la biennale di venezia

Festival Internazionale del Teatro, Pompei – Il romanzo della cenere

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Che il mondo sia saturato dalle immagini e l’uomo uno spettatore in stato permanente è cosa ovvia; meno ovvio è che il teatro ricollochi l’immagine al centro della rappresentazione, riappropriandosi delle proprie radici figurative. Il progetto “eccentrico” di Romeo Castellucci per la Biennale di Venezia è iniziato così, rivolgendo una forte interrogazione agli artisti, chiamati a inventare un linguaggio teatrale che ripensi il fondamento dell’immagine, mettendosi poi “in ascolto” degli oltre 650 progetti arrivati da tutto il mondo, e “convocando” una platea a condividere un intenso periodo di teatro, ancor più di un singolo spettacolo.
Concentrato in undici giorni, dal 15 al 25 settembre, con 170 artisti da 15 Paesi diversi, il 37. Festival Internazionale del Teatro diretto da Romeo Castellucci offre un percorso singolare e avventuroso con fino a 9 appuntamenti quotidiani tra spettacoli, apparizioni, installazioni, azioni condensate, performance, conferenze e dialoghi, che gettano la sonda nell’inesplorato del futuro; nella fragilità neonatale degli inizi; o nella densa sostanza di opere rimaste a lungo in ombra. Gli oltre 100 eventi saranno dislocati negli spazi – moltiplicati e sovvertiti per l’occasione – dell’Arsenale, che diventa, con le aree dedicate alla 51. Esposizione, cittadella delle arti.

Presentazione di Romeo Castellucci

Esiste un teatro nascosto. Si trovano nel mondo imprese teatrali di ricerca pura, che vivono la rappresentazione come un problema originale. La condizione del nascondimento non è un fatto semplicemente contingente, legato a un impedimento a varcare i luoghi pubblici dello spettacolo, otturati da direzioni che non lavorano nel nuovo, ma è segno di qualcosa di più profondo, che solo nei giorni veneziani verrà alla luce.
La condizione catacombale è, ai giorni nostri, una scelta tanto obbligata – per le ragioni dell’esclusione istituzionale – quanto optata per una ragione di forza e distinzione. Si sceglie di riunirsi e di fabbricare qualcosa che abbia senso dentro il mondo, ma che nasce e matura come se questo mondo non avesse la minima influenza. Questo teatro non è mai una risposta e non è una reazione: è una nuova creazione, che nasce al di fuori del cono di luce di un mondo a portata di occhi. Ma quando ciò che è a portata di occhi non è più a portata di mano, la condizione che inchioda allo stato di spettatori permanenti e integrali diventa naturale. Oggi non c’è più bisogno di andare a teatro per essere spettatori. Forse ce n’è, per sapere di esserlo.
L’aporia di questo stato di mutilazione – occhi divisi da mani, conoscenza divisa da azione, immaginazione divisa da esperienza – è una condizione che il teatro che abbiamo trovato assume su di sé. Non è un teatro che fa finta di nulla, soggetto a questo immenso senso di impotenza pseudo-puerile che si affida, crede, è disposto a rischiare la vita per fede: non più in un dio, ma in una tecnica che non verrà mai capita. Questo teatro è consapevole di quanto lo spettacolo degli avvenimenti reali abbia assunto un ruolo teatrale che surclassa definitivamente il palcoscenico e la sua tradizione, fino all’incisione reale sulle vite umane. Non è un teatro che fa finta di nulla, ma, per paradosso, fa nulla la finzione.
Qual è, dunque, il ruolo del teatro nell’epoca della sua riproducibilità retorica e politica? Se è vero che quello che vedremo a Venezia non è un teatro che fa finta di nulla, è altrettanto vero che esso non affronta la strategia teatrale della politica, non gioca sullo stesso terreno, ma scende al di sotto del terreno, alle fondamenta, a una nuova catacomba. L’edizione 2005 del Festival Internazionale del Teatro della Biennale avrà una connotazione fortemente innovativa e, allo stesso tempo, fedele all’assunto dei festival internazionali, vale a dire offrire un vasto panorama del teatro di ricerca e di innovazione.
Per questo scopo si è compiuto un lavoro di indagine e di ricognizione in tutto il mondo, volto a individuare Artisti e Compagnie che pongono nuovamente al centro del loro lavoro il problema della rappresentazione, nell’epoca in cui proprio la rappresentazione è divenuta oggetto di altri interessi e strategie in diversi campi dell’agire umano.
La domanda che viene posta alla radice del teatro è dunque: “Qual è la natura della rappresentazione? E quale la funzione dell’immagine nell’era del suo impiego retorico?” A essa tutti gli Artisti invitati rispondono in modo originale ed essenziale. Come fare sopravvivere un’immagine, dopo il suo abuso retorico, commerciale, politico e spettacolare; dopo che è stata ridotta a involucro vuoto e, di volta in volta, riempita da una funzione comunicativa? Può l’immagine tornare a vivere? Tornare ad avere sostanza e senso sopra un palcoscenico teatrale?
A queste domande hanno risposto oltre 600 realtà sparse in tutto il mondo. La scelta è caduta non soltanto verso quelle che più di tutte si distinguevano per l’originalità e la radicalità della loro proposta, ma si è pure espressa volendo invitare anche artisti, già affermati, che pur appartenendo ad altre discipline artistiche condividono, con il teatro, gli stessi problemi relativi alla pregnanza particolare che ha assunto l’immagine nel nostro tempo.
In linea generale si avverte l’esigenza di riprendere il senso e il significato del teatro a cominciare dai suoi elementi basilari: il palcoscenico, gli spettatori, la convenzione teatrale, lo specifico scambio tra scena e platea, tra azione e sguardo. Questa relazione, fisica e reale, è la specificità del linguaggio teatrale che ogni Artista o Compagnia, ognuno nel suo modo, inventa e disegna.
L’orientamento di questa Biennale privilegia dunque tutte le forme del teatro che siano creazioni originali, mostrando un’attenzione particolare a ciò che tradizionalmente è posto in ombra, vale a dire alla dimensione “figurale” del teatro, che pone il testo non come principio generatore, ma come un elemento di pari importanza rispetto a tutti gli altri che formano la totalità di quest’arte. Si può anzi dire che qui si vuole offrire un orizzonte che considera il teatro come arte specifica e autonoma sia rispetto alla letteratura sia rispetto alle arti visive, sebbene proprio quest’indagine porti ed apra il teatro a discipline a esso limitrofe, come la performance, il teatro musicale, l’installazione attiva, o anche un teatro di sole presenze incorporee.
L’intenzione panoramica di questa Biennale comporta un calendario fitto di appuntamenti, distribuito in undici giornate. A questo scopo sarà essenziale lo strumento non soltanto del Catalogo della Mostra, ma anche quello di opuscoli quotidiani, dedicati alle singole manifestazioni, che accompagneranno lo spettatore desideroso di approfondire il quadro e il contesto di ogni artista.
L’edizione 2005 del Festival Internazionale del Teatro della Biennale avrà una connotazione fortemente innovativa e, allo stesso tempo, fedele all’assunto dei festival internazionali, vale a dire offrire un vasto panorama del teatro di ricerca e di innovazione.
Per questo scopo si è compiuto un lavoro di indagine e di ricognizione in tutto il mondo, volto a individuare Artisti e Compagnie che pongono nuovamente al centro del loro lavoro il problema della rappresentazione, nell’epoca in cui proprio la rappresentazione è divenuta oggetto di altri interessi e strategie in diversi campi dell’agire umano.
La domanda che viene posta alla radice del teatro è dunque: “Qual è la natura della rappresentazione? E quale la funzione dell’immagine nell’era del suo impiego retorico?” A essa tutti gli Artisti invitati rispondono in modo originale ed essenziale. Come fare sopravvivere un’immagine, dopo il suo abuso retorico, commerciale, politico e spettacolare; dopo che è stata ridotta a involucro vuoto e, di volta in volta, riempita da una funzione comunicativa? Può l’immagine tornare a vivere? Tornare ad avere sostanza e senso sopra un palcoscenico teatrale?
A queste domande hanno risposto oltre 600 realtà sparse in tutto il mondo. La scelta è caduta non soltanto verso quelle che più di tutte si distinguevano per l’originalità e la radicalità della loro proposta, ma si è pure espressa volendo invitare anche artisti, già affermati, che pur appartenendo ad altre discipline artistiche condividono, con il teatro, gli stessi problemi relativi alla pregnanza particolare che ha assunto l’immagine nel nostro tempo.
In linea generale si avverte l’esigenza di riprendere il senso e il significato del teatro a cominciare dai suoi elementi basilari: il palcoscenico, gli spettatori, la convenzione teatrale, lo specifico scambio tra scena e platea, tra azione e sguardo. Questa relazione, fisica e reale, è la specificità del linguaggio teatrale che ogni Artista o Compagnia, ognuno nel suo modo, inventa e disegna.

37.Biennale Teatro, Ane Lan (Norvegia) 37.Biennale Teatro, Ortographe de la physionomie en mouvement

Il progetto “eccentrico” di Romeo Castellucci per la Biennale di Venezia è iniziato rivolgendo una forte interrogazione agli artisti, chiamati a inventare un linguaggio teatrale che ripensi il fondamento dell’immagine. Mettendosi “in ascolto” degli oltre 650 progetti arrivati da tutto il mondo, e “convocando” una platea a condividere un intenso periodo di teatro, ancor più di un singolo spettacolo.

Physical Interrogation Techniques
giovedì 15 settembre, ore 18 – venerdì 16, ore 19 – Teatro Piccolo Arsenale

Physical Interrogation Techniques (60′ ca) prima assoluta
script Marietta von Baumgarten
creazione per la Biennale di Venezia

Lo strumento privilegiato di ricerca, per il compositore e artista svedese Carl Michael Von Hausswolff, è il registratore, per catturare suoni inespressi o ancora inesplorati, rintracciati in spazi architettonici o sondati con performance di interferenze elettroniche introdotte nelle profondità cosmiche. L’indagine di Hausswolff è rivolta alla risposta immaginale della conduzione elettrica, della frequenza magnetica e della risonanza tonale.
Physical Interrogation Techniques, ideato per la Biennale, è l’estensione di una voce protagonista -diretta e stentorea, apatica e dura – che recita brani tratti dal manuale di istruzione “Physical Interrogation Techniques” di Richard W. Krousher, ispirato alle regole di interrogatorio della CIA, per strappare informazioni attraverso metodi di tortura. Hausswolff porta lo spettacolo all’interno del pubblico, e, attraverso la miscela delle frequenze, rappresenta l’efficacia teatrale della politica che ha per oggetto la “verità”.

The Invisible Dances. L’Altrove
giovedì 15 settembre, ore 21.30 – venerdì 16, ore 20.30 – Teatro alle Tese Cinquecentesche

The Invisible Dances (2h 30′) prima assoluta
ideazione Bock & Vincenzi
musiche Luke Stoneham
luci Chahine Yavroyan
video Andrew MacGregor
testo Fiona Templeton
produzione Artsadmin, la Biennale di Venezia
in collaborazione con British Council

Quali paesaggi raccontano gli interpreti – tra cui alcuni non-vedenti – di questa particolare “coreografia cieca” dei londinesi Bock Vincenzi? Dal ’95 Frank Bock e Simon Vincenzi lavorano sul linguaggio e sul movimento in rapporto alla disposizione tipica del teatro che fronteggia attori e spettatori.
Invisible Dances è un progetto avviato da 5 anni, che ha coinvolto almeno 50 collaboratori tra attori, performer, danzatori, artisti, programmatori informatici, filosofi, fotografi, poeti… nell’intento di riuscire a rappresentare l'”invisibile”, l'”assenza”, cioè quelle forze capaci di mutare o muovere le condizioni, le situazioni, gli oggetti. Presenze fantasmatiche, immagini ipnotiche, sono mobilitate per catturare l’istante di visibilità, nel processo in cui il movimento appare inafferrabile.
Invisible Dances è una struttura relazionale a “celle” semplici e complesse, secondo un fitto reticolo scandito in episodi, a definire lo spazio del movimento sul palcoscenico. Sollecitati da suoni e immagini, gli interpreti disegnano lo spazio in “reazione” alla platea, tra apparizioni e sparizioni, oscurità e luce, assenze e rivelazioni “Tutto ciò che appare è un’immagine dell’invisibile” è la frase di Anassagora che Bock & Vincenzi pongono come epitome di Invisible Dances.

We’re Talking About Music
giovedì 15 settembre, ore 19.30 – venerdì 16, ore 23.30 – Tese delle Vergini

We’re Talking About Music (80′) prima assoluta
creazione per la Biennale di Venezia
produzione Teatro Metastasio Stabile della Toscana, la Biennale di Venezia, Cine Fantom + Dom

Cosa succede se il pubblico va ad ascoltare la Sinfonia n.1 del Concerto per pianoforte e orchestra op. 35 di Schostakovich e trova quattro direttori che declamano poesie fino a sfociare in uno scroscio di voci minacciose? We’re Talking About Music di Victor Alimpiev e Marian Zhunin è infatti la trascrizione plastico-visiva del Concerto di Schostakovich, un’originale stereofonia drammatica in cui le quattro parti del concerto, i temi musicali, i codici temporali e ritmici, costituiranno pure le quattro parti dello spettacolo, attraverso un vorticoso utilizzo di oggetti-abiti, bottiglie, calici, fogli di carta, penne stilografiche, graffettatrici, mazzi di fiori, cucchiai di legno, cellophane.
Trentenne nato a Mosca, Victor Alimpiev ha studiato graphic design e ha partecipato a molte mostre in Russia e nel resto d’Europa. Assieme a Marian Zhunin (nato nel 1968), ha partecipato alla scorsa Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia con una proiezione video di una pièce teatrale.

Orthographe de la Physionomie en Mouvement
da giovedì 15 a domenica 25 settembre (escluso 21 e 22/9) – Teatro alle Tese Cinquecentesche (posti limitati)

Orthographe de la Physionomie en Mouvement (30′) prima assoluta
Spettacolo per camera ottica
soggetto Orthographe (Alessandro Panzavolta, Francesca Amati, Angela Longo, Sabrina Maggiori)
regia Alessandro Panzavolta
costumi e scene Orthographe
camera ottica Alessandro Panzavolta
con Francesca Amati, Sonia Brunelli, Angela Longo, Sabrina Maggiori
produzione INTEATRO Teatro Stabile d’Innovazione, Orthographe

Il luogo di origine dell’immagine è uno spazio chiuso dove la visione viene messa in scena; il linguaggio dello spettacolo condivide con questo luogo la mancanza di parola e la presenza persuasiva dell’immagine pura. Nel presente lavoro il meccanismo della visione diviene macchina teatrale, si assiste alla generazione di immagini in bilico tra la stasi tensoriale e il movimento, tra la possibilità di essere discorso e l’assenza di narrazione, ciò che non è ancora comprensibile è già iconograficamente riconoscibile.
Orthographe de la physionomie en mouvement richiama le immagini della Iconographie photographique de la Salpêtrière, gli album fotografici editi a partire dal 1877 sotto la supervisione del noto neuropatologo Jean-Martin Charcot. La documentazione era prodotta nella camera di posa del gabinetto fotografico ospitato nella struttura stessa della clinica; i soggetti ritratti negli album sono per lo più figure femminili, internate nel “quartiere delle epilettiche” alla Salpêtrière dove ogni martedì il professor Charcot teneva le sue lezioni dimostrative sull’ipnotismo e la grande hystèrie, dando vita a veri e propri spettacoli-performance con le giovani donne come attrici. Una galleria di corpi in pose plastiche misurate e riproducibili, queste mute icone presto lasceranno il teatro anatomico della Salpêtrière per prendere posto nei fotogrammi delle prime pellicole cinematografiche.

Flame Tornado
giovedì 15 settembre, ore 21- venerdì 16, ore 23.00 – sabato 17, ore 21 – Arsenale

L’artista “piro-espressionista” Kevin Binkert, di San Francisco, lavora da anni con il fuoco, che egli plasma come una scultura, vincendo la naturale e spontanea direzione delle lingue e costringendolo ad assumere forme imposte secondo un principio di coreografia pirica. Nel ’92, durante il festival Steirischer Herbst, Binkert ha provocato l’allarme rosso della forza aerea austriaca infrangendo la barriera del suono con il devastante boato a 460 V8 di un powered spinner. A San Francisco Birkert è proprietario di una società che progetta e realizza strumenti tecnologici medici e dentistici nonché aeronautici e industriali ed effetti speciali per il cinema, e collabora con il Survival Research Laboratory, il leggendario collettivo artistico famoso per produrre le performance più pericolose del mondo.
Per la Biennale Binkert ha progettato un tornado di fuoco alto 13 metri. Da sempre il fuoco incanta per la sua semplice presenza, perché è vivo e perennemente cangiante. La teatralità del fuoco e la capacità di Binkert di disporne la potenza, gli consentono di proporre questa sorta di visione biblica di una colonna di fuoco, che aprirà la Biennale con la prima parentesi di fuoco.

Sonusphere
da giovedì 15 a mercoledì 21 settembre, ore 18 e ore 20 – Arsenale

Sonusphere (installazione) prima nazionale
Una gigantesca sfera che pulsa ingoiando il rumore della terra. È la nuova, monumentale creazione dell’artista di Seattle – ma di stanza ad Amsterdam – Mark Bain, intitolata Sonusphere. Sono sensori sismici a fare da “collettori” dei movimenti normalmente non udibili della terra e a canalizzarli fino a raggiungere una sorta di “crescendo” nella Sonusphere di Bain. Si può dire che Sonusphere vuole essere “lo spettacolo della terra”, del pianeta che, muovendosi, produce una sua parola. Il palcoscenico, in questo caso, è il cosmo, e il pianeta è l’attore, come sullo “zoccolo del mondo” di Piero Manzoni.
Le creazioni di Mark Bain – esposte in centri e musei internazionali – captano l’acustica della struttura molecolare e la trasformano in fenomeno visivo, sopportando e restituendo tutta la tensione e la vibrazione presenti nella materia e nell’anti-materia. Bain fa della realtà fisica uno spettacolo materialista e, insieme, metafisico.

Pezzo 0 (due) / Collection particulière
venerdì 16 settembre, ore 18 (Pezzo 0 (due)) – sabato 17, ore 17 e ore 20 (Collection particulière) – Spazio Fonderie

Pezzo 0 (due) / Collection particulière
Pezzo 0 (due) (30′)
regia Yves Godin o Yannick Fouassier
coreografia e interpretazione Maria Donata D’Urso
luci Yves Godin
suono Mathieu Farnarier

Da Roma a New York e infine a Parigi, la coreografa Maria Donata D’Urso presenta a Venezia lo spettacolo Pezzo 0 (due). La visione ravvicinata della D’Urso, sola in scena, consente di entrare dentro al movimento di una forma, movimento che si trova già espresso nelle linee di tensione di un torso immobile. È una forma muscolare quella che si staglia come una scultura in uno spazio illuminato solo da un vapore di luce di cui non si scorge la fonte. Questa azione, condensata e intensa, si snoda per variazioni minime di postura, di arcuatura, di tensione, fino a far svanire i punti di riferimento dello spettatore. Il fianco, le gambe, le mani, il dorso, i glutei, l’addome, le spalle, si inarcano creando figure, forme indistinte, dal limite fisico all’immaginazione. Il torso diventa campo di una anatomia metamorfica, con la possibilità del lento guizzo verso il ristabilimento della forma.

Collection particulière
coreografia e interpretazione Maria Donata D’Urso

Ultima scena
sabato 17 settembre, ore 21.30 – domenica 18, ore 21 – Teatro Piccolo Arsenale

Ultima scena (20′) prima assoluta
creazione per la Biennale di Venezia
produzione Carloni-Franceschetti, la Biennale di Venezia

Carloni e Franceschetti sono artisti visivi che si esprimono attraverso il video e le ambientazioni audio-visive. La loro tecnica artigiana è simile a quella del cesello: sotto le loro mani passa ogni singolo frame, per essere intagliato e montato. A causa di questa radicale e atomica auto-sufficienza della più piccola parte è possibile affermare nel video la contemplazione di uno spazio. Il video-veduta non dipende da una historia che si sviluppa, ma dalla deiscenza di uno spazio che si apre. In occasione del Festival, Carloni e Franceschetti presentano la proiezione di Ultima scena. Il lavoro esprime la visione o la percezione di un luogo di passaggio, in cui sembrano sostare le anime in attesa di un corpo o nel ricordo di esso. Uno sguardo infantile vaga su una spiaggia dove strani gabbiani sbirciano i confini fra gli elementi della natura. Le impronte e i resti sul litorale evocano quelli di un’ultima cena e lo stupore nello scoprire tra i rifiuti il proprio tradimento.

Migrating Birds
sabato 17 settembre, ore 14, ore 16, ore 18, ore 20 – domenica 18 ore 14, ore 16, ore 18, ore 19.30 – Teatro Piccolo Arsenale (posti limitati)

Migrating Birds (20′) prima nazionale
regia Ane Lan
con Siv Bugge Vatne, Unn Fahlstrøm, Ane Lan
video Ingrid Lindberg
musiche Ane Lan
costumi Ane Lan
stage design Ane Lan

Il teatro concepito dal norvegese Ane Lan si basa su quadri viventi, performance di durata breve, che interpretano la condizione domestica e personale della Storia; la vita interiore degli uomini comuni che, sproporzionata rispetto alla dimensione universale, giace in una rassegnazione dolorosa. L’ambientazione, di volta in volta, pop, naif, ordinaria, o da casa delle bambole, è soltanto apparentemente ironica. La durezza del contrasto dei colori sta a significare tutto lo straniamento, che Ane Lan mette in scena anche attraverso il travestitismo. I suoi personaggi arrendevoli creano quadri di silenzio, di estraneità, di incongruenza, ma anche di glaciale giudizio politico. L’innocenza, venata di melanconia, vuole essere anche un consapevole ritorno alla percezione infantile del mondo.
Migrating Birds è la messa in scena di una canzone ambientata in un piccolo set cinematografico di gusto preraffaellita, che racconta dello sperdimento degli stormi migratori di fronte alle immissioni di radiazioni magnetiche provocate dal sempre crescente uso di telefoni cellulari. Diplomato all’Istituto d’Arte e Design di Oslo nel 2002, Ane Lan lavora nell’ambito teatrale, musicale e del cinema sperimentale.

God Samaritans
sabato 17 settembre ore 22.30 – Teatro Goldoni
produzione New York City Players

Chôra – Histoire du pauvre petit Popocatepel
domenica 18 settembre, ore 22 – lunedì 19, ore 18 – Teatro alle Tese Cinquecentesche

Chôra – Histoire du pauvre petit Popocatepel (1 h 30′) prima assoluta
creazione per la Biennale di Venezia
regia, scenografia, costumi Céline Astrié
direttore di scena e composizione vocale Sandra Sotiropoulos
musica Pascal Baltazar (con la collaborazione di Céline Astrié e Sandra Sotiropoulos)
luci Xavier Lefrançois
tecnico Stephane Vidal
con: La “fille de coeur à naître”, Chloé Billiet
Ulysse-Bartleby, Sébastien Gorla
La mère 1, Stéphanie Gristi
La mère 2, Sandra Sotiropoulos
Apollon, Antoine Moukarzel
scenotecnica Xavier Lefrançois
amministrazione Stephane Vidal
consulenza Sébastien Delbès
produzione Nanaqui, la Biennale di Venezia,Théâtre de la Digue à Toulouse, La Rose des Vents à Villeneuve d’Ascq, Service Culturel-BCLA Ambassade de France à Rome, L’Arboreto Mondaino
con la partecipazione di Centre National de la Cinématographie – DICREAM, Préfecture de Région de Midi-Pyrénées – D.R.A.C., G.M.E.A. à Albi, Mairie de Toulouse, Conseil Général Haute-Garonne
si ringraziano Groucho Vintage, Muriel Nguyen

Giovane compagnia di Tolosa guidata dalla ventisettenne Céline Astrié, la compagnia Nanaqui presenta Chôra, spettacolo ispirato al Timeo di Platone, che indica il luogo misterioso e sconosciuto dell’origine del tempo, lo spazio primordiale del mondo prima che questo assumesse forma, ordine, necessità. Il teatro – luogo dell’articolazione del senso e della nascita di un linguaggio creato per essere rivolto a una platea – perde qui la funzione di comunicazione, per riprendere il suo carattere profetico.

When will the September roses bloom? Last night was only a comedy
lunedì 19 settembre, ore 20 – martedì 20, ore 21.30 – Tese delle Vergini

When will the September roses bloom? Last night was only a comedy (1h 55′) prima nazionale

La genealogia del lavoro di Goat Island, compagnia di Chicago, muove da una grammatica idealistica del linguaggio teatrale, rigorosamente ordinata e regolata, che interessa tanto il teatro, quanto la pedagogia e l’insegnamento, secondo un principio etico e scientifico della rappresentazione. La temperatura degli spettacoli di Goat Island, scevri da passione e dediti a un idealismo neo-platonico, che accomuna scienza esatta e metafisica, risulta estremamente fredda, ma è proprio questa ricerca essenziale ad attirare l’attenzione di occhi saturi di immagini interscambiabili. Ogni spettacolo di Goat Island è frutto di un lavoro collettivo di ricerca e messa in opera della durata di due anni. La compagnia lavora in spazi dove gli spettatori siano a stretto contatto con gli attori, per suscitare un immediato contrasto tra energia e immobilità.
In When will the September roses bloom? Last night was only a comedy, lo spettacolo presente a Venezia, le sequenze di danza, le scene teatrali e i testi recitati provengono da fonti diverse: The Wind (“Il vento”, un film muto del 1928 di Victor Sjostrom); la storia dell’insegnamento dell’alfabeto negli Stati Uniti; la struttura spazio-temporale dell’ordine spirale di Fibonacci; la poesia di Paul Celan; la filosofia di Simone Weil, e manuali di bricolage domestico. Lo spettacolo chiama in causa la nostra posizione di fronte al “danno” e l’attitudine alla riparazione.
La compagnia Goat Island, fondata nell’87 e oggi diretta da Lin Hixson, arriva per la prima volta in Italia con la Biennale.

Ragazzocane
lunedì 19 settembre, ore 22.30 – martedì 20, ore 20 – Spazio Fonderie

Ragazzocane (60′ ca) prima assoluta – 19-20 settembre
creazione per la Biennale di Venezia
progetto e regia Silvia Rampelli
danza Alessandra Cristiani, Andreana Notaro, Elisabetta di Terlizzi, Silvia Rampelli
luce Gianni Staropoli
musica originale Paolo Sinigaglia
Habillé d’eau, la Biennale di Venezia, in collaborazione con ERT – Emilia Romagna Teatro Fondazione, Armunia Festival Costa degli Etruschi

Presente al Festival con due spettacoli, Ragazzocane e Refettorio, la compagnia italiana Habillé d’Eau porta in scena la presenza: l’esistenza in questo mondo; presenza dell’essere che deve costringersi a una temporaneità esistenziale per potersi manifestare. L’individualità della presenza lasciata a se stessa, la mancanza di fondamento per l’esistenza; il nulla, necessario paradosso della presenza, sono i termini e l’oggetto di un movimento che cerca il proprio complemento nello sguardo degli spettatori.
Il teatro di Habillé d’Eau ricostruisce la tensione dello sguardo, originale e replicato, che fonda la speciale relazione teatrale tra attore e spettatore, e che “equivoca l’attivo e il passivo. Che sempre richiama l’ambivalenza etimologica del mostrare. La vertigine dell’ostensione: nudità ed errore sono attributi morali. Reclamano un dentro, un oltre, esigono una mediazione all’inappellabile evidenza dell’essere esposti”.

Refettorio
mercoledì 21 settembre, ore 19 – giovedì 22, ore 22 – venerdì 23, ore 18.30 – Spazio Fonderie

Refettorio (60′ ca) – 21 settembre
Presente al Festival con due spettacoli, Ragazzocane e Refettorio, la compagnia italiana Habillé d’Eau porta in scena la presenza: l’esistenza in questo mondo; presenza dell’essere che deve costringersi a una temporaneità esistenziale per potersi manifestare. L’individualità della presenza lasciata a se stessa, la mancanza di fondamento per l’esistenza; il nulla, necessario paradosso della presenza, sono i termini e l’oggetto di un movimento che cerca il proprio complemento nello sguardo degli spettatori.
Il teatro di Habillé d’Eau ricostruisce la tensione dello sguardo, originale e replicato, che fonda la speciale relazione teatrale tra attore e spettatore, e che “equivoca l’attivo e il passivo. Che sempre richiama l’ambivalenza etimologica del mostrare. La vertigine dell’ostensione: nudità ed errore sono attributi morali. Reclamano un dentro, un oltre, esigono una mediazione all’inappellabile evidenza dell’essere esposti”.

Home
martedì 20 settembre, ore 18 – Sala Marcelia

Home – prima assoluta
creazione per la Biennale di Venezia
in collaborazione con Servizio Immigrazione e Promozione Diritti di Cittadinanza, Comune di Venezia, e Servizio Infanzia della Direzione Politiche Sociali ed Educative, Comune di Venezia

Quando riceve una lettera di espulsione dal governo francese nel ’97, vittima della “green card” all’europea, l’artista iraniana Ghazel, nata a Teheran nel ’66 e dall’86 in Francia, dove completa i suoi studi di cinematografia e arte, decide di affiggere annunci matrimoniali sui muri di Parigi per guadagnarsi il necessario passaporto con un marito di convenienza. Da allora lavora sui temi della clandestinità, l’asilo, l’origine, l’identità. Come nella serie di video intitolata Me: iniziata come autobiografia di una donna, via via che la serie prosegue si libera di ogni connotazione di genere, di razza, di etnia, per riguardare l’essere umano e il mondo.
Home è invece il titolo della performance narrativa che Ghazel, attiva in tutta Europa, proporrà a Venezia. Si tratta di un incontro con persone straniere e irregolari con le quali Ghazel lavorerà a Venezia durante i giorni del Festival Internazionale del Teatro, utilizzando la forma tipica del teatro tradizionale veneziano: la maschera.

Feed
martedì 20 settembre, ore 19, ore 21, ore 23 – mercoledì 21 e giovedì 22, ore 18, ore 20, ore 22 – Teatro Piccolo Arsenale (posti limitati)

Feed (60′) prima assoluta
creazione per la Biennale di Venezia
ideazione e realizzazione Kurt Hentschläger
realizzazione tecnica e programmazione Sounding Unreal Bodies Michael
Ferraro / Possible World
3D modeling e character design Claudia Hart & Francisco Naranjo
produzione: Kurt Hentschläger; col supporto di Bundeskanzleramt, Kunst
Federal Chancellery Austria & Kultur Land Oberösterreich
si ringrazia Friedrich Kirschner per Unreal Support

Presente alla Biennale del 2001 per il Padiglione austriaco e pluripremiato per il progetto Granular Synthesis – realizzato con Ulf Langheinrich – Kurt Hentschläger ha fatto dell’architettura un teatro delle sensazioni. Lo scorso anno a Lille, capitale europea della cultura, ha realizzato Natura 04, trasformando alcuni edifici della città in sculture dinamiche di luce. Per la Biennale Teatro, Hentschläger ha ideato Feed, un teatro popolato da personaggi incorporei.
“I personaggi tridimensionali, figure umane, abitano il mondo fluttuante di uno schermo panoramico. Tutti i movimenti – fisici ed emotivi – che scaturiscono da questa simulazione sono “procedurali”, non sono animati a mano, ma sono costantemente generati, prendendo percorsi diversi finché il sistema non viene spento. (…) Feed, in alcuni momenti, è pura sensazione di luce, in cui i personaggi incorporei affogano e scompaiono, mentre le retine degli spettatori, non riuscendo a elaborare tutte le onde luminose, generano ogni tipo di forma e fenomeni tridimensionali, con l’effetto di un’architettura fluttuante di pura luce” (Kurt Hentschläger).

Cupboard
martedì 20 settembre dalle ore 19 alle 21.30 – mercoledì 21 dalle 18.15 alle 20.30 – giovedì 22 dalle 18.15 alle 20.45 – Arsenale Cupboard di Yael Davids (Olanda/Israele)…

Cupboard (performance) prima nazionale
Un muro attraversato da varchi in cui affiorano alternatamente parti di corpi umani: è l’attimo in cui il corpo si rivela, nella sua unità biologica, franto e scisso dalla Storia, nella performance di Yael Davids. Questo è Cupboard, che sarà presentato alla Biennale.
Israeliana, la Davids utilizza oggetti della vita quotidiana – tavoli, letti, sedie, armadi – esposti in una quiete che attende di essere abitata, e modificati con fessure, brecce, fori, squarci, da cui talvolta appaiono, in un illusionistico montaggio, solo alcune parti del corpo.
“Un corpo estraneo, quasi a-performativo, ma messo di fronte allo spettatore. Non è un corpo stoico, che patisce in silenzio, né un corpo biblico, ma un corpo che è già divorato e cannibalizzato dal rito. Un approccio che non è mai aggressivo, ma silenzioso, e che per questo è ben più allarmante” (Juliana Engeber, “Sign of Life”).

The Bi-Conicals of the Rammellzee
mercoledì 21 settembre, ore 22 – Teatro alle Tese Cinquecentesche
The Rammellzee (USA)…
The Bi-Conicals of the Rammellzee
The Bi-Conicals of the Rammellzee (64′) prima assoluta
sermone di The Rammelzee
musica di sottofondo High Priest
produzione musicale Munk Stuart Argabright

L’afro-americano Rammellzee, autore, fra l’altro, di un classico della poesia Hip Hop prodotto da Jean-Michel Basquiat, Beat Bop, ha dato origine a una complessa cosmogonia denominata “panzerismo iconoclasta”. Lasciato alle spalle il mondo dei graffiti, dall’inizio degli anni ’80, Rammellzee si dedica all’elaborazione di quello che chiama anche “Futurismo gotico”, che egli stesso predica indossando complicate armature da samurai, tutte costruite con pezzi staccati da macchine e spazzatura.
Bi-Conicals of the Rammellzee è il titolo della “predica gotica”, che The Rammellzee proclamerà a Venezia, illustrando il piano generale d’azione del “Futurismo gotico”. La teoria dei quanti, la struttura delle lettere dell’alfabeto greco, l’aereodinamica delle forme, rientrano nell’elaborazione teorica di questo samurai che risorge letteralmente dalla spazzatura del mondo, per riformarlo totalmente, seguendo le spinte verticali del gotico.
“Il Gotico è parte dell’architettura delle chiese, delle guglie. Il Futurismo è un modo di usare il calcolo per scoprire quali futuri potrebbero esserci…” (The Rammellzee). Ciò che The Rammellzee propone nel suo sermone di Venezia è un teatro del mondo fondato su un ordine estetico e politico basato su una concezione apocalittica della storia.

Corps 00:00
mercoledì 21 settembre, ore 20.30 – giovedì 22 ore 19 – Tese delle Vergini
Cindy Van Acker / Compagnie Greffe (Svizzera/Belgio)…
Corps 00:00
Corps 00:00 (50′)
ideazione Cindy Van Acker
produzione Compagnie Greffe
in collaborazione con Istituto Svizzero di Roma

Il lavoro della coreografa svizzero-belga Cindy van Acker della Compagnie Greffe, si ancora ai processi naturali che da milioni di anni organizzano la vita, e si attesta su un tempo geologico e preistorico, che permette di comprendere la nostra storia a cominciare dai legami profondi e inscindibili con la immane età della vita sulla terra.
In Corps 00:00, il lavoro che Van Acker presenta a Venezia, l’artista, attraverso un dispositivo che le trasmette impulsi elettrolitici, sperimenta il gesto involontario, che accomuna la propria esistenza alla vita di tutte le vite. Il lavoro, cioè, sembra essere una sorta di coreografia involontaria, che fa esistere, accanto al proprio corpo consapevole, un corpo parallelo e fantasmatico nell’intento di “arrivare a un movimento indipendente che la mente non è in grado di ottenere”. (Cindy Van Acker).
Il corpo, battuto come una vena scossa dall’azione del muscolo cardiaco, si innalza e si deprime. Il suo moto unisce le immense forze naturali alle micro-vibrazioni cellulari, facendoci ricordare la poderosa forza involontaria della vita biologica. In Corps 00:00 sono sul palcoscenico anche i quattro compositori che hanno lavorato con Van Acker, realizzando un rapporto tra suono e danza né di dipendenza né di indipendenza, ma di risonanza, che deve essere necessariamente ricreata durante il movimento.

I only appear to be dead (Sono solo apparentemente morto)
giovedì 22 settembre, ore 21 – venerdì 23, ore 20 – Teatro alle Tese Cinquecentesche
Hotel Pro Forma (Danimarca)…
I only appear to be dead (Sono solo apparentemente morto)
I only appear to be dead (1h 20′) prima nazionale
A visible musical manoeuvre about Hans Christian Andersen
ideazione e direzione Kirsten Dehlholm
musiche Manos Tsangaris
scene Kirsten Dehlholm, Ralf Richardt Strøbech, Maja Ravn
costumi Maja Ravn
parrucche e make-up Helena von Bergen
luci Jesper Kongshaug
sound design Mogens Laursen
drammaturgia Claus Lynge
produzione Hotel Pro Forma

Nella scelta di collaboratori, interpreti e luoghi che mutano a seconda dei progetti, la compagnia danese Hotel Pro Forma agisce su una prospettiva visiva della rappresentazione, utilizzando le leggi e le psicologie della percezione. L’esito non è semplicemente formale: è piuttosto la forma che si trova ad assumere tutti i gradi della complessità narrativa.
I only appear to be dead (“sono solo apparentemente morto”, era scritto nel biglietto che Andersen teneva sul comodino quando andava a letto tutte le notti) rievoca il lato angoscioso e notturno delle fantasie e dei viaggi di Hans Christian Andersen, si svolge su un palcoscenico lungo e stretto; la profondità e la distanza fra pubblico e interpreti vengono sostituite da intimità e percezione panoramica dello spazio. I cantanti e attori entrano da sinistra e camminano verso destra, come le parole lette in un libro. Singolarmente, in coppia, o in gruppo, essi compongono e disfano tableaux che rappresentano la strada in cui si svolgono gli avvenimenti della vita di Andersen.
Canto e musica sono composti per dodici voci. Il libretto e i recitativi sono tratti dai diari dello scrittore. La Biennale di Venezia accoglierà, per la prima volta in Italia, questo spettacolo e questa compagnia.

Action with Water Buckets
venerdì 23 settembre, ore 22 – Teatro alle Tese
Roman Signer (Svizzera)…
Action with Water Buckets (15′) prima assoluta
creazione per la Biennale di Venezia
in collaborazione con Istituto Svizzero di Roma

Pochi oggetti appartenenti alla vita quotidiana – botti, tavoli, palloni, ruote, secchi – servono all’artista svizzero Roman Signer, sulla scena internazionale dai primi anni ’70, per provocare semplici fenomeni fisici, di cui intende cogliere la dinamica nell’attimo effimero della loro interazione e/o collusione in un processo di creazione e distruzione. Così, 100 palline di ferro grandi come acini d’uva appesi simmetricamente al soffitto di una galleria possono cadere simultaneamente in un numero corrispondente di cubetti di morbida argilla.
La durata e l’anticipazione del collasso produce un’esperienza del tempo intesa in termini intensivi più che estensivi: nelle sculture di Signer, che egli definisce “eventi scultorei”, passato e futuro si compenetrano rendendo il mutamento, essenza stessa del tempo, accessibile all’esperienza. A Venezia Signer presenta Action with Water Buckets.

Weather Report – Tortuga Bay
sabato 24 settembre, ore 18 – domenica 25, ore 16 – Teatro Piccolo Arsenale

I only appear to be dead (Sono solo apparentemente morto)
giovedì 22 settembre, ore 21 – venerdì 23, ore 20 – Teatro alle Tese Cinquecentesche
Hotel Pro Forma (Danimarca)…
I only appear to be dead (Sono solo apparentemente morto)
I only appear to be dead (1h 20′) prima nazionale
A visible musical manoeuvre about Hans Christian Andersen
ideazione e direzione Kirsten Dehlholm
musiche Manos Tsangaris
scene Kirsten Dehlholm, Ralf Richardt Strøbech, Maja Ravn
costumi Maja Ravn
parrucche e make-up Helena von Bergen
luci Jesper Kongshaug
sound design Mogens Laursen
drammaturgia Claus Lynge
produzione Hotel Pro Forma

Nella scelta di collaboratori, interpreti e luoghi che mutano a seconda dei progetti, la compagnia danese Hotel Pro Forma agisce su una prospettiva visiva della rappresentazione, utilizzando le leggi e le psicologie della percezione. L’esito non è semplicemente formale: è piuttosto la forma che si trova ad assumere tutti i gradi della complessità narrativa.
I only appear to be dead (“sono solo apparentemente morto”, era scritto nel biglietto che Andersen teneva sul comodino quando andava a letto tutte le notti) rievoca il lato angoscioso e notturno delle fantasie e dei viaggi di Hans Christian Andersen, si svolge su un palcoscenico lungo e stretto; la profondità e la distanza fra pubblico e interpreti vengono sostituite da intimità e percezione panoramica dello spazio. I cantanti e attori entrano da sinistra e camminano verso destra, come le parole lette in un libro. Singolarmente, in coppia, o in gruppo, essi compongono e disfano tableaux che rappresentano la strada in cui si svolgono gli avvenimenti della vita di Andersen.
Canto e musica sono composti per dodici voci. Il libretto e i recitativi sono tratti dai diari dello scrittore. La Biennale di Venezia accoglierà, per la prima volta in Italia, questo spettacolo e questa compagnia.

Weather Report – Tortuga Bay
sabato 24 settembre, ore 18 – domenica 25, ore 16 – Teatro Piccolo Arsenale
Chris Watson (Gran Bretagna)…
Weather Report – Tortuga Bay – prima assoluta
creazione per la Biennale di Venezia

Dal ruggito del leone sotto un cielo stellato, all’improvviso propagarsi di un’alba che trasfigura rapidamente in un tramonto equatoriale: blu, arancio e rosso fuoco, nell’arco di tre minuti il sole cala all’orizzonte. O ancora: una pioggia intensa, un muro d’acqua che vela la vista, e la savana che annega in una fanghiglia rossa. Gli animali sono disorientati: è adesso che i leoni tendono imboscate alle loro prede.
Sono suggestioni tratte da Weather Report, teatro di presenze incorporee e sonore, dedicato all’ascolto di differenti sistemi climatici – dall’Africa equatoriale ai ghiacci polari – esplorati, sondati, indagati dall’inglese Chris Watson. Registratore di suoni, come si definisce lo stesso Watson, con un interesse per le atmosfere di tutto il mondo, Watson è attivo nel cinema, nella televisione e nella radio come “suond designer” di tanti documentari di storia naturale. Dal 1972 al 1981 ha fatto parte dei Cabaret Voltaire e dal 1981 al 1984 è stato uno dei membri fondatori del The Hafler Trio.
In occasione della Biennale, con Weather Report, Watson ha concepito un progetto specificamente teatrale, attraverso una rappresentazione drammatica delle presenze in forma di suono.

More – Incasso
sabato 24 settembre, ore 20 (More) – domenica 25 settembre, ore 21 (Incasso) – Tese delle Vergini
More (75′) prima nazionale
ideazione e regia Bojan Jablanovec
con Daša Doberšek, Petra Govc, Barbara Kukovec, Jaka Lah, Marko Mandic, Mateja Pucko, Grega Zorc
produzione Via Negativa
coproduzione Glej Theatre Ljubljana
con il supporto del Ministero della Cultura della Slovenia e della Città di Lubiana

Incasso (90′) prima nazionale
ideazione e regia Bojan Jablanovec
con Kristian Al Droubi, Petra Govc, Jaka Lah, Sanela Miloševic, Mateja Pucko, Matej Recer, Katarina Stegnar, Grega Zorc
produzione Via Negativa
coproduzione Glej Theatre Ljubljana, Cultural Centre of Novi Sad (Serbia and Montenegro), KE-Theatre Klagenfurt
con il supporto del Ministero della Cultura della Slovenia e della Città di Ljubljana.
Il lavoro della compagnia slovena Via Negativa procede, in coerenza con il proprio nome, per sottrazione, riducendo al minimo i segni della finzione teatrale per concentrarsi sulla relazione tra interprete e spettatore, di cui indaga gli effetti radicalizzando le rispettive posizioni.
Via Negativa porta alla Biennale una parte del ciclo di spettacoli dedicato a I sette peccati capitali. Iniziato nel 2002, ogni anno esso è dedicato a un peccato, e quando si concluderà, nel 2009, il nome della compagnia cambierà in “Via Nova”. Via Negativa, conduce questa ricerca con un rigore calvinista, di inaudito estremismo, che la porta a svolgere fino in fondo il proprio compito di esplorazione morale, senza arretrare di fronte a nulla, nemmeno di fronte all’asprezza della letteralità, alla estenuazione della completezza, alla durezza delle conseguenze più estreme.

Jo
sabato 24 settembre, ore 22 – Teatro Goldoni
Cameron Jamie & Keiji Haino (USA)…
video Cameron Jamie
musica dal vivo Keiji Haino

Fare e rappresentare: 1 Seminario e 6 Tesi nella storia della rappresentazione
16-17-18-19-23-24 settembre, ore 16 – Sala Marcelia
(per favorire gli incontri e moltiplicare la gioia)
a cura di Claudia Castellucci

Seminario e dialoghi con Nicholas Ridout e Joe Kelleher e le compagnie invitate
traduzione Luca Scarlini

venerdì 16 – Rien à voir
conferenza con Jean-Luc Nancy
sabato 17 – conferenza con Giorgio Agamben
domenica 18 – Dialettica del mostro
conferenza con Davide Stimilli
martedì 20 – Vedere o non vedere. Questo è l’emblema
conferenza con Bruna Filippi
venerdì 23 – conferenza con Francesco Bonami
sabato 24 – Che cosa ci ricordano i gesti?
conferenza con Georges Didi-Huberman

Questa Biennale affianca agli spettacoli, giorno per giorno, differenti incontri di ascolto e di riflessione. Non convegni distaccati, che “autorizzano” la stravaganza degli appuntamenti artistici, bensì incontri capaci di dare sostanza proprio all’aleatorietà degli incontri, attraverso il moltiplicarsi dei pensieri e l’inserirsi nel ritmo delle giornate che immaginiamo. Il pensiero è un’attività che affianca l’attività della visione, e occorre superare la dicotomia tra cognitivo ed emotivo.
Lungo tutta la durata della Biennale vi saranno incontri quotidiani tra gli spettatori, gli studiosi e gli artisti partecipanti. Il tema generale delle giornate di conferenza è: Fare e rappresentare – 1 Seminario e 5 Tesi nella storia della rappresentazione (per favorire gli incontri e moltiplicare la gioia).
La funzione di questa Biennale è quella di portare alla luce l’esistenza di un teatro ancora nascosto o agli albori che, proveniente da diversi Paesi del mondo, condivide un’idea forte della rappresentazione. Vi sono numerose realtà artistiche che sono ancora oggi totalmente in ombra: ognuna di esse riflette nel proprio modo il senso che il teatro e la rappresentazione assumono in un’era che utilizza questi stessi mezzi per strategie di ordine militare, politico ed economico. Hanno la stessa preoccupazione gli studiosi, i curatori e i filosofi iconologi invitati a porre le loro tesi su questo argomento. La riflessione, per la maggior parte, verte sulla forza emblematica della figura, che pure determina la specificità del teatro, inteso non come una branca della letteratura, ma come un’arte essenzialmente plastica, là dove anche il testo ha valore espressivo di materia.
I relatori sono: Georges Didi-Huberman, Bruna Filippi, Jean-Luc Nancy, Davide Stimilli, filosofi dell’immagine; Giorgio Agamben, professore di estetica; Francesco Bonami, curatore della passata edizione della Biennale Arte, che parlerà dell’area ibrida della performance; Joe Kelleher e Nicholas Ridout, due studiosi di teatro che cureranno il Seminario quotidiano di studio attorno a tutti gli spettacoli presenti in questa Biennale, redigendo fogli di critica.

Mostre fotografiche
da giovedì 15 a domenica 25 settembre, dalle ore 18 alle 21 – Sala Marcelia
Mostre fotografiche
Francesco Raffaelli
Lamine
mostra fotografica

Hiroshi Sugimoto
Theatres
mostra fotografica

Francesco Raffaelli è l’autore di tutte le fotografie del Catalogo del 37. Festival Internazionale del Teatro. Le sue fotografie sono lame affilate e apatiche che penetrano nella presenza animale del mondo. Il senso dell’anatomia e perfino dell’autopsia, però, non tradiscono alcun intento conoscitivo, e nessun accanimento scopico; sono, piuttosto, una forma di tatto, o meglio di presa della verità. La verità in Francesco Raffaelli non è né sentimentale, né oggettiva, ma è una forma di convivenza, un contatto nel quale è necessario porsi alla stessa altezza, immedesimarsi a quella stessa natura; e fondersi, senza confondersi. Quando Raffaelli ritrae volti umani, o espressioni animali, lo fa con il timore della rivelazione, che porta sempre in sé l’insidia di un realismo in lotta sopra la verità.

Le fotografie in mostra durante il Festival sono quelle a lunga esposizione che Hiroshi Sugimoto scatta nelle sale cinematografiche per l’intera durata del film e con gli spettatori presenti. Si tratta di ambienti in cui lo schermo del cinema appare di un biancore denso e gassoso. Non si tratta di uno schermo vuoto, in effetti, ma saturo di tutte le figure che sono passate in tutto quel tempo e che ora hanno lasciato il posto alla loro scia luminosa. Queste fotografie restituiscono il senso del passaggio delle immagini e delle presenze, e anche dell’impressione mnestica, come unica forma di consistenza della rappresentazione teatrale. Le fotografie di Sugimoto ci offrono la dimensione nascosta, solitamente in ombra, della fotografia, il suo lato temporale, che è un’istantanea non dell’attimo, ma della durata delle cose.

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