposizioni universali, delle scoperte, della tecnologia e il nostro intento è proprio quello di cogliere questa visione del mondo non solo con un unico stile pittorico o un solo movimento». Il modello, l'ispirazione è dunque Parigi, ma la realtà rappresentata è l'Italia vista e interpretata da 63 artisti.
"È un evento che spero la città voglia apprezzare - ha detto ad alcuni giornalisti il sindaco Fausto Merchiori (nella foto con il presidente Finotti) - che dovrà necessariamente avere ripercussioni positive su tutta la provincia". Grande merito va alla Fondazione della Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo che aiuta ad organizzare questi prestigiosi appuntamenti con l'arte. "E se la promozione della mostra ha peccato di frettolosità e poca informazione nei circuiti nazionali - prosegue il sindaco - perché abbiamo dovuto anticiparla di un mese per esigenze oggettive di altri eventi provinciali". "In questo periodo di pessimismo politico, questa mostra assume il sapore del contrappasso - cerca di smussare gli angoli l'assessore alla Cultura della Provincia Laura Negri. La sua permanenza al Roverella fino al 13 luglio ci dà l'opportunità di legarla ad altre occasioni turistiche del nostro territorio, dal sistema museale, alle ville, ai paesaggi suggestivi del Bassopolesine, ai percorsi d'acqua. L'evento deve diventare per noi un veicolo di promozione della nostra terra". "Questa esposizione è la conferma di una tradizione che vede convergere in un programma culturale di un certo spessore risorse economiche, capacità organizzative, istituzioni pubbliche - ha sostenuto Fabio Ortolan, in rappresentanza della Fondazione Cariparo - in una capacità di fare rete a favore dell'identità polesana". Per l'Accademia dei Concordi e il suo segretario Ennio Raimondi, la mostra si affianca alla Pinacoteca, una delle più importanti del Veneto. "Mi auguro che i cittadini rodigini vincano la loro timidezza e vengano ad invadere il Roverella".
"La donna è senza dubbio una luce, uno sguardo, un invito alla felicità, e talvolta il suono di una parola; ma soprattutto è un'armonia generale, non solo nel gesto e nell'armonia delle membra, ma anche nelle mussole, nei veli, negli ampi e cangianti nembi di stoffe in cui si avvolge, che sono come gli attributi e il fondamento della sua divinità". Così Charles Baudelaire si esprimeva sulla femminilità moderna nel suo trattato Le Peintre de la vie moderne nel 1863, anticipando inconsapevolmente quella che sarà la protagonista indiscussa della Belle Epoque, una sorta di età dell'oro, un momento magico di sviluppo e benessere, di fiducia nel progresso tecnologico, di euforia economica e culturale che investì le grandi capitali europee, Parigi, Londra, Vienna, e in Italia Milano, Torino e Venezia, tra gli ultimi venti anni dell'Ottocento e lo scoppio della Prima Guerra mondiale. "Una fantasmagorica parabola di nuovi fenomeni di costume, dalle esposizioni universali ai caffè concerto, ai grandi magazzini, ai bagni di mare, alle gare sportive, alle corse automobilistiche, ai voli in aeroplano" - come si legge nelle pagine iniziali del catalogo della mosra.
Un'accelerazione che si impose anche nel mondo delle arti, tra strategie pittoriche e pubblicitarie con l'avvento della nuova grafica che esigeva una cartellonistica d'autore. La mostra mette in evidenza le mode e le pose, i vizi e le virtù, gli eccessi e le rivoluzioni, i giochi di seduzione e le ambiguità. Indaga i momenti di vita pubblica tra gite al mare, escursioni in riviera, sfilate di moda e uscite notturne nei teatri, casinò e feste, ma anche le pause dell'intimità dai risvolti voluttuosi e torbidi. Tra vanità e lusso, alcool e morfina, al centro di tutto c'è sempre lei, la donna.
Il pugliese Giuseppe De Nittis, le cui donne popolano ippodromi e teatri con mise impeccabili, con il vezzo di una seduta in bilico sulla sedia carica di sfrontatezza o sfoggiando il monocolo, a esprimere un cocktail di eleganza, lusso e emancipazione culturale.
C'è il veneto Federico Zandomeneghi, che si conquista una fama come cantore di un nuova tipologia femminile, della figura di giovane donna che ride, mostrando con una franca civetteria due file di bei denti.
E il ferrarese Giovanni Boldini che costruisce la sua fortuna immortalando dame dell'alta società cosmopolita con un virtuosismo di segno e di colori assolutamente unici, dispiegando la complessa varietà femminile tanto nella lussuosa e felpata intimità dei salotti privati quanto sul palcoscenico della vita urbana.
Il livornese Vittorio Corcos, audace e spavaldo, che decanta una immagine femminile ritenuta addirittura inquietante per la sua estrema modernità, scegliendo eroine ambigue e voluttuose, sull'orlo della perdizione come esprime la sua strepitosa "Morfinomane".
Il cliché della femminilità può essere stravolto dalla modernità, come esprimono le farandoles di Giuseppe Cominetti che mettono in scena l'ebbrezza del can can e del tango, silhouettes scomposte invase da un'emotività ormai incontrollabile. Così come le toilettes delle Perdute di Pompeo Mariani seducono impudiche nell'atmosfera dorata del Casinò di Montecarlo.
Euforia e frivolezza dominano nelle opere d'arte della Belle Epoque, anche se sotto la superficie serpeggiavano i virus di un malessere che sfociò nel dramma della Grande Guerra. L'universo mondano rimane il fil rouge della Belle Epoque, che scorre negli abiti, negli sguardi, nei dettagli. Sono, per esempio le piume che adornano i vestiti delle donne, le scarpette, i monocoli, i bastoni e i cilindri degli uomini, che infiammano di edonismo sfrenato il quadro di Aroldo Bonzagni "Mondanità o Uscita dal veglione". L'artista illustra con disincantata ironia l'incedere di una folla di uomini e donne che in abiti eleganti aleggiano, quasi sospesi su un tappeto rosso, fuori da un veglione appeno concluso.
Immagini guida di una modernità che gareggia per affermarsi escono dalla matita di Leonetto Cappiello, o piuttosto di quella di Marcello Dudovic e Leopoldo Metlicovitz, pionieri indiscussi della grafica pubblicitaria, o come si diceva con una parola coniata in quegli anni, réclame, di abbigliamenti, alimenti, bevande, biciclette e automobili, ma anche di nuovi servizi urbani e di invitanti località di villeggiatura.
E i toscani Giovanni Costetti e Alfredo Müller, che rimane a Parigi dal 1889 al 1914 e si impone come incisore e illustratore di grande raffinatezza e forza espressiva, particolarmente dedito alla descrizione delle dame notturne come nella suggestiva "Place Blanche". A dare saggio di un'abilità sopraffina nell'acquaforte a colori, Lionello Balestrieri, e ancora di Serafino Macchiati, che arriva a Parigi nel 1898, proprio in vista dell'incarico per l'illustrazione del libro di Paul Bourget, "Un crime d'amour". Ma è alla Parigi notturna, alla sua vibrante umanità che Lionello Balestrieri dedica molta attenzione, giocando ad arte con gli effetti della luce artificiale sugli abiti degli avventori di Brasserie à Montmartre e di Cafè du Chat Noir à Pigalle fino ai drammatici controluce di "Les travaux du metro à Paris".
Icona della Belle Epoque appare poi la bicicletta, quella ormai evoluta con le ruote di uguale grandezza. Federico Zandomeneghi, attento osservatore dell'universo femminile, ne fa un vezzo, come nel suo "Rencontre à biciclette", del 1896, rappresenta con singolare tempismo proprio la nuova occasione ormai affermata nella vita moderna: "Non è forse un caso - aggiunge - che la posa e l'abbigliamento delle due figure femminili, l'una a cavallo della bicicletta, l'altra appoggiata ad essa in attesa dell'amica, sembrano quasi riprese da un coevo catalogo di vendita di un grande magazzino".
Info
"Belle Epoque", dal 10 febbraio al 13 luglio, Rovigo, Palazzo Roverella, Via Laurenti. La mostra è a cura di Francesca Cagianelli, Dario Mattoni.
Orari: martedì-venerdì 9-19; sabato 9-21; domenica 9-20. Chiuso i lunedì non festivi.
Biglietti: intero € 9, ridotto € 7.
Informazioni: Ufficio Provinciale Turistico, tel. 0425.386290, fax 0425.386270.
Catalogo: Silvana Editoriale.
Ufficio stampa: Studioesseci di Sergio Campagnolo di Padova
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