pala di giorgione

La pala di giorgione: nostra intervista esclusiva con il restauratore alfeo michieletto

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A buon punto il restauro conservativo della preziosa opera rinascimentale a cura della Soprintendenza del Veneto, del Polo Museale Venezianoe dell’Opificio delle Pietre Dure di Firenze.

Introduzione

La Pala appartiene al Duomo di Castelfranco Veneto. Non esistono documenti che attestino il passaggio di proprietà dai Costanzo alla Curia. Estinti i Costanzo, la Pala rimase nell’arredo della loro cappella. I Costanzo furono all’epoca condottieri al servizio della Regina di Cipro Caterina Cornaro. Tuzio Costanzo fu Vice re di Cipro e fu costretto a trasferirsi a Castelfranco a seguito della Regina, detronizzata alla fine del 1400 ed “esiliata” ad Asolo. Gran parte dei proventi ricevuti dalla sua fortunata carriera fu destinata ad investimenti fondiari e immobiliari (a Castelfranco, Riese e a Vedelago). Il dipinto commemora la morte del figlio cadetto Matteo (1504), cavaliere dell’Ordine di San Giovanni, morto per malaria vicino a Ravenna ancora prima di entrare in battaglia contro i nemici della Serenissima. Fino alla nuova costruzione del Duomo, avvenuta nel 1723 (aperto al culto nel 1746, cioè ben ventitré anni dopo), il dipinto di Giorgione fu collocato dentro la cappella di famiglia dei Costanzo – De Verni (Isabella, moglie di Tuzio) della “chiesa vecchia di dentro” (del castello) demolita. Il dipinto su tavole di faggio ha subito nel tempo vari restauri e un degrado dovuto all’incuria umana. C’è stato persino un vescovo che ne ordinava la sua totale distruzione per rifarne una nuova da un pittore ignoto (“Fu proprio il vescovo Molin che nel 1603, in seguito alla sua visita pastorale alla Chiesa, ordinò che l’altare di San Giorgio, appartenente alla famiglia Costanzo, fosse provvisto di una pala nuova, di un paio di candelieri, di “tabella nova di gloria”, e che si allargasse ad ogni lato di un palmo la predella, buttando via la pala vecchia (quella di Giorgione) e gli angeli vecchi che adornarono l’altare. Nel 1642 il vescovo Marco Morosini ordinò al contrario immediatamente che la Pala di Giorgione fosse restaurata nello spazio di un mese, altrimenti non si sarebbe più celebrata la messa davanti all’altare di San Giorgio: “Vidit altare Sti Giorgij quius Icon est valdo corrosum: jusit in termine unius mensis resarciri aliquo prout meliori modo respectu picturae manu excelentis artificis depictae”. Forse è stato il primo della serie dei restauri effettuarti sul celebre dipinto. Più tardi, nel 1724, fu rinchiusa per preservarla dai raggi solari e dal fumo delle candele con due tavole di legno fatte a forma di portella, come ordinato dal vescovo Zacco, cosa che risultò, anche a giudizio dei contemporanei, più dannosa che utile. Per più di centocinquant’anni rimase abbandonata in un qualche angolo umido e sporco della Chiesa, assieme a cianfrusaglie e “a cose da buttar via”. E dalla radiografia effettuata dalla Soprintendenza nel 2002 si evincono molteplici zone d’ombra. Bisognerà aspettare il rifacimento totale del Duomo avvenuto alla fine del XVIII secolo a firma dell’architetto Francesco Maria Preti, per vedere l’opera del Giorgione di nuovo appesa sul muro. Fu inserita nell’arredo della Cappella di destra, attigua all’altar maggiore, rivolto non più a Bisanzio ma a mezzogiorno. Esattamente dal 22 ottobre 1935 la Pala di Castelfranco fu destinata in una nuova cappella aperta (quella attuale) a cura della “Soprintendenza ai Monumenti di Venezia, su disegno dell’architetto Vittorio Invernizi, a lato dell’altare dell’Assunta. Nella stessa cappella furono collocati i monumenti funerari di Matteo Costanzo (pietra tombale ed uno stemma di famiglia dove sono evidenti i colori araldici delle due famiglie Costanzo e De Verni), provenienti dal Museo Civico di Castelfranco. Dunque un connubio tra storia civica e feticcio religioso. Una Pala che dovrebbe appartenere ormai alla storia della società di Castelfranco ma che purtroppo le viene data ancora un’esclusività religiosa. Come se da un dipinto con chiari messaggi militareschi e di potere politico-economico si potesse affermare il primato della fede religiosa e del conseguente aiuto miracoloso. Si combatte per il ripristino della Terra Santa, per lo sradicamento degli infedeli..che professano altre religioni e che usurpano il territorio. Una Pala che giustifica la guerra in nome della Madonna, di Gesù Bambino e dei Santi protettori. Ecco perché noi pensiamo che il prezioso dipinto di Giorgione debba essere sistemato in un luogo più “laico” e museale rispetto a quello che finora gli è stato assegnato. Dal punto di vista della storia patria, cioè socio-culturale, il dipinto andrebbe valorizzato con ulteriori studi d’archivio e non di fonte secondaria come spesso avviene. La storia sui committenti Costanzo-De Verni è molto lunga, porta ineluttabilmente a Costanza, Napoli, Messina, Cipro, Malta, Asolo, Altivole, Venezia e Treviso. Dimenticarsi il periodo del regno di Cipro, della fortificazione di Nicosa e Famagusta, della porta Costanza, e di tante altre notizie, significa annacquare un’epoca in cui anche Castelfranco aveva un suo specifico ruolo nella Repubblica Serenissima. Anche la figura del santo armato che la maggioranza degli storici ha individuato come “San Liberale” patrono della Chiesa non è del tutto chiara. I dubbi sorgono quando consultiamo i repertori araldici della famiglia Costanzo, da cui si evincono le appartenenze nobiliari e militari. I Costanzo hanno da sempre aderito all’Ordine di San Giovanni di Gerusalemme. Ed il loro cadetto Matteo fu “cavaliere d’armi di San Giovanni”.

Possibile che il vessillo dipinto da Giorgione (croce bianca su campo rosso) sia messo nelle mani di “San Liberale” in onore alla città di Castelfranco Veneto? E’ come se un giocatore della Juve tenesse una bandiera del Milan. Gli ultras si scatenerebbero. Nessun studio di carattere araldico approfondito è mai stato fatto né dallo storico del villaggio (direttore della Biblioteca) e né dal Parroco. Spetterebbe alla Soprintendenza farne luce, magari andando un po’ più a fondo sulle ricerche d’archivio. Non le mancano i fondi e le persone adatte. L’abbiamo detto tante volte e non ci stancheremo di ripeterlo ancora (A. Miatello).

Intervista al maestro restauratore Alfeo Michieletto, mercoledì 18 giugno ore 12,00 (intervistatrice Jeanne Belhumeur per conto di AIDANEWS). Sotto le sue mani sono passati affreschi del Tiepolo, Veronese, quadri di Lorenzo Lotto, Sebastiano del Piombo, Tiziano, per citarne solo alcuni. Il suo gabinetto è all’ultimo piano dell’Accademia, in fondo al corridoio usato come quadreria. Abita a Quinto di Treviso in una casa tranquilla che come la descrive lui dice tutto “alle pareti non ho appeso nessun quadro, mi bastano questi che vedo tutti i giorni”. E’ un uomo riservato e di nobile comportamento. Molto puntuale e metodico nel suo lavoro che si basa essenzialmente sul ripristino delle parti originali dell’opera e sulla sua conservazione. Non ha la mano pesante.

Riportiamo l’ampia intervista che ci ha concesso Alfeo Michieletto, uno dei massimi esperti in restauro conservativo e con la direzione dei lavori della d.ssa Cristina Acidini, Soprintendente dell’Opificio di Firenze, della d.ssa Annamaria Spiazzi, Soprintendente del Veneto e della d.ssa Giovanna Nepi Sciré, Soprintendente per il Polo Museale Veneziano, che sta ridando luminosità e splendore della preziosa tavola di Giorgione: “Madonna con bambino e santi Giovanni (Liberale) e Francesco” del 1500.

Michieletto qual è lo stato attuale del tuo lavoro per la Pala?

Siamo ormai giunti al termine dell’intervento. E’ stato un intervento conservativo del dipinto. Non abbiamo cercato un restauro estetico.Abbiamo cercato invece la sua conservazione. Prima abbiamo consolidato il colore che si era sollevato, poi siamo intervenuti una volta messa in sicurezza la pellicola pittorica, sul retro dell’opera – come vi ricordate c’era quella terribile parchettatura di mogano che impediva alla tavola di muoversi è stata rimossa e si è studiata una nuova struttura in modo che permetta alle tavole di muoversi.

Cosa avete fatto come nuovo sistema?

E’ stato applicato un telaio in legno di rovere con un sistema di mole e perni che permettono al legno di muoversi e di seguire l’andamento della tavola. Questo supporto è stato applicato da Pierpaolo Monfardini, specialista del legno ed è stato studiato dall’Opificio delle Pietre Dure.

Quali sono le fasi essenziali del tuo intervento?

Visto che deve trattarsi di restauro conservativo e viste le indagini effettuate, cioè la radiografia (per la prima volta tale e quale come la grandezza del quadro, cioè grandezza 1 a 1) si sapeva che il quadro era molto danneggiato, ci sono stati molti interventi di restauro, perciò viste dove erano situate le lacune in posti molto delicati si è deciso di non rimuovere nessun intervento pittorico. Di lasciare tutti i precedenti ritocchi. Abbiamo cercato solamente di assottigliare lo strato di vernice.

Ci puoi dare un esempio?

La differenza tra lo stato del dipinto prima e dopo la pulitura può essere notata qui sotto sul pavimento, dove ho lasciato in evidenza ancora una piccola zona che è marroncina. Il dipinto è arrivato qui, coperto da questa velatura “marronastra”, che è appunto la vernice alterata col tempo.

Anche lo stemma Costanzo era divenuto irriconoscibile.. ..

Sì. Ora invece si vedono bene i verdi del fondo dello stemma (come se si trattasse di marmo), le sei coste gialle, la fascia rossa ed appena una sagoma di animale.

Ci accostiamo piùvicino, a due centimetri, e intravediamo il tratto rosso della lingua e la coda sopra la schiena del leone passante. Non è un leone marciano, essendo i Costanzo d’origine teutonica.

Ci sono delle minuscole chiazze bianche sul dipinto, rimarranno così?

Sono le parti da dove è caduto il colore e queste appunto vanno reintegrate.

Siete allo stato finale?

Quasi. Siamo alla fine della pulitura, poi dobbiamo stuccare queste zone e procedere al ritocco dove è necessario. Si proteggerà la superficie con un nuovo strato di vernice.

E’ stato adoperato dell’oro per dipingere alcune parti del quadro, ad esempio le coste dello stemma araldico, il tessuto damascato che sta sopra la Madonna…?

No, al tempo di Giorgione, ormai non si adoperava più l’oro o l’argento ma l’effetto veniva ottenuto dai colori. Così il vessillo in mano al santo guerriero, una croce bianca su campo rosso non ha l’argento.

Strana coincidenza di questo vessillo che ha gli stessi colori araldici dell’Ordine di San Giovanni di Gerusalemme e dei Gerosolimitani, chissà perché è nelle mani di un Santo che la gran parte degli studiosi lo identificano come San Liberale, patrono di Castelfranco? Chi conosce la storia della famiglia Costanzo sa che il figlio cadetto era dell’Ordine si San Giovanni, il più in voga all’epoca. San Giovanni è forse il Santo più “carismatico” del Vangelo. Il committente di Giorgione era Vicere di Cipro, anche se la Repubblica Serenissima non ha mai voluto riconoscergli questo alto grado politico. Si sa che complottò persino l’accoppamento del Vescovo di Treviso.

Si toglieranno quelle parti del paesaggio postumo a destra del quadro?

Il dipinto verrà lasciato così come lo si vedeva prima, con l’intervento avvenuto a cura del Pelliccioli, che cancellò i manufatti architettonici neoclassici inseriti volutamente dal precedente pittore-restauratore Paolo Fabris d’Alpago nel 1851 (o forse Giuseppe Gallo Lorenzi nel 1831).

In altre parole?

Il Pelliccioli ha cercato di togliere il restauro dell’800, consistente in un tempio neoclassico, ma essendosi trovato “in braghe de tea” (senza niente) perché sotto c’era pochissimo dell’originale, si limitò a pulire il tempio, mettendo in luce tracce di originale e non è dato sapere come fosse in origine quel paesaggio.

Sicuramente ci deve essere stato qualcosa perché in questo punto vi è una specie di promontorio (insenatura). E l’azzurro che si vede, che cos’è un golfo? Una piana allagata (potrebbe essere Vedelago) o semplicemente la bruma?

Non sono sicuro.

Quando sarà conclusa l’operazione di restauro conservativo?

E’ prevista per la mostra su Giorgione che avverrà qui alle Gallerie dell’Academia, per il 22 ottobre prossimo. La mostra conterrà alcune opere di Giorgione: la Pala, Col tempo (La vecchia), La tempesta (dell’Accademia), I Tre filosofi, Laura (del Museo di Vienna), Il Cristo (della Scuola Grande di San Rocco) e nel catalogo verrà inserito anche il restauro del fregio giorgionesco di Casa Giorgione. Questa mostra sarà allestita dalla nostra Soprintendenza nella grande sala dell’ala nuova con apparati iconografici e scientifici. La Pala si troverà in centro, davanti all’altare, accanto invece gli altri quadri. Ci sarà un catalogo della Mostra con i vari passaggi fondamentali del restauro della Pala.

Che cosa ne pensi del tuo impegnativo e lungo lavoro?

Se si andava più a fondo avremmo dovuto togliere tanta di quella roba (rimuovere tante ridipinture), il che non ne valeva la pena. Ciò è stato deciso dopo che i soprintendenti si sono riuniti. Si è preferito di pulire con delicatezza la superficie e di lasciare le ridipinture.

Il cielo è ancora di mano di Giorgione?

Purtroppo lo lasciamo così perché ha tante ridipinture. Non ha i suoi azzurri originali.

Adesso che siamo alla fine, qual è la tua opinione sul restauro effettuato?

Si è recuperato molto, abbiamo potuto consolidare la pellicola pittorica, i rossi e i verdi del vestito della Madonna risaltano di più, è la parte più integra che ci sia nel quadro. Anche nella parte destra, specie nell’armatura del santo guerriero risalta la brillantezza del metallo di grande fattura. Molte parti del quadro non sono più di Giorgione, lo si vede dalla radiografia, perché manomesse, specie il paesaggio di destra e parti sostanziali dei santi.

Finito questo lavoro sarà messo in una teca. Come sarà presentato al pubblico il dipinto?

Sarà messo in un climabox.

Perché hanno fatto questa scelta?

Perché non subisca sbalzi termoigrometrici, e dopo verrà riportato a Castelfranco e rimesso nella Cappella finché quest’ultima non sarà climatizzata. Pertanto rimarrà più sicuro conservato nello speciale contenitore che la nostra Soprintendenza mette a disposizione perché con esso si controllano umidità e temperatura, evitando scompensi microclimatici che potrebbero danneggiare il prezioso dipinto.

Ma da lontano con il portone di ferro con luci gialle e a tre metri dall’opera appesa al muro non si riusciva a leggere bene il quadro…me ne rendo solo ora cosa voglia dire veder la Pala da vicino e poter soffermarmi a occhio nudo sui suoi mille particolari che affiorano quando si osserva un piccolo spazio colorato. E’ come se una lente d’ingrandimento ti permetta di osservare dove il pennello si sia fermato con un particolare colore, aggiungendovi dell’altro più scuro o più chiaro a seconda di dare l’impressione che ci sia un’ombra lì vicina, un risvolto del tessuto, una piega del tappeto, un riflesso dei contorni dell’armatura, i riccioloni di Gesù Bambino, i due minuscoli fanti che si riposano, il guanto stretto dalla mano del guerriero, le stigmate di san Francesco, il suo dito puntato sulla ferita mortale al cuore, il leone marciano che appare dal torrione o quello teutonico (leopardesco?) dello stemma araldico dei Costanzo…. La fotografia di solito appiattisce le ombre e non riesce mai a dare una perfetta coloritura come le vediamo al naturale. Poter ammirare il quadro di Giorgione a tre o quattro centimetri ti permette di scoprire un universo irraggiungibile. Perché tenerlo in una cappella chiuso a chiave e lontano alla vista?

Quanto rimarrà qui a Venezia?

Il quadro rimarrà a Venezia fino al termine della mostra, indi sarà restituito alla città diCastelfranco all’inizio dell’anno prossimo.

Io so che al Museo di Belle Arti di Montreal tutti i quadri antichi su tavola sono conservati in speciali teche così da permettere una loro più sicura conservazione e un avvicinamento dello spettatore all’opera. Non ci sono state proteste, anzi è così anche a Washington e in tanti altri musei del mondo. Quando le opere presentano una delicatezza estrema di sopravvivenza si ricorre a speciali contenitori microclimatici e ben illuminati. Invece con la Pala, che è il più grande dipinto di Giorgione, abbiamo dovuto subire un’alterazione della sua fruibilità per motivi oscuri. Chi diceva perché “il ladro è sempre in agguato” e chi invece malignamente diceva per “mascherare i rovinosi restauri compiuti sull’opera” si è dovuti ricorrere ad una specie di gabbia con una luce intermittente di due banalissimi faretti alogeni di luce giallognola. Per vederla bisognava aggrapparsi alle sbarre e contemplarla a tre metri, con un allestimento più da cella mortuaria che da “atmosfera rinascimentale”.

Insomma sei soddisfatto? Mi sembra un cielo da Marghera…tanto è come dite voi “guaivo” il colore tra l’azzurro e il bianco.

Abbastanza. L’opera ora ha una maggiore luminosità rispetto a quando è giunto qui nel febbraio del 2002.

Si può determinare la data del quadro?

Sicuramente chi ha dipinto la Pala è un artista maturo, si vedano i contrasti e certi particolari che possono essere solo di un grande.

La Soprintendenza pensa di fare una pubblicazione?

Ci sarà il catalogo della mostra allestita per l’appunto dalle Gallerie dell’Accademia con le varie opere raggruppate di Giorgione e lo studio su quanto fatto in sede di restauro.

Il tuo prossimo impegno di restauro?

Sarà la volta della “Vecchia” di Giorgione, attualmente alle Gallerie dell’Accademia.

Venezia, 18 giugno 2003, Soprintendenza Speciale per il Polo Museale Veneziano. Gallerie dell’Accademia, Campo della Carità.

P.S. Ringraziamo di cuore per la grande disponibilità di Alfeo Michieletto che ci ha accolti nel suo gabinetto di restauro. E’ stata per noi un’occasione rara ed unica rivedere la Pala di Giorgione risplendere e, fatto inconsueto,di poterla osservare da vicino, come fosse una creatura umana abbisognosa di cure.

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