guerra del golfo carro armato

Il rovescio della medaglia: Repertorio di documenti prima della II guerra del Golfo

Pubblicato il Pubblicato in Storia e società

1. Cypberguerra

Pronti virus e programmi killer contro le reti internet nemiche. Iraq: Bush vara la cyberguerra. Il presidente Usa fima una direttiva segreta che disciplina l’uso per la prima volta di armi informatiche contro il nemico.

Washington (USA), 7 febbraio 2003 – Il prossimo scontro militare in Iraq, potrebbe dar vita anche alla prima cyberguerra della storia. Il presidente degli Stati Uniti George W. Bush avrebbe firmato infatti, secondo quanto rivela il quotidiano americano Washington Post, una direttiva segreta che ordina al governo di mettere a punto, per la prima volta, un piano per la cyber-guerra, la guerra informatica.

La Direttiva Presidenziale sulla Sicurezza Nazionale numero 16, firmata in segreto da Bush, chiede all’esecutivo di preparare un piano che specifichi alcune linee guida della guerra nel cyberspazio. In sostanza si tratta di stabilire come e in quali circostanze gli Stati Uniti potrebbero o dovrebbero lanciare offensive informatiche contro le reti di Paesi nemici.

Guerra via Internet – La decisione desta perplessità nei commentatori più esperti. Dal 1998 esiste al Pentagono una speciale struttura guidata dal Maggiore generale James David Bryan che ha un triplice compito: mettere a punto le armi informatiche da lanciare contro il nemico, realizzare le difese informatiche per fronteggiare eventuale attacchi, addestrare i futuri soldati del cyberspazio.

Tuttavia l’uso sul campo di programmi o virus in grado di mettere ko le reti informatiche del nemico non convince ancora del tutto gli specialisti di Cia, Fbi e Nsa. Per due motivi: il primo è che come per l’utilizzo delle armi convenzionali non si è tutt’ora in grado di garantire una precisione assoluta sul bersaglio, ma ci potrebbero essere danni collaterali di una certa rilevanza. Un programma che mette ko la centrale elettrica che alimenta una base militare potrebbe togliere la luce anche ad un ospedale. In secondo luogo la messa in rete di un virus in grado di distruggere il network informatico nemico potrebbe portare lo stesso agente elettronico a diffondersi nel sistema internet mondiale con gravi danni anche per le reti informatiche di Paesi terzi.

La replica del Pentagono – Secondo fonti del Pentagono i dubbi manifestati dalle altre amministrazioni Usa sono le stesse che possono essere fatte ad un attacco militare convenzionale. Infatti secondo i vertici militari statunitensi l’utilizzo appropriato delle armi informatiche dipende in ogni caso dalle informazioni specifiche raccolte dall’intelligence, quelle stesse informazioni su cui si basano gli interventi militari tradizionali. 7 febbraio 2003

2. Cyberpace

“Troppo generica la definizione di ‘attacco al sistema informatico’ “. Ue: protestare via Web può diventare crimine. Il parlamentare europeo Marco Cappato avverte sui rischi della nuova Direttiva di Bruxelles sul cyber crimine.

Bruxelles, 6 marzo 2003. – Protestare via Internet può costare caro: dopo l’approvazione del provvedimento dell’Unione Europea sul net-crimine, si rischia di finire nello stesso calderone degli hacker e dei cyber criminali e di incappare nelle stesse sanzioni previste per le loro illegalità. Anche se si partecipa a iniziative pacifiche di contestazione Web: come quella promossa contro la guerra in Iraq che invitava il popolo di Internet a mettere in difficoltà il sito della Casa Bianca inviando in massa messaggi di posta elettronica nella stessa giornata.

Il rischio – A mettere in guardia dal rischio di un’eccessiva generalizzazione nel definire i «criminali» del Web sono i radicali italiani. Il parlamentare europeo Marco Cappato, Presidente della Direzione del Partito Radicale Transnazionale, invita a distinguere: “Il rischio è molto semplice» spiega. «La nuova direttiva, che gli Stati membri devono far rispettare sul proprio territorio, offre una definizione così ampia degli attacchi contro i sistemi informatici, che teoricamente tutto potrebbe finirci dentro”.

L’esempio – Cappato continua con un esempio: “Se faccio una campagna politica contro la pena di morte di Cina e rallento il sito invitando i navigatori Internet a inviare delle e-mail al Parlamento cinese, faccio una cosa diversa dall’introdurmi nel sito di un’industria, rubare i dati delle carte di credito e altre cose del genere. Lo capisce chiunque che le due situazioni non sono per nulla simili. Invece, stando alla nuova direttiva dell’Unione Europea, io posso finire nei guai giudiziari allo stesso modo sia nell’uno che nell’altro caso”.

Gli attacchi minori – La Ue ha previsto anche il caso dei cosiddetti «attacchi minori», e vero. Ma considerandoli minori non dice – come vorrebbero i radicali – che in quei casi non si debba procedere perché si tratta di semplice espressione di pensiero e non di attacco criminale, ma stabilisce soltanto pene inferiori a quelle dei veri e propri «attacchi al sistema informatico». Corriere della Sera, 6 marzo 2003 (consultare il provvedimento approvato dall’Unione Europea (in inglese) nel sito dell’Unione Europea).

3. Minacce saddamite

La rivelazione: «Saddam intimidisce e minaccia gli scienziati»

Prima dell’arrivo degli ispettori delle Nazioni Unite, tutti gli esperti di armamenti iracheni sono stati costretti a consegnare una lista completa di tutti i loro familiari al regime. Lo scrive il quotidiano britannico “Sunday Times”, citando un disertore iracheno, precisando che in questo modo Saddam Hussein, minacciando rappresaglie anche contro i più lontani parenti, si è garantito che nessun scienziato ceda alla tentazione di cooperare con gli ispettori.

«Il messaggio è chiaro “se tu parli, noi conosciamo la tua famiglia”» ha detto il disertore, un ex funzionario dell’intelligence irachena – In gergo viene definita «lista del settimi», che vuol dire che se riveli informazioni perdi tutta la famiglia fino al settimo cugino. Per alcuni scienziati sono stati necessari tre giorni per scrivere la lista perché in Iraq le famiglie sono molto grandi».

Sempre secondo la ricostruzione della fonte del Sunday Times – confermata dall’Iraq national congress, l’opposizione irachena, e da fonti occidentali – dopo le minacce, ci sono stati interrogatori fiume fatti dagli agenti della polizia speciale che hanno costretto a provare e riprovare agli scienziati il copione stabilito delle risposte che avrebbero dovuto fornire agli ispettori.

L’intelligence americana sta indagando in queste ore su un’altra notizia secondo la quale un alto funzionario del ministero dell’Industria e della produzione militare, addetto al controllo e alla produzione degli armamenti, avrebbe cercato di fuggire in Giordania con la moglie e due figli, una settimana fa. Ma sarebbe stato fermato ed ucciso. «Stava cercando di fuggire con delle informazioni – ha rivelato una fonte dell’opposizione – ma il mukhabarat (il servizio segreto iracheno) lo teneva sotto controllo. Lo hanno riportato indietro a Baghdad e pensiamo che sia stato ucciso». 19 gennaio 2003

4. Le prove che convincono

Il dossier di Colin Powell è un quadro completo dei diversi programmi condotti dall’Iraq nel corso dell’ultimo decennio, una raccolta impressionante di dati – peraltro noti – su quello che il Paese ha messo in piedi nel settore bellico. Chi è convinto della colpevolezza, pur riconoscendo che il rapporto non presenta la famosa «pistola fumante», ritiene che le carte siano sufficienti per autorizzare un’offensiva contro l’Iraq.

Intercettazioni – Non dicono quali armi Saddam nasconda, ma rivelano l’obiettivo degli ufficiali iracheni: imbrogliare gli ispettori, celare documenti compromettenti, distruggere ordini imbarazzanti. Anche se è difficile parlare di «prova», si può senz’altro osservare che l’Iraq deliberatamente ostacola i controlli e dunque ha molto da nascondere.

Movimenti – L’attività in numerosi siti militari alla vigilia delle ispezioni indica la volontà dell’Iraq di trasferire materiale che non deve essere visto da occhi indiscreti. I grossi camion, i mezzi per la decontaminazione, sono le spie di azioni quantomeno sospette. La sicurezza irachena non può non sapere di essere sorvegliata dall’alto: se dunque si assume questo rischio è perché è costretta a farlo.

Gli scienziati – Il rifiuto degli scienziati e dei tecnici di farsi interrogare in territorio neutro, unito al trasferimento in case private di documentazione «top secret», sono un ostacolo evidente all’inchiesta dell’Onu. E’ stato provato che Saddam ha minacciato di morte i suoi uomini per impedire loro di collaborare. Una pressione fisica e psicologica giustificata solo dal desiderio di proteggere i progetti di riarmo.

Il nervino – Non è solo Washington a sostenerlo, ma diverse fonti: l’Iraq avrebbe ancora forti quantità di gas nervino non denunciate nei rapporti consegnati all’Onu. Non è un caso che in una delle intercettazioni rese note da Powell si parli proprio del veleno letale.

I missili – L’immagine dell’impianto per il test dei missili dimostra che l’Iraq non ha abbandonato gli sforzi per avere ordigni a medio e lungo raggio. Vettori che possono colpire numerosi Paesi della regione. E poiché il regime li ha usati in passato contro Israele, Arabia Saudita e Iran c’è il rischio concreto che possa rifarlo.

Velivoli radiocomandati – Rappresentano un chiaro pericolo. Non tanto gli aerei come il Mirage mostrato nel filmato, ma i piccoli velivoli che possono essere usati per spargere o lanciare gas e virus. Sono facili da trasportare come da nascondere. E soprattutto Bagdad è nelle condizioni di fornirli a gruppi terroristici. Un esempio: una fazione radicale, finanziata da Saddam, potrebbe usarli da una base in Libano o da qualsiasi altro Paese dove il controllo dello Stato è debole (Yemen, Somalia, Afghanistan).

Il terrorismo – Come ha rivelato il Corriere il 30 gennaio, esistono prove di un continuo movimento di estremisti di Al Qaeda dall’Europa verso l’Iraq del nord. Ci sono intercettazioni e rivelazioni di terroristi arrestati. Alcune piste passano anche dall’Italia lungo un asse che unisce elementi nordafricani, Cecenia/Georgia, area curda ed Europa. Personaggio chiave il giordano Abu Musab Al Zarkawi, curato e ospitato per diverso tempo a Bagdad. Guido Olimpio

5. Le prove che non convincono

Colin Powell non ha convinto tutti. L’atto d’accusa presentato al Palazzo di Vetro contro Saddam è giudicato pieno di indizi ma senza prove. «I soliti sospetti» e nulla più.

Le fotografie – Intriganti. Certo rivelano strane attività dei soldati iracheni. Però c’è un grosso buco nella sequenza: gli americani dopo aver esibito la Foto1 avrebbero dovuto tirare fuori la Foto2, ossia quella che mostrava la destinazione dei camion. Sarebbe stata decisiva per dimostrare la grande truffa ai danni dell’Onu.

Le armi – La relazione americana doveva svelare davanti alla massima tribuna l’esistenza delle armi di distruzione di massa. A parte un brevissimo filmato di un caccia, non abbiamo visto neppure un pugnale. Non è da poco: l’America vuole avere il via libera alla guerra perché vuole neutralizzare missili a lungo raggio, batteri, testate con gas venefici. Viene da chiedersi: è possibile che con satelliti-spia, aerei da guerra elettronica e supercommandos infiltrati dietro le linee irachene gli Usa non siano riusciti a scovare neppure uno dei famigerati Scud?

Il nucleare – Powell ha fatto vedere delle diapositive con dei misteriosi tubi d’alluminio rilanciando il sospetto che possano servire all’arricchimento dell’uranio: «Bagdad li ha comprati in 11 Paesi». Ancora il rappresentante Usa ha confermato che l’Iraq ha due dei tre elementi necessari per arrivare all’atomica. Dunque ha fatto progressi, ma non vistosi come qualcuno sostiene.

I laboratori mobili – Washington ritiene che gli scienziati iracheni lavorino su almeno 18 laboratori installati su lunghi automezzi che vengono fatti girare continuamente. Un’accusa «documentata» però con dei semplici disegni, accurati, colorati. Ma sempre dei disegni. Gli esperti indipendenti hanno espresso seri dubbi sulla fattibilità di ricerche sulle armi batteriologiche in condizioni così precarie. Per fonti Onu si tratterebbe in realtà di mezzi per le analisi alimentari.

Le stestimonianze – Nel preparare l’istruttoria, l’intelligence statunitense ha inserito i racconti di scienziati scappati in Occidente, di ex ufficiali e di esuli. Testimonianze allarmanti che tuttavia hanno bisogno di una conferma. Powell non ha mostrato neppure un pezzo di carta, un fax. Gli iracheni probabilmente sono stati abili nel liberarsene – come si deduce dalle intercettazioni – ma spettava al pubblico ministero Powell trovare la pezza d’appoggio.

Il terrorismo – Tutto ruota attorno ad Abu Musab Al Zarkawi. Buone parte delle accuse sul primo, responsabile di una rete con 163 uomini, hanno una solida base emersa dalle indagini in Giordania e in Europa. Manca però l’uncino che vincoli il terrorista di Al Qaeda a Saddam. Nessuno ha dimostrato che Al Zarkawi abbia ricevuto ordini da Bagdad mentre sappiamo che ha soggiornato nella capitale irachena. Ma se è per questo il suo più stretto collaboratore e responsabile dell’omicidio del diplomatico Usa – caso menzionato da Powell – se ne sta indisturbato a Damasco. Mentre Al Zarkawi, sostengono gli israeliani, si muove tra Libano e Siria. Una presenza volutamente ignorata dal Dipartimento di Stato. Guido Olimpio

6. Colin Powell all’ONU, queste le prove contro Saddam:

“Possiede missili, armi chimiche e biologiche. E’ legato ad Al Qaeda”. “Ecco come Saddam nasconde gli ordigni agli ispettori». Audio e fotografie scattate dal satellite per dimostrare le violazioni.

New York – Al Consiglio di Sicurezza dell’Onu il Segretario di Stato americano Colin Powell ha presentato le prove trovate dagli Stati Uniti delle violazioni alla risoluzione 1441 dell’Onu e del possesso di armi di distruzione di massa da parte dell’Iraq. (la sintesi del discorso, riportato integralmente*).

Le violazioni – Due i filoni fondamentali portati avanti da Powell: la dimostrazione che il regime di Saddam Hussein viola le risoluzioni dell’Onu e che è in possesso di armi di distruzioni di massa. “Gli ispettori dell’Onu non sono detective. E Saddam non ha fatto alcuno sforzo per disarmare. L’Iraq cela armi di distruzione di massa agli ispettori dell’Onu” ha esordito Powell e per dimostrarlo ha presentato la registrazione audio di due intercettazioni con due fonti ufficiali irachene che parlano di munizioni da nascondere agli ispettori Onu. “Sono stati sostituiti gli hard disk di scienziati e funzionari iracheni. Bagdad sposta le armi ogni 3 o 4 settimane” ha detto Powell, che poi ha mostrato una serie di foto di siti che sarebbero nascondigli di armi di distruzione di massa. “Ogni mia affermazione è suffragata da prove. Sappiamo infatti anche di armi nascoste nelle case dei leader.”

Powell ha poi mostrato alcune foto satellitari che indicherebbero la presenza di depositi di armi proibite. Powell ha poi aggiunto: “Il generale iracheno Amir Al Sadi, responsabile del regime iracheno per i rapporti con gli ispettori internazionali, non ha il compito di aiutare le verifiche, ma di spiare gli ispettori, ed assicurarsi che non scoprano nulla. Al Sadi ha detto che avrebbe offerto aiuto incondizionato agli ispettori. Ma non è stato certo così. Il suo compito non era aiutare, ma ostacolare. Non svelare, ma nascondere”. Secondo Powell inoltre “Numerosi depositi vengono svuotati prima delle ispezioni”.

Armi chimiche, biologiche e atomiche – “Saddam ha scorte per armare almeno 16.000 testate con agenti chimici o biologici. Saddam infatti ha almeno da 100 a 500 tonnellate di armi chimiche. L’Iraq ha già testato le armi chimiche sulle persone. Ha utilizzato dei condannati a morte come cavie” ha sottolineato Powell.

“Sono almeno 7 e non più di 18 i laboratori chimici mobili di Saddam. L’Iraq non ha giustificato neanche un cucchiaio dell’antrace che ha prodotto” ha spiegato successivamente Powell che ha poi mostrato una boccettina da un grammo di antrace e ha aggiunto che sarebbe bastato a fare una strage nel Senato degli Stati Uniti.

Il Segretario di Stato Usa ha poi mostrato le foto di rampe missilistiche. “L’Iraq ha un programma per la costruzione di missili a lunga gittata” ha chiosato Powell. Sempre secondo il Segretario di Stato, l’Iraq sta sperimentando un missile con una gittata di 1200 chilometri capace di colpire obiettivi in Egitto, Russia e Arabia Saudita. Powell ha poi detto che Baghdad possiede già un missile con una gittata di 900 chilometri.

Infine Powell ha ricordato che Saddam vuole costruire a qualunque costo un’arma atomica. “Saddam vuole la bomba atomica. E si è procurato due dei tre elementi chiave per costruirla” ha detto il capo della diplomazia americana. Powell, ha poi precisato che Baghdad ha cercato di procurarsi materiale fissile, nel 1990 e nel 2000 e magneti per la produzione di centrifughe per l’arricchimento dell’uranio. I tubi di alluminio che Baghdad ha acquisito potrebbero essere inoltre usati allo stesso scopo, per produrre il materiale fissile necessario ad alimentare una bomba.

Il legame con Al Qaeda – L’ultimo capitolo toccato da Powell è quello del rapporto tra il regime iracheno e l’organizzazione terroristica Al Qaeda.

Dopo aver ricordato che i rapporti tra Iraq e terrorismo “vanno indietro di molti decenni”, Powell ha denunciato un collegamento tra Bagdad e Al Qaeda. “Il capo di Al-Qaeda in Iraq Al Zarqawi potrebbe avere una sua cellula anche in Italia” ha spiegato Powell.

Secondo il Segretario di Stato Usa “Al Zarqawi ha una rete terroristica in Europa e Medio Oriente composta da almeno 163 terroristi. Ci sono infatti stati almeno 8 incontri tra esponenti del regime iracheno e terroristi di Al Qaeda. Saddam e Bin Laden hanno stretto un accordo. Inoltre anche l’ambasciata irachena in Pakistan è legata ad Al Qaeda”. 6 febbraio 2003

7. Saddam: “Uccideremo un milione di soldati americani”

Riunione con un gruppo di alti ufficiali. Saddam: se ci invadono andranno incontro alla morte. Il dittatore iracheno ai collaboratori: non arriveranno a Bagdad

Baghdad. 1 febbraio 2003. – «Se ci invadono, uccideremo un milione di soldati americani». Così il presidente iracheno Saddam Hussein ha sprezzantemente reagito ai preparativi statunitensi per una guerra che sembra imminente. “Il nemico non sbarcherà alle porte di Baghdad – ha detto il leader iracheno, citato dalla stampa locale – perché sa che andrebbe incontro alla morte. Anche se ci manderà contro un milione di soldati, i nostri uomini li uccideranno tutti». Saddam, che parlava ad un gruppo di alti ufficiali delle forze armate irachene, ha aggiunto che «lo sbarco avrà luogo in regioni lontane” da Baghdad ma la propaganda nemica “annuncerà ugualmente che l’occupazione della città è imminente”. “È così che faranno il loro show”, ha assicurato il rais ai suoi capi militari. 1 febbraio 2003

8. “Migliaia di kamikaze, la nostra arma segreta”.

Intervista al settimanale tedesco “Der Spiegel”.Il vicepresidente iracheno Ramadan: i martiri suicidi sono pronti a colpire in caso di invasione americana

Berlino, 1 febbraio 2003. – Sono i kamikaze l’arma segreta che Saddam Hussein intende impiegare in caso di attacco americano all’Iraq. Lo ha indicato in un’intervista concessa al settimanale «Der Spiegel» il vicepresidente iracheno Taha Jassin Ramadan, secondo il quale se il suo paese sarà invaso dagli americani l’Iraq “utilizzerà migliaia di kamikaze”.

Nuova arma – “I martiri suicidi – dice – sono la nostra nuova arma e verranno impiegati non solo in Iraq». Il vice di Saddam Hussein ripete che l’Iraq «non possiede più da tempo armi di distruzione di massa”. “Noi – afferma – non abbiamo nascosto nemmeno uno spillo nella sabbia del deserto”. Quanto alle accuse di parte americana e britannica relative ad una collusione dell’Iraq con Al Qaeda, Ramadan sostiene che si tratta di una sciocchezza perchè il Baath, partito laico, e Al Qaeda appartengono a “due mondi totalmente diversi”.

Nessun rapporto con Osama – “Noi – assicura Ramadan – non abbiamo mai avuto nulla a che fare con i fondamentalisti islamici, ancora meno con quei terroristi come le canaglie di Osama bin Laden. E non abbiamo mai nemmeno avuto rapporti ufficiali con il regime dei Talebani in Afghanistan, diversamente da quanto hanno fatto alleati degli Usa come l’Arabia Saudita, l’Unione degli Emirati Arabi e il Pakistan”. 1 febbraio 2003

IL DOCUMENTO

Il discorso integrale di Colin Powell all’Onu (5 febbraio 2003)

Signor Presidente, Segretario Generale, distinti colleghi, vorrei cominciare ringraziandovi per tutti gli sforzi che avete fatto per poter esser qui oggi. Questo è un giorno molto importante per tutti noi, analizzeremo la situazione che riguarda l’Iraq e l’obbligo di disarmo previsto dalla risoluzione 1441 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Lo scorso 8 novembre, il Consiglio di sicurezza approvò unanimemente la risoluzione 1441. Lo scopo di quella risoluzione era di disarmare l’Iraq dalle armi di distruzione di massa. L’Iraq ha già precedentemente violato i suoi impegni, violando 16 passate risoluzioni durante gli ultimi 12 anni. La Risoluzione 1441 non aveva a che fare con una parte innocente, bensì con un regime che questo stesso consiglio ha condannato ripetutamente nel corso degli anni. La risoluzione 1441 ha dato all’Iraq un’ultima opportunità, l’ultima opportunità di collaborare o affrontare serie conseguenze. Nessun membro del Consiglio presente durante la votazione quel giorno ebbe nessuna illusione sulla natura e gli scopi della risoluzione o su quali sarebbero state le serie conseguenze se l’Iraq non avesse collaborato. Per facilitare il disarmo, abbiamo chiesto all’Iraq di collaborare con gli ispettori dell’Unmovic e dell’Aiea che stavano per tornare. Abbiamo posto delle dure condizioni all’Iraq per permettere agli ispettori di fare il loro lavoro. Questo consiglio addossò all’Iraq e non agli ispettori la responsabilità di portare alla luce ciò che l’Iraq aveva fatto di tutto per nascondere. Gli ispettori sono ispettori, non sono detective.

«NON POSSIAMO DIRVI TUTTO» GLI OBIETTIVI DELLA PRESENTAZIONE

Ho chiesto questa riunione oggi per due motivi: primo, per dimostrare il nostro appoggio alle dichiarazioni fatte dal Dottor Blix e dal Dottor El Baradei. Blix ha detto a questo consiglio il 27 gennaio «l’Iraq sembra non accettare tuttora le richieste di disarmo». El Baradei ha detto che l’Iraq nella dichiarazione presentata il 7 dicembre «non ha fornito nuove e rilevanti informazioni sulle questioni irrisolte dal 1998». Il mio secondo obbiettivo oggi è di fornire ulteriori informazioni, condividere con voi ciò che gli Stati Uniti sanno sulle armi di distruzione di massa dell’Iraq così come il suo coinvolgimento con il terrorismo, un altro oggetto della risoluzione 1441 e altre precedenti risoluzioni. Non posso dirvi tutto ciò che sappiamo. Ma posso dirvi, che l’insieme delle cose venute alla luce nel corso degli anni è molto preoccupante. Quello che vedrete qui è l’insieme di fatti e comportamenti preoccupanti. La realtà della condotta dell’Iraq dimostra che Saddam Hussein e il suo regime non hanno fatto alcuno sforzo per disarmarsi così come richiesto dalla comunità internazionale. Inoltre, i fatti e i comportamenti dimostrano come Saddam Hussein e il suo regime nascondano i loro tentativi di produrre più armi di distruzione di massa.

«ABBIAMO UN VEICOLO MODIFICATO» LA PRIMA REGISTRAZIONE IN ARABO

Vorrei iniziare facendovi ascoltare un nastro. Sentirete una conversazione che il governo americano ha ascoltato. E’ avvenuta il 26 novembre dello scorso anno, il giorno prima della ripresa delle ispezioni in Iraq. La conversazione coinvolge due alti ufficiali un colonnello e un brigadiere generale dell’elite militare irachena, la Guardia Repubblicana. (Si sentono le voci in arabo, sullo schermo compare la traduzione in inglese). Vorrei fermarmi e rivedere alcuni degli elementi chiave della conversazione fra i due ufficiali. Innanzitutto i generali prendono atto che il nostro collega Mohamed El Baradei è in arrivo, sanno bene il perché e sanno anche che arriverà il giorno dopo. El Baradei sta andando a cercare cose che sono vietate. Si aspetta che questi gentiluomini collaborino e non nascondano le cose. Ma sono preoccupati. «Abbiamo un veicolo modificato. Cosa diremo nel caso che uno di loro lo veda? Di che cosa sono preoccupati? Del fatto che sono in possesso di cose che non dovrebbero avere, cose che non devono essere viste. Il generale è incredulo: «Non hai un veicolo modificato. Non ne hai uno, vero?». «Ne ho uno». «Quale, da dove?». «Dall’officina, dalla società AlKendi». «Cosa?». «Da AlKendi». «Ci vediamo domani mattina. Sono preoccupato. Avete ancora alcune cose». «Abbiamo sgomberato tutto. Non abbiamo più nulla». Notate bene cosa dice: «Abbiamo sgomberato tutto». Non lo abbiamo distrutto. Non lo abbiamo messo a disposizione per l’ispezione. Non lo abbiamo dato agli ispettori. Lo abbiamo fatto sparire così che non ci fosse all’arrivo degli ispettori. La AlKendi: questa società è molto conosciuta per il suo coinvolgimento nella produzione di sistemi armati vietati.

«RIPULITE OVUNQUE LE ZONE ABBANDONATE» LA SECONDA REGISTRAZIONE IN ARABO

Ascoltiamo un altro nastro. Ricorderete sicuramente che gli ispettori trovarono 12 testate chimiche vuote il 16 gennaio. Il 20 gennaio, 4 giorni dopo, l’Iraq promise agli ispettori di cercarne altre. Ascolterete adesso un ufficiale dal quartier generale della Guardia Repubblicana dare ordini a un ufficiale sul campo. La conversazione è avvenuta la scorsa settimana, il 30 gennaio. (si sente un nastro, in arabo) Nuovamente vorrei fermarmi e rivedere alcuni elementi in questo messaggio. «Stanno ispezionando le munizioni che avete, vero». «Sì». «Per trovare munizioni vietate». «Per la possibilità di trovare munizioni vietate?». «Sì». «Vi abbiamo mandato un messaggio ieri con l’ordine di ripulire ovunque, la zona dei rifiuti, le zone abbandonate. Accertati che non ci sia più nulla». Ricordate nel primo messaggio «sgomberare»: questo è parte del sistema di nascondere e spostare le cose accertandosi di non lasciare nulla al caso. Se andate un poco avanti in questo messaggio, sentirete gli ordini specifici da parte del quartier generale: «Dopo aver eseguito gli ordini in questo messaggio, distruggete il messaggio stesso, non voglio che nessuno lo veda». «Ok Ok». Perché? Perché? Questo messaggio avrebbe confermato agli ispettori che gli iracheni stavano cercando di nascondere alcune cose. Ma non vogliono che il messaggio sia visto, perché stavano cercando di ripulire alcune zone per cancellare tutte le prove della presenza di armi distruzione di massa per poter dire che lì non c’era nulla. Gli ispettori possono continuare a cercare, senza trovare nulla. Questo tentativo di nascondere cose agli ispettori non si è verificato solo in queste due occasioni, al contrario. Questa è una piccola parte di una politica di evasione e inganni che risale a 12 anni fa, un politica instaurata dal regime iracheno. Sappiamo che Saddam Hussein ha una «commissione di monitoraggio per le squadre degli ispettori». Pensateci. L’Iraq ha una commissione per monitorare gli ispettori che sono stati mandati per disarmare l’Iraq. Non per collaborare con loro, aiutarli, ma per spiarli e impedirli di fare il proprio lavoro.

L’IMPIANTO PER LE MUNIZIONI PROIBITE. LE FOTO PRESE DAI SATELLITI

Abbiamo anche foto dal satellite che indicano che materiali vietati sono stati spostati di recente da numerose fabbriche irachene di armi per la distruzione di massa. Lasciatemi dire una parola sulle foto dal satellite prima che ne mostri un paio. Le foto che sto per mostrarvi sono talvolta di difficile interpretazione per la persona media, difficili per me. Il meticoloso lavoro di analizzare le foto richiede esperti con anni e anni d’esperienza, che trascorrono ore e ore ai tavoli luminosi. Ma mostrandovi queste foto, cercherò di cogliere e di spiegare cosa significhino, cosa indicano ai nostri specialisti di immagini. Vediamone una. Riguarda un impianto per le munizioni, una struttura che contiene munizioni in un luogo chiamato Taji. E’ una delle circa 65 strutture del genere in Iraq. Sappiamo che questa ha contenuto munizioni chimiche. In effetti, è da qui che gli iracheni hanno fatto uscire di recente i quattro contenitori supplementari per armi chimiche. Qui vedete 15 depositi di munizioni contornati in rosso e in giallo. I quattro contrassegnati da quadrati rossi rappresentano depositi attivi di munizioni chimiche. Come lo so? Come faccio a dirlo? Lasciate che ve li mostri più da vicino. Guardate l’immagine sulla sinistra. A sinistra c’è un primo piano di uno dei quattro depositi chimici. Le due frecce indicano la presenza di segni certi che nei bunker siano immagazzinate armi chimiche. La freccia in alto, che dice sicurezza, indica una struttura che è come il contrassegno di un deposito di questo tipo. Dentro quella struttura vi sono guardie speciali e speciali attrezzature che sorvegliano ogni perdita che possa fuoriuscire dal bunker. Anche il camion che vedete è un contrassegno. E’ un veicolo per la decontaminazione, nel caso vada storto qualcosa. E’ una caratteristica di questi quattro depositi. Adesso guardate la foto a destra. Adesso state guardando due di quei depositi disinfestati. I veicoli contrassegno se ne sono andati, le tende sono sparite, è stato ripulito ed è stato fatto il 22 dicembre, mentre stava arrivando la squadra degli ispettori dell’Onu, e nella parte inferiore della foto a destra potete vedere i veicoli dell’ispezione in arrivo. I depositi erano puliti quando vi sono arrivati gli ispettori, e non hanno trovato niente. Questa sequenza di fatti fa crescere l’inquietante sospetto che l’Iraq abbia schivato l’ispezione imminente a Taji. Come fece negli anni ’90, sappiamo che oggi l’Iraq si sta servendo attivamente delle sue notevoli capacità di acquisire informazioni riservate per nascondere le proprie attività illecite. L’Iraq ha anche rifiutato il permesso di effettuare voli di ricognizione U-2, che avrebbero dato agli ispettori un’idea migliore di cosa fosse stato spostato prima, durante e dopo le ispezioni. Questo rifiuto di permettere questo tipo di ricognizioni è una violazione diretta e specifica del paragrafo operativo sette della nostra Risoluzione 1441.

GLI SPECIALISTI MINACCIATI DI MORTE. IL DIVIETO DI INTERVISTARE GLI SCIENZIATI

Saddam Hussein e il suo regime non cercano solo di occultare le armi, stanno tentando di nascondere anche persone. Conoscete i fatti basilari. L’Iraq non ha ottemperato ai suoi obblighi di permettere un accesso immediato, illimitato, continuo e riservato a tutti i funzionari e ad altre persone, come richiesto dalla Risoluzione 1441. Il regime permette le interviste con gli ispettori soltanto in presenza di un ufficiale iracheno, una guardia. L’organizzazione ufficiale irachena incaricata di facilitare le ispezioni ha annunciato, annunciato pubblicamente e annunciato malauguratamente che, cito, «Nessuno è pronto a lasciare l’Iraq per essere interrogato». Il vice-presidente iracheno Ramadan ha accusato gli ispettori di spionaggio, una velata minaccia che chiunque collabori con gli ispettori dell’Onu potrebbe essere considerato colpevole di tradimento. L’Iraq non ha adempiuto ai propri obblighi sotto la 1441 di fornire una lista completa degli scienziati coinvolti nei suoi programmi relativi alle armi per la distruzione di massa. La lista irachena non era aggiornata e conteneva solo circa 500 nomi, nonostante il fatto che l’Unscom avesse precedentemente messo assieme un elenco di circa 3500 nomi. Saddam Hussein ha partecipato direttamente al tentativo di impedire gli interrogatori. All’inizio di dicembre, Saddam Hussein ha avvisato tutti gli scienziati iracheni delle gravi conseguenze cui sarebbero andati incontro, con le loro famiglie, se avessero rivelato qualsiasi informazione delicata agli ispettori. Vennero obbligati a firmare un documento nel quale riconoscono che la divulgazione di informazioni è punibile con la morte.Nel 1995, così come risulta da una testimonianza di un rifugiato politico, abbiamo scoperto che dopo l’invasione del Kuwait Saddam Hussein ha iniziato un programma bellico per costruire l’arma nucleare nella versione base, in violazione degli obblighi dell’Iraq nei confronti delle Nazioni Unite. Saddam Hussein già possiede due dei tre componenti chiave necessari per costruire una bomba nucleare. Dal 1998 i suoi sforzi di ricostituire il suo programma nucleare si sono concentrati sull’acquisizione del terzo e ultimo componente, un materiale sufficiente per la fissione per produrre l’esplosione nucleare. Per preparare il materiale per la fissione egli ha bisogno di sviluppare la capacità di arricchire l’uranio. Saddam Hussein è determinato a mettere le mani sulla bomba nucleare. È degno di nota il fatto che negli ultimi diciotto mesi Saddam Hussein ha prestato sempre maggior attenzione agli scienziati nucleari iracheni, un gruppo che la stampa controllata dal governo ha soprannominato apertamente «i suoi mujaheddin nucleari». Egli li esorta regolarmente e loda i loro progressi. Ma progressi di che genere? Molto tempo fa questo Consiglio di sicurezza richiese all’Iraq di fermare le attività nucleari di ogni tipo.

PER LANCIARE TESTATE NON CONVENZIONALI. IL PROGRAMMA DI MISSILI BALISTICI

Ora lasciatemi parlare di questi sistemi che l’Iraq sta sviluppando per produrre armi per la distruzione di massa, in particolare i missili balistici iracheni e gli aerei senza pilota. Noi tutti ricordiamo che prima della guerra del Golfo l’obiettivo di Saddam Hussein erano missili che volavano non solo centinaia bensì migliaia di chilometri, egli voleva colpire non soltanto i suoi vicini ma anche le nazioni molto più lontane. Mentre gli ispettori distruggevano la maggior parte dei missili balistici proibiti, molti rapporti dei servizi segreti nell’ultimo decennio e anche fonti interne all’Iraq indicano che Saddam Hussein detiene ancora una risorsa nascosta di alcune decine di varianti di missili balistici Scud. Questi sono missili con una gittata dai 650 a 900 chilometri. Noi sappiamo, sempre dai servizi segreti e dalle stesse ammissioni dell’Iraq, che i missili balistici permessi all’Iraq Al-Samud II e Al-Fatah superano il limite di 150 chilometri stabilito da questo Consiglio nella risoluzione 687, questi sono sistemi proibiti. L’Iraq detiene illegalmente dei motori di razzo, i 380SA-2: questi sono probabilmente per un uso nel Al-Samud II. La loro importazione era illegale per tre motivi: la risoluzione 687 proibiva tutte le spedizioni militari nell’Iraq; l’Unscom proibiva specificatamente l’uso di questi motori nei missili terra-terra; infine, come appena evidenziato, sono per sistemi che superano il limite di gittata di 150 chilometri. Come se non bastasse, alcuni di questi motori furono acquisiti lo scorso dicembre, dopo che questo Consiglio aveva emesso la risoluzione 1441. Quello che voglio che voi sappiate oggi è che l’Iraq ha programmi che sono intesi a produrre missili balistici in grado di volare per mille chilometri. Un programma sta poi lavorando su un missile a carburante liquido che sarebbe in grado di volare per più di 1.200 chilometri e possiamo vedere da questa mappa chi sarà in pericolo a causa di questi missili. Come parte di questo sforzo – un altro elemento di prova – l’Iraq ha costruito una rampa per testare il motore che è la più grande che abbia mai avuto. Da notare la differenza notevole delle dimensioni tra la rampa a sinistra e quella nuova a destra del tubo di sfogo, qui è dove esce la fiamma del motore. Il tubo sulla rampa di destra è cinque volte più lungo di quello sulla sinistra. Quello sulla sinistra è stato usato per missili a corta gittata, quello sulla destra è chiaramente inteso per missili a lunga gittata che possono volare per 1.200 chilometri. Le intenzioni di Saddam Hussein non sono mai cambiate, egli non sta sviluppando i missili per l’autodifesa, bensì missili che l’Iraq vuole per minacciare e per lanciare testate chimiche, biologiche e – se lo lasciamo fare – nucleari. Cari amici, le informazioni che vi ho fornito su queste terribili armi e sul continuo venir meno dell’Iraq agli obblighi fissati dalla risoluzione 1441 del Consiglio di sicurezza ci conducono a un tema sul quale vorrei soffermarmi per qualche istante.

DA SADDAM HUSSEIN A OSAMA BIN LADEN. IL LEGAME COL TERRORISMO ISLAMICO

É un tema legato al terrorismo. La nostra preoccupazione non trae origine soltanto da queste armi, ma anche dal modo con cui esse possono essere collegate ai terroristi e alle organizzazioni terroristiche, che non hanno alcuna remora ad usare questi strumenti contro gente innocente. Il legame tra Iraq e terrorismo risale a decenni fa. Bagdad addestra i membri del Fronte di liberazione della Palestina all’uso di armi di piccolo calibro ed esplosivi. Saddam usa il Fronte di liberazione arabo per far arrivare denaro alle famiglie dei kamikaze palestinesi allo scopo di prolungare l’intifada. Non è un segreto che la stessa intelligence di Saddam era coinvolta in decine di attacchi o tentati omicidi nel 1990 ma quello che vorrei portare alla vostra attenzione oggi è il nesso potenzialmente molto più sinistro tra l’Iraq e la rete terroristica di Al Qaeda, un nesso che combina le tradizionali organizzazioni terroristiche con i moderni metodi di strage. L’Iraq oggi ospita una rete di terroristi-omicidi capeggiata da Abu Mussad Al-Zarkawi, un collaboratore associato di Bin Laden e dei luogotenenti di Al Qaeda. Zarkawi, un palestinese nato in Giordania, ha combattuto nella guerra afghana più di dieci anni fa. Al ritorno in Afghanistan nel 2000 egli coordinò un campo di addestramento per terroristi. Una delle specialità di questo campo erano i veleni. Quando la nostra coalizione cacciò i talebani la rete di Zarkawi insediò un nuovo campo di addestramento per l’uso di veleni ed esplosivo e questo campo è situato nel Nord-Est dell’Iraq. La rete sta insegnando ai suoi operatori come produrre la ricina e altri veleni. Lasciate che vi ricordi come funziona la ricina: meno di un pizzico della sostanza assimilata nel vostro cibo causerebbe uno choc seguito da un collasso circolatorio, la morte sopravviene entro 72 ore e non c’è antidoto né cura, è fatale.

IL MOVIMENTO DI PERSONE DENARO E PROVVIGIONI. LA RETE DEL TERRORISMO IN IRAQ

Coloro che aiutavano a gestire questo campo sono i luogotenenti di Zarkawi operanti nell’area curda settentrionale, fuori dall’Iraq controllato da Saddam Hussein, ma Bagdad ha un agente nei ranghi più alti dell’organizzazione radicale, Anzar Al Islam, che controlla questa parte dell’Iraq. Nel 2000 questo agente offrì ad Al Qaeda un porto sicuro nella regione. Dopo che noi abbiamo spazzato Al Qaeda dall’Afghanistan alcuni dei suoi membri accettarono questo porto sicuro e vi risiedono ancor oggi. Le attività di Zarkawi non sono confinate in questa piccola parte del Nord-Est iracheno, egli è andato a Bagdad nel maggio del 2002 per trattamenti medici, soggiornando nella capitale dell’Iraq per due mesi mentre recuperava le forze per combattere in un altro momento. Durante il suo soggiorno quasi due dozzine di estremisti andarono a Bagdad e vi stabilirono una base operativa. Questi affiliati di Al Qaeda con base a Bagdad ora coordinano il movimento di persone, denaro e provvigioni nel e attraverso tutto l’Iraq per questa rete e ora stanno operando liberamente nella capitale da più di otto mesi. Gli ufficiali iracheni negano le accuse di legami con Al Qaeda. Questo negare è semplicemente non credibile. L’anno scorso un affiliato di Al Qaeda disse che la situazione in Iraq era «buona», che Bagdad poteva essere attraversata velocemente.

I PAESI «FREQUENTATI» DAI TERRORISTI. I LEGAMI CON L’ITALIA

Come i miei colleghi attorno a questo tavolo e i cittadini che loro rappresentano in Europa sanno, il terrorismo di Zarkawi non è confinato nel Medio Oriente. Zarkawi e la sua rete stanno tramando azioni terroristiche contro altre nazioni incluse Francia, Gran Bretagna, Spagna, Italia, Germania e Russia. Non siamo sorpresi che l’Iraq stia ospitando Zarkawi e i suoi subordinati. Questa intesa poggia su decenni di lunga esperienza con particolare riferimento ai legami tra Iraq e Al Qaeda. Andando indietro alla prima metà degli anni Novanta, quando Bin Laden era basato in Sudan, una fonte di Al Qaeda ci dice che Saddam e Bin Laden raggiunsero un accordo in base al quale Al Qaeda non avrebbe sostenuto ulteriormente le attività contro Bagdad. Noi sappiamo che i membri di entrambe le organizzazioni si sono incontrati ripetutamente almeno 8 volte a livelli molto alti nei primi anni Novanta. Nel 1996 un servizio di sicurezza straniero ci dice che Bin Laden incontrò i servizi segreti iracheni a Khartum e più tardi incontrò il direttore dei servizi segreti iracheni. Saddam si interessò sempre più quando vide gli attacchi terribili di Al Qaeda. Un membro di Al Qaeda ci dice che Saddam era molto più propenso ad assistere Al Qaeda dopo gli attentati del 1998 contro le nostre ambasciate in Kenia e in Tanzania. Saddam era anche impressionato dall’attacco di Al Qaeda nello Yemen nell’ottobre del 2000 contro l’incrociatore americano Cole. Gli iracheni hanno continuato a visitare Bin Laden nella sua nuova base in Afghanistan, un delatore importante, uno dei primi capi dei servizi segreti di Saddam rifugiato in Europa dice che Saddam ha mandato i suoi agenti in Afghanistan verso la metà degli anni Novanta per fornire addestramento ai membri di Al Qaeda sulla falsificazione di documenti. Dalla fine degli anni Novanta fino al 2001 l’ambasciata irachena in Pakistan giocò il ruolo di tramite con l’organizzazione di Al Qaeda. Con questo curriculum le negazioni dell’Iraq di sostenere il terrorismo vanno di pari passo con il negare le armi di distruzione di massa. E’ tutta una rete di bugie. Quando noi parliamo di un regime in cui si annidano ambizioni di dominio regionale, un regime che nasconde armi di risoluzione di massa e dà ospitalità e appoggio attivo ai terroristi, noi non stiamo parlando del passato noi stiamo parlando del presente. E a meno che noi non agiamo ora, affronteremo un futuro ancora più pauroso.

LE ARMI IN MANO A SADDAM. UN REGIME TROPPO PERICOLOSO

Per Saddam il possesso delle armi più letali del mondo rimane l’ultima carta da giocare per realizzare il suo ambizioso progetto. Il dittatore iracheno è fermamente determinato a conservare le sue armi di distruzione di massa. Ma anche a fare di più. Alla luce della storia di aggressione e della ferma intenzione di realizzare i suoi piani di grandezza, nonché di quel che sappiamo delle sue associazioni terroristiche e della sua determinazione nel vendicarsi sugli oppositori, corriamo il rischio che un giorno lui possa usare queste armi magari in un momento in cui il mondo è in una posizione più debole per rispondere. Gli Stati Uniti non possono correre questo rischio per il popolo statunitense. Lasciare Saddam in possesso di armi di distruzione di massa per altri mesi o anni non è un’opzione: non dopo l’11 settembre. Tre mesi fa i miei colleghi riconobbero in questo Consiglio che l’Iraq continuava a rappresentare una minaccia per la pace internazionale e per la sicurezza e che l’Iraq aveva contravvenuto ai suoi obblighi di disarmo. Oggi Bagdad pone una minaccia e rimane ancora in grave violazione. Non sfruttando l’opportunità di disarmarsi, l’Iraq ha contravvenuto ancora di più ai suoi obblighi ed è sempre più vicino il giorno in cui dovrà subire serie conseguenze a causa di questo suo continuo sfidare questo Consiglio. Cari colleghi, noi abbiamo un obbligo verso i nostri cittadini e verso quest’istituzione: far rispettare le nostre risoluzioni. La 1441 è stata concepita non per andare in guerra, ma per cercare di preservare la pace e per dare all’Iraq un’ulteriore possibilità, l’ultima. Visto che sino ad ora l’Iraq non ha sfruttato questa chance, noi non dobbiamo sottrarci a ciò che sta dinnanzi a noi, non dobbiamo venir meno ai nostri doveri ed alle nostre responsabilità nei confronti dei cittadini dei Paesi rappresentati da quest’istituzione. (Traduzione di Laura Nasso, Laura Toschi ed Ettore Claudio Iannelli) 6 febbraio 2003 DA CORRIERE.IT (vedi anche: Colin Powell presenta le prove all’Onu, 5 febbraio 2003)

“La storia del raìs parla chiaro: perché aspettare ancora?”. Condoleezza Rice, consigliere per la Sicurezza nazionale, spiega la dottrina della «deterrenza”: “Di fronte a gravissime minacce, è legittimo usare la forza2

Condoleezza Rice, lei è il Consigliere della Sicurezza per il Presidente degli Stati Uniti. La «Dottrina Bush», emersa dopo l’11 settembre, dice che, siccome il futuro è minacciato dal terrorismo, lo sviluppo di armi per la distruzione di massa va fermato prima che queste possano cadere nelle mani dei terroristi – anche se ciò dovesse significare un cambiamento di regime, come nel caso dell’Iraq.

Che cosa impedisce che questa dottrina della «prevenzione» sia applicata da altre nazioni, per esempio dall’India contro il Pakistan?

«Il concetto di non aspettare di essere attaccati non è certo una novità, risale a molto indietro nella storia. Ma la prevenzione, o «difesa anticipata», deve essere usata con parsimonia, non è una polizza scudo. Esistono però regimi di un certo tipo che, se acquisiscono armi per la distruzione di massa, devono essere ritenuti pericolosi, perché ne conosciamo la storia. La storia è estremamente importante. Non si dovrebbe usare la difesa anticipata per coprire un’aggressione, ma solo in occasioni davvero rare. Esistono minacce che possono essere ridotte a più miti consigli in altre maniere, o con la diplomazia, anche la diplomazia coercitiva, oppure, come nel caso di India e Pakistan, con il coinvolgimento di Stati Uniti e Gran Bretagna. Ma ci sono alcuni casi nei quali ti devi riservare il diritto di usare la forza. Esiste anche una differenza tra la prevenzione della potenziale minaccia e il cambiamento di regime: si deve più spesso, come hanno fatto in passato gli Stati Uniti, prevenire la potenziale minaccia. La prevenzione tramite il cambiamento di regime dovrebbe essere un caso molto raro».

Allora è giusto che una potenza decida per proprio conto quando un’azione preventiva è oppure no giustificabile? Le Nazioni Unite dovrebbero essere coinvolte?

«Gli Stati Uniti intendono conservare un diritto all’autodifesa. Ma mi permetta di chiarire: non applicheremo la prevenzione militare ogni volta che vedremo una minaccia. Esistono altre opzioni. Quando però la minaccia ha luogo in un posto dove sono già state tentate molte di queste opzioni, allora bisogna agire».

Che cosa c’è adesso di così urgente che la politica di contenere Saddam non basta più?

«La politica di contenimento è andata disgregandosi per anni, fino a scomparire. Il cardine della politica del contenimento consisteva in un disarmo del regime, con ispezioni agli armamenti che dovevano certificare al mondo che l’Iraq non stava più costruendo armi per la distruzione di massa, e questo non succede più da quattro anni. Sappiamo anche che il regime delle sanzioni (altro punto fermo di questa politica), è stato eluso. Saddam Hussein usa proventi illeciti del petrolio per finanziare le sue attività. Il contenimento in Iraq semplicemente non c’è».

Il suo timore è che Saddam possa usare le armi contro gli Stati Uniti o che esse possano finire ai terroristi?

«Dobbiamo preoccuparci di entrambe le possibilità. Ho sentito argomentare che “se noi non gli daremo fastidio, lui non darà fastidio a noi”. Ebbene, non c’è niente nella sua storia che faccia pensare che il suo sia un regime dello status quo . Ha attaccato due volte i suoi vicini; ha ucciso con il gas la sua stessa gente; ha cercato di assassinare un ex Presidente degli Stati Uniti. Ha pagato 25 mila dollari ai kamikaze palestinesi. Non fa differenza se lui userà le sue armi contro di noi o contro qualcun altro».

Gli Stati Uniti torneranno alle Nazioni Unite per dare un’ultima possibilità alle ispezioni?

«Il Presidente ha parlato (venerdì 6 settembre, ndr. ) con i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Abbiamo bisogno di valutare la situazione. Ma l’assenza di risoluzioni dell’Onu non è il cuore del problema. Su questo punto ci si permetta di essere realistici: ci sono state moltissime risoluzioni e richieste a Saddam Hussein, ma lui non le ha osservate. Vedremo se è il caso di tornare all’Onu, però non lasciamoci ingannare dall’illusione che Saddam non sappia cosa fare: lui continua a sfidarci, e il problema peggiora. Quindi alla domanda “Perché adesso?” io rispondo “Perché più tardi, vista la sua storia?”

Quindi non è escluso che si torni davanti al Consiglio di Sicurezza dell’Onu per una nuova risoluzione?

«In questo momento non possiamo escludere nulla. Però il problema non è stato la mancanza di risoluzioni».

Ma sentite di aver bisogno della benedizione dei Cinque Membri Permanenti prima di procedere?

«La “benedizione” ci viene dal mancato disarmo di Saddam, promesso nel 1991 ma non mantenuto».

Alcuni leader arabi ed europei sostengono che focalizzarsi sull’Iraq sia una deviazione dalla guerra contro il terrorismo. C’è invece chi, come Henry Kissinger, ritiene che non agire sarebbe come ammettere una mancanza di volontà di autodifesa, cosa che darebbe solo fiducia ai terroristi.

«È un punto di vista sicuramente importante. Quando si ha un fuorilegge internazionale che ha sfidato in maniera così totale il sistema internazionale e gli obblighi che gli sono stati imposti dopo che aveva perso la Guerra del Golfo, questo cosa dice della nostra volontà di agire? Dopo tutto, la volontà di agire è il fondamento della capacità di scoraggiare il cattivo comportamento, quando è possibile scoraggiarlo».

E circa l’altro «asse» nell’«asse del male», l’Iran. Tra un paio d’anni, il loro reattore nucleare di Bushehr, di fabbricazione russa, entrerà in funzione e produrrà combustibili che potrebbero essere usati per le armi nucleari. Cosa intendono fare gli Usa?

«Abbiamo strettissime consultazioni con i russi. Noi semplicemente non capiamo come possa la Russia avere un qualche interesse nazionale nel vedere che gli iraniani hanno un’arma nucleare. Il reattore di Bushehr non avrebbe mai dovuto essere costruito. I russi dovranno prendersi alcune responsabilità per quello che hanno fatto accadere laggiù».

In altre parole, anche l’Iran e Bushehr potrebbero sperimentare la «politica della prevenzione» degli Stati Uniti?

«Come ho detto, la prevenzione militare dovrebbe essere qualcosa che viene contemplato solo molto di rado, se non ci sono altre maniere di ottenere l’obiettivo della sicurezza. Ci sono altri modi di intervenire. Stiamo esaminando queste alternative – ci sono sforzi che vanno nella direzione della non proliferazione delle armi da parte di molte potenze, ci si sforza di controllare il flusso di materiali fissili, ci sono i nostri tentativi di cooperare con i Russi per ridurre la minaccia. Però, a volte questi tentativi possono anche fallire. E, davanti a un certo tipo di regimi, si può arrivare a un punto in cui non rimane altra opzione che la prevenzione militare». Nathan Gardels (Traduzione di Laura Toschi) 8 settembre 2002

Vertice a Camp David con il premier britannico. «L’Iraq ha armi di distruzione di massa». Incontro a Washington tra Bush e Blair: «Abbiamo le prove» L’ultimatum della Casa Bianca nel discorso che si terrà all’Onu

Washington, 8 settembre 2002 – Per la prima volta, il presidente americano George Bush e il premier britannico Tony Blair hanno scoperto le carte al «consiglio di guerra», il loro vertice a Camp David sull’Iraq. E hanno reso chiaro che il ritorno degli ispettori dell’Onu a Bagdad potrebbe non bastare a eliminare le armi di distruzione di massa di Saddam Hussein, e che potrebbe essere necessario rovesciarne il regime. I due leader si sono rifatti a un rapporto del ’98 dell’Aiea, l’Agenzia internazionale dell’energia atomica, secondo cui il raís sarebbe stato in grado di procurarsi ordigni nucleari in sei mesi. Hanno quindi svelato che esistono foto satellitari di nuovi impianti atomici iracheni. «Abbiamo ampie prove che Saddam Hussein possiede non solo armi chimiche e batteriologiche – ha proclamato Bush -. Di che cos’altro abbiamo bisogno?». Blair gli ha dato man forte: «Saddam è una minaccia molto reale per tutti e la comunità internazionale deve trovare i mezzi per neutralizzarla, senza evitare il problema».

BLAIR – Il presidente e il premier si sono presentati ai giornalisti all’apertura dei colloqui, durati poi tre ore, mentre i caccia Usa riprendevano i voli di controllo su Washington e New York nel primo anniversario delle stragi delle Torri gemelle. Blair è stato più morbido, assicurando che America e Gran Bretagna «opereranno sempre nel rispetto della legge», e «cercheranno il massimo appoggio contro quello che la stessa Onu ha definito un pericolo per il mondo intero». Ma ha concluso che «una politica d’inattività sarebbe irresponsabile», adombrando un attacco congiunto angloamericano all’Iraq nel caso che Saddam non si pieghi.

BUSH – Non ha lasciato dubbi sulle sue intenzioni, esposte anche in un articolo sul settimanale tedesco Welt am Sonntag : «L’11 settembre ha spostato il campo di battaglia. Oggi ne fanno parte anche gli Stati Uniti. La nostra missione è di dare al mondo pace e sicurezza». Il nostro obiettivo, ha proseguito, è il cambiamento di regime a Badgad «che può essere raggiunto in vari modi». Ha definito il nemico «un tiranno instabile», sollecitando l’Onu «ad azioni rapide e inequivocabilmente forti», ammonendo che altrimenti «gli Usa dovranno provvedere da soli». Il presidente giovedì parlerà all’Assemblea delle Nazioni Unite. Secondo fonti della Casa Bianca in quell’occasione lancerà un ultimatum a Saddam: accetti gli ispettori senza condizioni, o ne pagherà le conseguenze.

LE ISPEZIONI – D’accordo con Bush, Blair caldeggerà all’Onu il progetto delle «ispezioni coercitive» in Iraq, presentando un piano per l’invio di 20-50 mila soldati alleati ai confini iracheni con l’incarico di aprire la strada e di proteggere gli ispettori internazionali. Qualora si verificassero scontri, sarebbe la guerra. Bush ha sottolineato che il raís ha già violato le risoluzioni dell’Onu 16 volte.

L’EUROPA – Al convegno di Cernobbio, il ministro della Difesa italiano Antonio Martino ha dichiarato di considerare la ripresa delle ispezioni «la questione risolutiva»: se riprendessero senza condizioni, ha detto, «la possibilità di un’azione militare scomparirebbe». Al termine di un incontro ad Hannover con il presidente francese Chirac, il cancelliere tedesco Schröder ha ribadito la comune opposizione all’impiego della forza da parte Usa.

L’ATTACCO – Il segretario di Stato Colin Powell, colomba dell’Amministrazione, ha osservato che se l’America intervenisse da sola «non sarebbe un disastro, e la coalizione contro il terrorismo non si sfalderebbe». Il ministro della Difesa, Donald Rumsfeld, che su pressione della Casa Bianca ha ritirato un bellicoso articolo scritto per il Washington Post , intenderebbe fornire agli alleati un dossier sui legami tra Iraq e Al Qaeda per giustificare la guerra. Stando al New York Times , l’attacco potrebbe scattare nella prima notte di luna del 2003, quella del 3 gennaio (nel ’91, fu sferrato il 16 dello stesso mese).

L’IRAQ – Bagdad ha denunciato il secondo raid angloamericano in due giorni nella zona di non volo a Sud del Paese. Il Pentagono ha ribattuto che i suoi top gun erano stati aggrediti e si sono difesi. Il ministro delle Comunicazioni iracheno, Mohamed Said Sahaf, ha accusato Bush di volere «non le ispezioni ma la distruzione del nostro governo e il nostro petrolio». Due leader regionali, il premier turco Bulent Ecevit e il presidente yemenita Alì Abdallah Saleh hanno protestato: un conflitto «metterebbe in pericolo la stabilità del Golfo Persico e del Medio Oriente». Ennio Caretto 8 settembre 2002

Oggi il capo della Casa Bianca incontra i leader del Congresso. «Abbiamo le prove che Saddam è una minaccia». Rumsfeld: sta per dotarsi di armi nucleari, il presidente Bush potrebbe rivelare presto le informazioni in nostro possesso

Washington, 4 settembre 2002 – L’Amministrazione americana ha prove segrete che il presidente iracheno Saddam Hussein costituisce una minaccia inaccettabile per il mondo intero e sta per dotarsi di armi nucleari. Lo riferisce la stampa americana, citando il segretario alla difesa Donald Rumsfeld, che ha lasciato intendere che il presidente George W. Bush potrebbe rivelare le informazioni in suo possesso in prossimi incontri con leader parlamentari.

I LEADER DEL CONGRESSO – Oggi il primo faccia a faccia di Bush con i leader politici di Camera e Senato. Poi, Bush potrebbe annunciare le sue decisioni sull’attacco all’Iraq il 12 settembre, in occasioni della grande riunione alle Nazioni Unite per il primo anniversario degli attentati dell’anno scorso.

DIVISIONI – L’amministrazione senta la necessità di fare chiarezza dopo le apparenti divisioni dei giorni scorsi. Divisioni e divergenze che parlando ieri da Johannesburg il segretario di stato Powell ha confermato osservando che nell’amministrazione il “dibattito è aperto”. Ma Powell aveva aggiunto un altro elemento. Sulla questione irachena, aveva aggiunto, Bush annuncerà in tempi brevi la sua decisione. L’appuntamento quindi sembra per il prossimo 12 settembre. Dall’assise delle Nazioni Unite, in diretta mondiale. 4 settembre 2002

Molti si sarebbero salvati se fossero fuggiti in fretta. Twin Towers, centinaia di morti per le procedure. Uno studio esamina la fuga dalle Torri dei dipendenti. Decisivi mentalità di gruppo e annunci sulla stabilità dei due grattacieli.

New York 3 settembre 2002 – L’efficienza, le procedure e l’attaccamento al lavoro sono costati la vita di centinaia di persone nelle Torri gemelle. Secondo le ultime liste, sono morte circa 3.000 persone. Ma, secondo un’analisi pubblicata dal quotidiano «Usa Today», nei 16 minuti e mezzo che sono passati tra l’attacco alla torre Nord e quello alla torre Sud molte persone avrebbero potuto mettersi in salvo lasciando la torre non ancora colpita se, invece di seguire le procedure, avessero dato retta al loro istinto e si fossero limitati semplicemente a fuggire il più rapidamente possibile.

LA RICERCA – Dallo studio, compiuto analizzando le dichiarazioni di più di 300 persone (sopravvissuti o parenti delle vittime) e studiando i video disponibili, emergono alcuni elementi decisivi nello spiegare le reazioni e i comportamenti nei momenti immediatamente successivi agli attentati. Alcuni di questi elementi hanno spinto le persone nella Torre Sud (ancora non colpita) a lasciare l’edificio, altri hanno contribuito a bloccarne un buon numero: un ritardo nella fuga che si è rivelato letale.

FATTORE VISTA – La vista delle persone che si buttavano dalle finestre ha favorito l’evacuazione: il fattore “vista” è stato decisivo. A spaventarsi maggiormente, e quindi ha tentare più velocemente la fuga, sono stati gli impiegati della Torre Sud che avevano gli uffici orientati in direzione della torre gemella. Lo spettacolo delle fiamme e del fumo ha generato quelle reazioni di panico che spingendo anche gli impiegati nella torre ancora illesa alla fuga si sono alla lunga rivelate giuste.

LA FORZA DEL GRUPPO – Le persone hanno agito in gruppo e a volte i capi hanno dato ordine di non lasciare l’edificio: la mentalità di gruppo è stata un altro fatto decisivo. Prevalentemente le persone coinvolte non hanno agito sulla base di decisioni individuali o di reazioni spontanee ma hanno preferito commisurare le loro reazioni su quelle dei colleghi e soprattutto chiedendo il parere dei loro superiori. La reazione e il consiglio dei capi sono quindi stati decisivi. E molti sembrano essersi attenuti alle procedure che prevedevano uno sgombero ordinato piano per piano dell’edificio.

QUESTIONE DI «CLASSE» – Gli impiegati di livello superiore hanno preferito restare: nella triste statistica della morte ci sarebbe anche una connotazione gerarchica. Ad abbandonare l’edificio per primo sono stati i lavoratori e gli impiegati con ruoli e incarichi di livello medio basso. I capiufficio, i dirigenti e i top manager hanno in percentuale preferito restare.

PROCEDURE CONTROPRODUCENTI – Gli annunci sulla sicurezza dell’edificio sono stati controproducenti: subito dopo l’impatto del primo aereo contro la Torre Nord, i funzionari dei vigili del fuoco e i responsabili della sicurezza degli edifici hanno a più riprese garantito tramite i microfoni e gli altoparlanti interni che la torre sud era intatta e non correva pericolo. Non c’era quindi bisogno di evacuarla.

IL PRECEDENTE – Le persone che furono coinvolte in attentati del 1993 hanno capito prima degli altri il pericolo: nel febbraio 1993 un attentato nel garage sotterraneo tra le due torri fece sei morti e l’11 settembre 2001 al Wtc lavoravano ancora molte persone che avevano vissuto quell’episodio. La maggioranza di queste, ricordando la confusione di quel giorno e il lungo lasso di tempo che fu necessario per evacuare gli edifici, si sarebbero rese conto prima del pericolo o comunque avrebbero preferito accelerare l’evacuazione per non restare intrappolati come circa 10 anni prima. 3 settembre 2002

I terroristi avrebbero ancora ingenti risorse finanziarie. In Sudan l’oro di Al Qaeda. Numerose casse fatte partire dal porto di Karachi in Pakistan verso Dubai e l’Iran, e da lì caricate su aerei diretti a Khartoum.

Roma, 3 settembre 2002 – La rete terroristica al Qaeda e i talebani hanno mandato nelle ultime settimane grosse quantità di oro dal Pakistan in Sudan facendole transitare per Emirati Arabi Uniti e Iran. Lo scrive oggi il Washington Post.

CASSE D’ORO – Secondo l’edizione online del quotidiano, che cita investigatori americani, europei e pachistani, varie spedizioni di casse d’oro, in genere camuffate da altre merci, sono state fatte partire su piccole imbarcazioni dal porto di Karachi dirette o in Iran o a Dubai. Da lì, mescolate a altri prodotti, sono state imbarcate su aerei noleggiati diretti a Khartoum. Non è chiaro quanto oro sia stato spostato ma secondo le fonti si tratta di quantità significative che indicano che al Qaeda e la ex milizia dei Talebani hanno ancora accesso a cospicue risorse finanziarie.

IL RUOLO DELL’IRAN – Secondo le fonti ciò indica anche il crescente ruolo di unità dell’intelligence iraniana alleate con i religiosi più duri nel proteggere e aiutare al Qaeda, il possibile riemergere del Sudan cone centro finanziario dell’organizzazione e la capacità del gruppo terrorista di generare nuove fonti di reddito nonostante gli interventi internazionali sulle sue finanze. Il giornale scrive infine che il Sudan potrebbe esere stato scelto perché Osama bin Laden e altri membri di al Qaida conoscono il paese e vi mantengono rapporti d’affari. Bin Laden ha vissuto in Sudan dal 1991 al 1996, quando è stato costretto a spostarsi in Afghanistan. 3 settembre 2002

Mohamed Atta per sei ore a Zurigo nel luglio 2001. 11 settembre, il mistero della finanza svizzera. Un migliaio di indizi e quattro incriminati nella colossale inchiesta per individuare i collegamenti con i terroristi

Berna, 2 settembre 2002 – Un’inchiesta colossale: un migliaio di indizi, almeno quattro incriminazioni, cinque domande di assistenza giudiziaria e altrettante perquisizioni. Eppure a un anno dall’11 settembre, gli investigatori elvetici non sembrano disporre di alcuna prova che la Soldati della Guardia nazionale pattugliano Wall Street dopo l’attacco alle Torri Gemelle (Karen Ballard/Corbis Sygma) Svizzera abbia avuto un ruolo nel finanziamento degli attentati negli Stati Uniti. Lo scorso novembre il procuratore della Confederazione Valentin Roschacher aveva avvertito che le indagini sarebbero potute durare ancora settimane o addirittura mesi. A dieci mesi di distanza, il discorso ufficiale è rimasto immutato. «L’inchiesta avanza, ma è un lavoro lungo e laborioso», ha dichiarato il sostituto procuratore federale Claude Nicati, il quale rifiuta di pronosticare una qualsiasi scadenza per la conclusione delle investigazioni. Ad ora, l’unica certezza è che «la Svizzera non è un crocevia del terrorismo – afferma Nicati – Attualmente non posso escludere che il denaro utilizzato per il finanziamento degli attentati dell’11 sia transitato su conti in Svizzera. Ma non posso nemmeno affermare il contrario».

UN MIGLIAIO DI DOCUMENTI SEQUESTRATI – Sulla base delle audizioni di testimoni, il cui numero non è stato reso noto dalle autoritá svizzere, e dell’analisi di un migliaio di documenti sequestrati, gli investigatori ricostruiscono i legami fra flussi bancari sospetti. «Enti o persone assolutamente rispettabili possono trasferire o far transitare sui loro conti somme che possono eventualmente essere servite al finanziamento del terrorismo», spiega Nicati. Ed è quello che la «Task Force Terror USA», guidata dal sostituto procuratore della Confederazione e composta di una dozzina di inquirenti, deve stabilire. Fra i principali sospetti figurano ancora due italiani di origine araba, Youssef Nada e Ali Himmat, e lo svizzero Ahmed Huber. I primi due dirigono la societá Al Taqwa/Nada Management, con sede a Lugano e attualmente in liquidazione. Il terzo siedeva nel consiglio d’amministrazione. In totale dal novembre 2001 sono state pronunciate «meno di mezza dozzina» di incriminazioni, indica Claude Nicati. Il 7 novembre la Task Force ha perquisito la sede della Nada Management a Lugano, i domicili dei dirigenti a Campione e a Muri (BE), nonchè gli uffici della società a Vaduz (FL). Nell’operazione sono stati perquisiti l’equivalente di «quattro pulmini» di documenti che «stiamo ancora esaminando». Una quarantina di conti per un totale di circa 21 milioni di franchi sono ancora bloccati. Tutte le cinque domande americane di assistenza giudiziaria sono state trattate.

MOHAMED ATTA A ZURIGO – Un altro grande punto interrogativo persiste. L’8 luglio 2001 Mohamed Atta è transitato dall’aeroporto di Zurigo-Kloten. Stando agli investigatori Usa, l’egiziano era ai comandi del Boeing 767 dell’American Airlines che si è schiantato contro la torre nord del World Trade Center di New York. Secondo le informazioni raccolte dal Ministero pubblico della Confederazione, durante le sei ore di scalo a Kloten, prima di proseguire il viaggio verso Madrid, l’egiziano ha effettuato quattro prelevamenti a un bancomat dell’aeroporto, ha acquistato due coltellini svizzeri e cioccolata. «Quello che vorremmo sapere è perchè Mohamed Atta dovesse transitare da Zurigo e soprattutto cosa abbia fatto durante quelle famose sei ore. Oggi non lo sappiamo ancora», osserva il sostituto procuratore della Confederazione. «La Svizzera è solo un anello di una lunga catena dell’eventuale finanziamento del terrorismo. Il problema è che solo l’ultimo anello – quello per esempio che è servito per pagare il biglietto aereo, il pilota – potrebbe facilmente apparire come criminale».

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